Barovier Jacopo

 

Venezia, 1950

 

Dalla continuità familiare alla trasformazione manageriale della Barovier & Toso


 

Jacopo Barovier appartiene alla ventunesima generazione documentata della famiglia legata alla lavorazione del vetro veneziano. La linea genealogica più attendibile lo indica come figlio di Angelo Barovier e nipote di Ercole, dal quale derivò il grande patrimonio tecnico e progettuale sviluppato dalla manifattura nel corso del Novecento.[1]

Il suo contributo alla storia della Barovier & Toso appartiene soprattutto al campo della gestione d’impresa. Attraverso la formazione economica, l’organizzazione amministrativa e la direzione generale, accompagnò la fornace nel passaggio da manifattura familiare produttrice di vetri artistici a impresa internazionale specializzata nell’illuminazione decorativa di alta gamma.

La sua attività coincide con una fase complessa per Murano. Dalla metà degli anni Settanta aumentarono i costi energetici e produttivi, cambiarono i sistemi distributivi e si ridusse la capacità del mercato di assorbire vaste collezioni di oggettistica. Jacopo affrontò questa trasformazione concentrando il catalogo, sviluppando la rete commerciale, valorizzando l’archivio storico e orientando la produzione verso lampadari, installazioni e progetti personalizzati.

 

La formazione e la posizione nella famiglia

Jacopo nacque a Venezia nel 1950 e seguì studi di economia e commercio. La formazione universitaria lo preparò alla gestione amministrativa, finanziaria e commerciale dell’impresa. Entrò nella Barovier & Toso nei primi anni Settanta, quando il padre Angelo partecipava alla progettazione e alla direzione aziendale accanto a Ercole.[2]

La famiglia esprimeva allora competenze complementari. Ercole conservava la responsabilità artistica della produzione; Angelo operava nel design, nella direzione e nei rapporti con il sistema industriale veneziano; Jacopo si dedicava all’organizzazione dell’azienda e alla costruzione di un modello gestionale adeguato alle nuove condizioni del mercato.

La sua figura appartiene quindi alla storia dell’impresa più che al catalogo dei progettisti. La responsabilità creativa rimaneva affidata al padre, ai collaboratori esterni e ai maestri della fornace. Jacopo coordinava costi, produzione, distribuzione, personale, programmi commerciali e investimenti, assicurando la continuità materiale del lavoro artistico.

Questa funzione assume particolare importanza nel settore vetrario. Una fornace richiede forni attivi, personale specializzato, acquisto di materie prime, gestione delle scorte e programmazione delle commesse. La qualità del prodotto dipende dalla presenza stabile di maestri, serventi, tecnici, composizionieri, molatori, montatori e progettisti. La direzione economica partecipa quindi alla conservazione delle competenze e alla possibilità stessa di sviluppare nuove collezioni.

 

Il passaggio generazionale degli anni Settanta

Ercole Barovier concluse la propria direzione artistica nel 1972 e morì nel 1974. Nel 1975 la società venne riorganizzata come società a responsabilità limitata, con Mario Toso alla presidenza e Angelo Barovier alla direzione. Nello stesso periodo Jacopo assunse responsabilità crescenti nell’amministrazione e nella conduzione operativa.[3]

Gli anni Settanta rappresentarono una fase di ripensamento. Il catalogo comprendeva un numero molto elevato di modelli, varianti e articoli sviluppati nel corso dei decenni precedenti. La rete commerciale conservava sistemi ormai poco adatti alla nuova distribuzione internazionale. La produzione di oggetti decorativi, vasi e servizi richiedeva investimenti consistenti e generava una frammentazione che rendeva difficile il controllo dei costi.

La nuova gestione ridusse progressivamente l’offerta, razionalizzò i listini e riorganizzò la distribuzione. Alcuni modelli storici vennero ripresi in forme aggiornate, recuperando il repertorio muranese come base per collezioni destinate agli interni contemporanei. Comparvero listini rivolti direttamente al pubblico e vennero potenziati i rapporti con rivenditori, architetti e arredatori.

La trasformazione riguardò anche la cultura aziendale. Il valore della famiglia continuava a risiedere nella conoscenza del vetro, nella reputazione del marchio e nella continuità dell’archivio. La gestione veniva però affidata a funzioni definite, con competenze amministrative, tecniche e commerciali chiaramente distribuite.

 

La collaborazione con Angelo Barovier

Tra gli anni Settanta e la fine degli Ottanta Jacopo lavorò accanto al padre Angelo. Il loro rapporto corrisponde a una fase definita dagli studi economico-aziendali come passaggio dalla valorizzazione della tradizione familiare all’innovazione del modello di impresa.[4]

Angelo portava con sé la memoria diretta di Ercole, la conoscenza della produzione e una lunga esperienza nel design. Jacopo traduceva questo patrimonio in scelte organizzative, programmi commerciali e strategie di sviluppo.

