Barovier Nicolò


Nasce a Murano nel 1895 e qui muore nel 1947.

 

 

Geometria, colore e pittura nella murrina degli anni Venti

 

 

Nicolò Barovier fu designer, imprenditore e dirigente della Vetreria Artistica Barovier & C. La sua attività personale si concentra soprattutto negli anni Venti, quando elaborò grandi recipienti in vetro mosaico nei quali tessere trasparenti, canne policrome e frammenti vitrei costruiscono motivi geometrici, vegetali e astratti.

La sua figura è rimasta a lungo compresa nella storia collettiva della fornace familiare e nella più vasta produzione del fratello Ercole. Un gruppo ristretto di opere firmate consente oggi di riconoscere una personalità autonoma, caratterizzata da una particolare sensibilità per la pittura contemporanea, per le strutture reticolari e per le gamme cromatiche accese.

Le fonti tramandano due cronologie anagrafiche. La datazione 1895-1947, adottata da Olnick Spanu, Christie’s e numerosi repertori collezionistici, è quella maggiormente associata alle opere firmate. Il Dizionario Biografico degli Italiani registra invece Murano, 10 maggio 1886 – Firenze, 13 maggio 1953. La biografia artistica e la successione aziendale rimangono sostanzialmente coincidenti nelle due tradizioni documentarie.[1]

 

La famiglia e la cultura della murrina

Nicolò era figlio di Benvenuto Barovier e apparteneva alla generazione cresciuta nella fornace degli Artisti Barovier. Il padre e lo zio Giuseppe avevano attraversato la rinascita ottocentesca del vetro muranese, lavorando nell’ambiente di Antonio Salviati e sviluppando una conoscenza particolarmente raffinata del vetro mosaico.

Alla fine dell’Ottocento i Barovier avevano recuperato procedimenti derivati dai vetri romani: canne policrome tagliate trasversalmente, tessere fuse, fasce concentriche e composizioni ottenute attraverso l’unione di vetri di diverso colore. Giuseppe aveva progressivamente trasformato questo patrimonio tecnico in un linguaggio moderno, culminato nelle murrine floreali e figurative presentate a Ca’ Pesaro nel 1913 e alla Mostra dei fiori del 1914.

Nicolò crebbe quindi in un ambiente nel quale la murrina costituiva una memoria familiare e uno strumento progettuale. La preparazione della canna, la scelta dei colori, la disposizione delle tessere e la previsione delle deformazioni prodotte dalla soffiatura appartenevano alla cultura quotidiana della fornace.

Il suo ruolo si definì nel campo del progetto. Nicolò elaborava forme e decorazioni, seguiva la preparazione dei modelli e affidava l’esecuzione ai maestri della piazza. Gli studi dedicati alla produzione Barovier precisano che Ercole e Nicolò operavano come designer: il loro contributo consisteva nel concepire l’oggetto, selezionare la materia e dirigere la trasformazione del disegno in vetro.

 

L’ingresso nella Vetreria Artistica Barovier

Nel 1919, al termine della Prima guerra mondiale, gli Artisti Barovier riorganizzarono la società. La produzione era stata temporaneamente trasferita a Livorno durante il conflitto e rientrò a Murano in una fase segnata dalla necessità di ricostruire mercati, maestranze e relazioni espositive.

La nuova società assunse il nome di Vetreria Artistica Barovier & C. Entrarono nella compagine Nicolò ed Ercole, figli di Benvenuto, e Napoleone, figlio di Giuseppe. La manifattura occupava circa cinquanta persone e riuniva l’esperienza dei maestri anziani con la cultura progettuale della nuova generazione.[2]

I primi anni conservarono il repertorio floreale elaborato da Giuseppe e Benvenuto. Alla mostra estiva di Ca’ Pesaro del 1920 la vetreria presentò vasi e coppe decorati con fiori, alberi, stelle e lune, spesso contrassegnati dalla tessera murrina AB sormontata da una corona. I colori delicati e la disposizione naturalistica dei motivi collegano queste opere alla generazione precedente.

Nicolò ed Ercole partirono da questa esperienza e la orientarono verso strutture più energiche. Le tessere cominciarono a formare griglie, bande, cellule e motivi vegetali fortemente semplificati. La forma del recipiente acquistò maggiore ampiezza, offrendo alla composizione uno spazio continuo sul quale svilupparsi.

 

La Prima Biennale di Monza

Nel 1923 la Vetreria Artistica Barovier partecipò alla Prima Esposizione internazionale delle arti decorative di Monza. Presentò vetri murrini, soffiati di gusto classico e alcuni oggetti nei quali recipienti muranesi venivano inseriti entro strutture in ferro battuto realizzate dalla ditta veneziana Cardin & Fontana.[3]

L’incontro fra vetro e ferro inseriva la produzione familiare nel dibattito contemporaneo sulle arti decorative. Il recipiente entrava in una struttura progettata per l’arredamento, assumendo la funzione di coppa, lampada o elemento architettonico. La lavorazione muranese dialogava così con il ferro battuto, con il mobile e con l’organizzazione moderna degli interni.

La partecipazione di Monza offrì a Nicolò un contesto diverso dalle esposizioni vetrarie tradizionali. L’oggetto veniva valutato in rapporto alla funzione, all’ambiente e alle altre arti applicate. Questa apertura contribuì alla costruzione di una cultura progettuale nella quale tecnica e composizione assumevano pari importanza.

 

Il vetro mosaico del 1924-1925

Il nucleo più significativo dell’attività di Nicolò risale al 1924-1925. In questi anni progettò grandi vasi in vetro mosaico costruiti mediante tessere trasparenti, murrine e canne policrome fuse, successivamente raccolte e soffiate.

Le opere conservano motivi vegetali riconoscibili, trasformati attraverso una forte geometrizzazione. Fiori, foglie e alberi diventano triangoli, rettangoli, cerchi, linee spezzate e campiture irregolari. Il disegno si distribuisce intorno all’intero volume e cambia continuamente secondo il punto di osservazione.

Gli studi recenti riconoscono in queste opere l’assimilazione delle ricerche compiute da Giuseppe Barovier con Vittorio Zecchin e Teodoro Wolf-Ferrari nel 1913-1914. Nicolò ed Ercole svilupparono tale esperienza nel clima dell’Art déco, utilizzando tessere trasparenti che mantengono contorni leggibili e formano una struttura simile a una rete.

La produzione di Nicolò si distingue per l’intensità cromatica e per la libertà con cui i moduli vengono combinati. Alcuni repertori hanno accostato queste composizioni alla pittura espressionista e fauve: il confronto riguarda l’autonomia del colore, la riduzione del motivo naturale e l’energia della superficie.

La parete del vaso diventa un campo pittorico tridimensionale. Ogni tessera mantiene la propria individualità e partecipa a un insieme più vasto; la trasparenza crea sovrapposizioni fra la decorazione anteriore e quella collocata sul lato opposto del recipiente.

 

La costruzione tecnica

Il processo iniziava con la preparazione degli elementi cromatici. Canne e bacchette venivano tagliate in segmenti, mentre le murrine erano ottenute sezionando trasversalmente canne composite. Le tessere venivano disposte sopra una piastra refrattaria secondo una composizione prestabilita.

Il riscaldamento univa progressivamente gli elementi, formando una piastra continua. Il maestro raccoglieva la composizione sulla canna da soffio, chiudeva i bordi e modellava il cilindro iniziale. La successiva espansione trasformava la piastra nel corpo del recipiente.

Ogni passaggio incideva sul disegno. Le tessere collocate nella zona più ampia si dilatavano maggiormente; quelle vicine al piede, al collo o all’imboccatura mantenevano dimensioni più contenute. Nicolò doveva quindi immaginare la decorazione nella sua forma finale, calcolando anticipatamente l’effetto della soffiatura.