L’impresa continuava a produrre oggetti da collezione, lampade e grandi apparati destinati ad alberghi, teatri, residenze e navi. Il settore dell’illuminazione richiedeva una struttura diversa da quella necessaria alla produzione del singolo vaso. Ogni progetto coinvolgeva vetro, metallo, componenti elettrici, sistemi di sospensione, misure architettoniche, trasporto e montaggio.

La direzione amministrativa doveva quindi coordinare la fornace con progettisti, uffici tecnici e installatori. La commessa acquistava un peso crescente rispetto alla vendita del singolo oggetto e permetteva di valorizzare la capacità muranese di realizzare elementi complessi e personalizzati.

 

I designer esterni

Dagli anni Ottanta la Barovier & Toso intensificò il rapporto con progettisti esterni. Collaborarono con la manifattura Toni Zuccheri, Matteo Thun, Renato e Giusto Toso, Noti Massari e, negli anni successivi, Franco Raggi, Luca Scacchetti, Marco Mencacci e altri designer.[5]

Il coinvolgimento di autori diversi rispondeva a una precisa strategia. La fornace offriva esperienza, materiali, maestranze e archivio tecnico; il progettista introduceva un linguaggio collegato all’architettura e al design contemporaneo. La direzione aziendale selezionava i progetti, ne valutava la sostenibilità produttiva e ne organizzava l’ingresso nel catalogo.

La collaborazione fra designer e maestri seguiva una procedura fondata su disegni, prototipi e prove di fornace. Le idee venivano adattate alle caratteristiche del vetro, alla gravità, ai tempi di raffreddamento e alla possibilità di montare gli elementi. Il prototipo permetteva di verificare peso, dimensione, dispersione luminosa e costo di produzione.

Jacopo contribuì a rendere questa struttura parte stabile del funzionamento aziendale. L’autore esterno veniva inserito entro un processo nel quale progetto artistico, fattibilità tecnica e mercato procedevano in modo coordinato.

 

La direzione generale

Dal 1990 Jacopo assunse formalmente la funzione di direttore generale, affiancato da Giovanni Toso, responsabile della produzione. La distinzione fra direzione generale e direzione tecnica rappresenta un passaggio significativo nella storia della manifattura: la guida dell’impresa veniva organizzata secondo competenze professionali definite.[6]

La funzione di Jacopo comprendeva la strategia commerciale, la finanza, il posizionamento del marchio e lo sviluppo internazionale. Giovanni Toso seguiva la fornace, i processi esecutivi e le maestranze. Angelo conservava la presidenza, la rappresentanza della famiglia e il rapporto con il patrimonio artistico.

Questa struttura consentiva di mantenere un legame diretto fra proprietà, produzione e mercato. Le decisioni commerciali potevano essere confrontate immediatamente con le possibilità della fornace, mentre la qualità tecnica rimaneva il fondamento della reputazione aziendale.

La formazione economica di Jacopo trovò piena applicazione in questa fase. Il direttore generale doveva interpretare bilanci, costi energetici, produttività, investimenti e mercati esteri, mantenendo al tempo stesso una conoscenza concreta del carattere artigianale del prodotto.

 

La focalizzazione sull’illuminazione

La scelta strategica più importante maturò durante gli anni Novanta. La Barovier & Toso concentrò progressivamente l’attività sull’illuminazione decorativa, riducendo il peso dell’oggettistica. Gli studi dedicati all’impresa definiscono questa fase attraverso i concetti di focalizzazione e funzione: la manifattura individuò un settore nel quale il proprio patrimonio tecnico poteva produrre maggiore valore e continuità.[7]

Il vaso artistico apparteneva a un mercato variabile, legato alla collezione e alla decorazione domestica. L’illuminazione permetteva di rivolgersi a residenze, alberghi, negozi, ristoranti, edifici pubblici e grandi complessi. Ogni progetto poteva comprendere numerosi elementi e richiedeva un elevato grado di personalizzazione.

Il lampadario veneziano venne ripensato come sistema modulare. Bracci, coppe, foglie, fiori e pendenti potevano essere combinati secondo dimensioni differenti. La tradizione offriva un repertorio riconoscibile; l’ufficio tecnico adattava le strutture alle normative, agli impianti elettrici e alle necessità architettoniche.

La scelta contribuì a rafforzare la posizione della manifattura nel mercato internazionale del lusso. Il prodotto conservava il carattere manuale del vetro muranese e acquistava una funzione precisa nell’arredamento.

 

L’espansione internazionale

Sotto la direzione di Jacopo la presenza internazionale divenne una componente centrale dell’impresa. La Barovier & Toso sviluppò sedi e rappresentanze in città come Milano, Tokyo, Hong Kong e Mosca, rivolgendosi con particolare attenzione all’Asia, all’Europa orientale e ai mercati del lusso.[8]

In un’intervista del 2012 Jacopo dichiarava che circa l’80 per cento del fatturato proveniva dall’estero, rispetto al 70 per cento di dieci anni prima e al 60 per cento di vent’anni prima. Il dato mostra il carattere progressivo dell’internazionalizzazione e l’importanza acquisita dai mercati orientali.