La compatibilità fra vetri di colore differente aveva un ruolo determinante. Ogni composizione possedeva un proprio comportamento termico; tensioni eccessive potevano manifestarsi durante il raffreddamento. La riuscita dell’opera dipendeva dalla conoscenza delle ricette e dalla capacità del maestro esecutore di mantenere temperatura e spessore entro margini molto precisi.

La struttura reticolare dei vasi del 1924-1925 rende visibile il procedimento. Le tessere conservano margini netti e formano una trama attraversata da canne policrome. Il disegno appartiene alla parete stessa e accompagna ogni curvatura del recipiente.

 

Il grande vaso firmato

Un importante vaso attribuito a Nicolò, datato intorno al 1924, presenta un corpo ampio in vetro mosaico, decorato con murrine e canne policrome. Il bordo e il piede contengono foglia d’oro, che introduce una zona luminosa e collega la complessa superficie centrale alla tradizione veneziana.

L’opera misura circa trentasette centimetri di larghezza e venti di altezza. La firma incisa “N. Barovier Murano” compare lungo il margine inferiore. La presenza della firma personale assegna a Nicolò una responsabilità progettuale precisa e costituisce un riferimento essenziale per il confronto con gli esemplari privi di iscrizione.

La forma bassa e monumentale favorisce una lettura panoramica della decorazione. Il volume si espande orizzontalmente, mentre le tessere costruiscono un ritmo fitto e continuo. La foglia d’oro sul piede e sul bordo funziona come una cornice, concentrando l’attenzione sulla zona centrale.

Un altro vaso del 1924, conservato nella collezione Olnick Spanu, raggiunge circa trentuno centimetri d’altezza e reca la stessa firma incisa. Le tessere traslucide e le canne colorate formano una composizione unica, organizzata in rapporto alla specifica sagoma del recipiente.[4]

 

Un linguaggio autonomo

Il confronto con la generazione di Giuseppe e Benvenuto permette di precisare il linguaggio di Nicolò. Le murrine floreali del primo Novecento costruivano rose, foglie, margherite, pavoni e piccoli paesaggi. Nicolò utilizza il patrimonio della murrina come sistema di segni: il fiore diventa modulo, l’albero assume una struttura verticale e la foglia viene ridotta a una campitura appuntita.

Il colore acquista un’autonomia crescente. Blu, verde, rosso, giallo, violetto e arancio vengono accostati secondo rapporti di intensità. La trasparenza permette a una campitura di entrare visivamente nell’altra; il cristallo fra le tessere agisce come una pausa luminosa.

Le forme sono generalmente ampie e compatte. Il corpo sferico, ovoidale o fortemente espanso offre una superficie adatta alla continuità del disegno. Piede e imboccatura vengono sottolineati attraverso vetri scuri, avventurina o foglia metallica.

La familiarità di Nicolò con la pittura contemporanea, ricordata dalle fonti collezionistiche, emerge nel modo in cui organizza la superficie. La composizione segue il volume e sviluppa una propria energia interna, costruita attraverso ritmo, contrasto e sovrapposizione cromatica.

 

Nicolò ed Ercole

Dal 1926 Nicolò ed Ercole assunsero la gestione della Vetreria Artistica Barovier. Le fonti li indicano entrambi come dirigenti e progettisti, responsabili dello sviluppo delle murrine policrome e delle figure in vetro soffiato.[5]

Il lavoro comune produsse una fase di grande intensità. Nicolò concentrò la propria ricerca soprattutto sul vetro mosaico e sulla costruzione pittorica della parete. Ercole ampliò progressivamente il campo verso animali, plastiche figurative, vetri iridati e nuove composizioni materiche.

Le opere firmate permettono di distinguere alcuni percorsi. I vasi di Nicolò utilizzano tessere e canne con una forte articolazione geometrica; quelli firmati da Ercole sviluppano motivi vegetali, paesaggi e reti progressivamente più astratte. Entrambi partecipano alla trasformazione della murrina da tecnica storica a linguaggio del design moderno.

La direzione condivisa comprendeva anche gli aspetti imprenditoriali. La società doveva mantenere forni, maestranze e mercati, organizzare la presenza alle esposizioni e selezionare i modelli destinati al catalogo. La qualità artistica dipendeva dalla capacità di sostenere economicamente prove complesse e produzioni caratterizzate da un’alta percentuale di scarto.

 

La firma a punta di diamante

Le opere riferite con certezza a Nicolò recano talvolta la firma N. Barovier Murano, incisa a punta di diamante. L’iscrizione segue generalmente il margine inferiore o la base e presenta una grafia corsiva.

La firma personale assume un valore particolare all’interno della manifattura familiare. Il marchio Vetreria Artistica Barovier identifica l’impresa; l’iscrizione di Nicolò indica la responsabilità individuale del progetto. La presenza della firma colloca l’oggetto fra le opere d’esposizione o fra gli esemplari ai quali l’autore attribuiva uno specifico rilievo.

Gli studi sulle murrine degli anni Venti registrano firme analoghe di Ercole e Nicolò e le associano ai grandi vasi in tessere trasparenti del 1924-1925.

La firma costituisce un punto di partenza per l’attribuzione. Forma, tecnica, disposizione delle tessere, colori e provenienza completano l’analisi. Un vaso della stessa famiglia può essere riferito alla Vetreria Artistica Barovier, mentre l’assegnazione personale richiede un confronto diretto con gli esemplari firmati.

 

La crisi aziendale

La crisi economica internazionale del 1929 raggiunse Murano e ridusse sensibilmente la domanda di vetri artistici. La Vetreria Artistica Barovier affrontò difficoltà finanziarie e una contrazione delle maestranze.

Nel 1931 un gruppo di soci e lavoratori, fra i quali Napoleone Barovier, Luigi Ferro e Antonio Seguso, lasciò l’impresa. Da questa separazione sarebbe nata nel 1933 la Barovier Seguso & Ferro, destinata a diventare Seguso Vetri d’Arte. Nicolò ed Ercole rimasero titolari della società familiare e nel 1932 ne assunsero il controllo diretto.[6]

Le fonti distribuiscono l’uscita di Nicolò su un arco compreso fra il 1933 e il 1936. Alcuni repertori indicano il 1933 o il 1934; la collezione Olnick Spanu registra una presenza attiva fino al 1936, anno della definitiva separazione fra i fratelli e della confluenza dell’attività di Ercole nella S.A.I.A.R. Ferro Toso.

La cronologia del 1933 corrisponde quindi all’avvio del distacco dalla vetreria, mentre il 1936 definisce la conclusione societaria della precedente struttura. Ercole rimase responsabile della produzione e costruì successivamente la Ferro Toso Barovier.

Una tradizione biografica colloca Nicolò a Firenze dopo l’uscita da Murano, impegnato nel settore dei componenti musivi. Il dato trova una corrispondenza indiretta nella cronologia Treccani, che registra la sua morte a Firenze nel 1953.[7]

 

Un catalogo circoscritto

Il catalogo personale di Nicolò comprende soprattutto i vetri mosaico del 1924-1925. La quantità ridotta degli esemplari conosciuti conferisce a questo nucleo una particolare coerenza.

Le opere mostrano varianti di forma e decorazione. Alcuni vasi sono alti e ovoidali; altri presentano una struttura bassa e fortemente espansa. Le tessere possono formare griglie regolari, grandi fiori astratti, alberi o sequenze geometriche.

Un vaso datato 1924-1925, pubblicato da Wright, utilizza murrine e canne interne secondo una composizione fortemente geometrica. Il catalogo sottolinea la sensibilità espressionista e fauve del colore e considera l’opera un raro esempio della produzione personale di Nicolò.

Un altro esemplare, alto circa trenta centimetri e firmato N Barovier, Murano, è stato documentato da Christie’s nella collezione Francesco e Chiara Carraro. La bibliografia di confronto comprende L’arte dei Barovier, Murano ’900 e Venetian Art Glass.

La convergenza fra firma, tecnica e documentazione permette di costruire un primo corpus. Le opere anonime richiedono il confronto con questi punti fermi, insieme alla verifica della provenienza e dei materiali.

 

Attribuzione e mercato

I vetri di Nicolò compaiono raramente sul mercato. Gli esemplari firmati raggiungono valutazioni elevate per la qualità, la scarsità e il ruolo svolto nella trasformazione della murrina novecentesca.

Un grande vaso del 1924, firmato lungo il bordo inferiore, è stato stimato da Wright fra 50.000 e 70.000 dollari. Un secondo vaso del 1924-1925, caratterizzato da decorazione interna a tessere e canne, ha ricevuto una stima fra 30.000 e 40.000 dollari. Questi dati appartengono a specifiche occasioni d’asta e documentano la posizione collezionistica raggiunta dal nucleo firmato.

La valutazione dipende soprattutto dalla firma, dalle dimensioni, dalla qualità cromatica, dalla complessità della piastra e dalla bibliografia. Una provenienza storica o la pubblicazione in cataloghi specialistici accrescono il valore documentario.

L’analisi tecnica deve considerare la regolarità della fusione, la distribuzione degli spessori e la compatibilità delle tessere. Le opere migliori conservano una superficie continua, con elementi cromatici pienamente integrati nella parete e una forma capace di sostenere il ritmo della decorazione.

Il marchio aziendale o l’attribuzione generica alla Vetreria Artistica Barovier individuano il contesto produttivo. La firma N. Barovier Murano stabilisce il collegamento più solido con Nicolò.

 

Fortuna critica

La fortuna di Ercole Barovier, sostenuta da oltre cinquant’anni di attività e da un catalogo vastissimo, ha concentrato l’attenzione degli studi sulla sua ricerca. Nicolò ha lasciato un corpus più breve, legato a una fase precisa e a una tecnica altamente selettiva.

La mostra L’arte dei Barovier. Vetrai di Murano 1866-1972, organizzata nel 1993, ha contribuito a riconoscere la specificità delle sue murrine. Le successive raccolte americane e i cataloghi d’asta hanno reso visibili esemplari firmati rimasti per lungo tempo in collezioni private.

La collezione Olnick Spanu conserva un vaso del 1924 esposto a New York nel 2000 e a Milano nel 2001. L’opera ha assunto un valore esemplare per la ricostruzione del linguaggio di Nicolò, grazie alla firma, alla qualità della composizione e alla bibliografia che la accompagna.

Gli studi di Rosa Barovier Mentasti e Cristina Tonini hanno inoltre chiarito il rapporto fra le murrine secessioniste del 1913-1914 e quelle déco elaborate da Ercole e Nicolò nel 1924-1925. La distinzione cronologica e tecnica permette di riconoscere la trasformazione avvenuta all’interno della stessa famiglia.

 

Valutazione critica

Nicolò Barovier occupa una posizione significativa nel passaggio dall’Art Nouveau all’Art déco muranese. Ricevette dalla famiglia una tecnica nata dal recupero archeologico ottocentesco e la trasformò in uno strumento adatto alla pittura e al design degli anni Venti.

La sua ricerca si concentra sulla parete del recipiente. Tessere, murrine e canne costruiscono una trama interna che organizza il colore e determina la percezione del volume. La forma mantiene una struttura essenziale, scelta per sostenere l’espansione della composizione.

Il rapporto con la pittura contemporanea emerge nell’autonomia delle campiture cromatiche. Le immagini naturali attraversano un processo di semplificazione: il fiore diventa una figura geometrica, l’albero una successione verticale di moduli, la foglia un segno ripetuto. Il vetro conserva memoria del soggetto e raggiunge una qualità astratta.

La firma personale attribuisce a Nicolò una posizione autoriale precisa. Il progetto nasce dalla sua cultura visiva; la piazza traduce la composizione nella materia; la manifattura organizza la produzione. Questa articolazione esprime pienamente il sistema muranese del Novecento.

Il dialogo con Ercole fu decisivo. I due fratelli guidarono insieme la vetreria e svilupparono le possibilità della murrina in direzioni complementari. Le ricerche di Nicolò sulla tessera geometrica prepararono un terreno che Ercole avrebbe ripreso decenni più tardi nelle serie Pezzati, Dorici, Intarsio, Caccia e Rotellati.

La sua attività personale possiede una durata contenuta e una forte coerenza. I vasi mosaico del 1924-1925 appartengono alle opere più avanzate prodotte a Murano in quel decennio. Uniscono la memoria tecnica della famiglia, la cultura delle esposizioni decorative e l’energia cromatica della pittura europea.

Nicolò Barovier rappresenta quindi una figura essenziale per comprendere il momento in cui la murrina abbandona la funzione di citazione storica e diventa struttura moderna dell’oggetto.

 

 

Giorgio Catania

 

 

Note

[1] La cronologia 1895-1947 è adottata dalla collezione Olnick Spanu, da Christie’s e da numerosi cataloghi internazionali. Rosa Barovier Mentasti, nella voce dedicata a Ercole per il Dizionario Biografico degli Italiani, registra Nicolò come nato a Murano il 10 maggio 1886 e morto a Firenze il 13 maggio 1953.

[2] Nel 1919 entrarono nella società Ercole e Nicolò, figli di Benvenuto, e Napoleone, figlio di Giuseppe; la denominazione divenne Vetreria Artistica Barovier & C.

[3] Alla Prima Esposizione internazionale delle arti decorative di Monza del 1923 la vetreria presentò vetri murrini, soffiati classici e combinazioni di ferro e vetro, con strutture realizzate da Cardin & Fontana.

[4] Il vaso Olnick Spanu del 1924, alto 31,1 centimetri, reca incisa la firma «N. Barovier Murano» ed è stato esposto a New York nel 2000 e a Milano nel 2001.

[5] Dal 1926 Ercole e Nicolò assunsero la gestione della società e parteciparono alla direzione artistica della produzione.

[6] Dopo l’uscita di Napoleone Barovier e degli altri soci, Ercole e Nicolò risultano proprietari della Vetreria Artistica Barovier dal 1932.

[7] Le cronologie relative all’uscita di Nicolò indicano il 1933, il 1934 oppure il 1936. Il 1933-1934 corrisponde al progressivo distacco professionale; il 1936 alla liquidazione della Vetreria Artistica Barovier e alla successiva unione dell’attività di Ercole con la S.A.I.A.R. Ferro Toso.

 

 

Bibliografia

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Rosa Barovier Mentasti, Cristina Tonini, «Venetian Glass between Art Nouveau, Secession and Deco», in Study Days on Venetian Glass. The Origins of Modern Glass Art in Venice and Europe. About 1900, Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti, Venezia 2017.

Marino Barovier, Venetian Art Glass. An American Collection 1840-1970, Arnoldsche Art Publishers, Stoccarda 2004.

Attilia Dorigato, L’arte del vetro a Murano, Arsenale Editrice, Venezia 2002.

David Landau, Giandomenico Romanelli, a cura di, Murano Glass. Themes and Variations 1910-1970. The Olnick Spanu Collection, Skira, Milano 2001.

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Franco Deboni, Simona Cocchi, Maurizio Cocchi, Murano ’900. Vetri e vetrai, testimonianze e immagini del Novecento muranese, Bocca, Milano 1996.

Marina Barovier, Rosa Barovier Mentasti, Attilia Dorigato, Il vetro di Murano alle Biennali 1895-1972, Leonardo Arte, Milano 1995.

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