La crescita dell’esportazione richiedeva adattamenti organizzativi. Dimensioni, certificazioni elettriche, modalità di installazione e gusti decorativi variavano secondo i paesi. La rete commerciale doveva conoscere le esigenze locali, mentre la produzione conservava la propria sede e le proprie maestranze a Murano.

Jacopo interpretava il mercato come spazio di confronto fra identità aziendale e trasformazioni del gusto. La lavorazione artigianale rimaneva il nucleo del prodotto; architetti, arredatori e committenti internazionali offrivano indicazioni sulle dimensioni, sugli ambienti e sulle nuove forme dell’abitare.

 

Il progetto su misura

La focalizzazione sull’illuminazione favorì lo sviluppo di grandi commesse personalizzate. La manifattura lavorò per residenze, alberghi, boutique e marchi internazionali, collaborando con architetti e interior designer.

In questa attività il modello di catalogo costituisce un punto di partenza. Bracci, elementi decorativi, colori e proporzioni vengono modificati in relazione allo spazio. La fornace può produrre campioni cromatici e prototipi, mentre l’ufficio tecnico prepara disegni esecutivi, strutture portanti e sistemi di montaggio.

Il valore dell’impresa deriva dalla capacità di coordinare tutte queste fasi. Il vetro soffiato conserva variazioni naturali che conferiscono identità a ogni elemento; il progetto generale richiede invece precisione dimensionale e uniformità nel montaggio.

La direzione di Jacopo integrò il sapere della fornace con una cultura di servizio destinata alla committenza internazionale. Il prodotto divenne parte di un processo comprendente progettazione, produzione, logistica, installazione e assistenza.

 

L’archivio e il museo aziendale

Nel 1995 venne inaugurato nella sede di Murano il Museo privato di arte vetraria Barovier & Toso. La raccolta comprendeva opere, campioni, fotografie e documenti capaci di ricostruire la produzione dalla seconda metà dell’Ottocento al Novecento.[9]

Il museo svolgeva diverse funzioni. Conservava modelli storici, offriva strumenti di studio ai progettisti, documentava l’identità dell’azienda e presentava ai visitatori la continuità della famiglia. Il patrimonio storico entrava così nella strategia del marchio.

Jacopo partecipò anche alla conservazione della memoria familiare. Mise a disposizione degli studiosi il manoscritto nel quale Angelo Barovier aveva ricostruito la storia della dinastia attraverso documenti, ricordi e genealogie. Il testo copriva ventuno generazioni e arrivava fino a Jacopo e al figlio Nicolò.[10]

La collaborazione con la ricerca accademica rafforzò la distinzione fra tradizione documentata e narrazione commerciale. L’archivio permetteva di verificare date, successioni societarie, ruoli familiari e trasformazioni produttive.

 

La professionalizzazione della gestione

Jacopo considerava la professionalizzazione un elemento essenziale della continuità aziendale. Nell’intervista del 2012 spiegava che la società aveva progressivamente valorizzato manager e collaboratori esterni, distribuendo le responsabilità secondo competenze specifiche.

Il principio riguardava la relazione fra proprietà e direzione. La famiglia custodiva l’identità, l’archivio e il rapporto con la fornace; professionisti specializzati potevano occuparsi di finanza, vendita, marketing, progettazione e mercati internazionali.

Questo modello accompagnò la trasformazione dell’impresa familiare in una società dotata di funzioni manageriali. L’autorevolezza del nome Barovier continuava a sostenere il marchio, mentre la conduzione quotidiana assumeva strumenti propri dell’industria contemporanea.

La continuità familiare acquistava così una forma organizzata. La tradizione veniva trasferita attraverso campioni, archivi, procedure, formazione delle maestranze e criteri qualitativi, rendendola accessibile anche a dirigenti e progettisti provenienti dall’esterno.

 

La cessione della maggioranza

Nel 2010 le famiglie Barovier e Toso cedettero l’80 per cento della società al fondo di investimento AVM. La famiglia Barovier conservò una partecipazione del 20 per cento e Jacopo mantenne le cariche di presidente e amministratore delegato.[11]

L’operazione rispondeva all’esigenza di assicurare all’impresa nuove risorse finanziarie e una struttura proprietaria capace di sostenere l’espansione. La generazione successiva aveva scelto percorsi professionali diversi, rendendo necessario un nuovo assetto per garantire stabilità alla società.

Jacopo presentò l’ingresso del fondo come una scelta orientata alla continuità e allo sviluppo. Il capitale esterno offriva strumenti per rafforzare il marchio, affrontare i mercati internazionali e mantenere attiva la produzione muranese.

Gli studi accademici collocano la sua guida dell’impresa fino alla metà del decennio successivo. Con questo passaggio si conclude la lunga fase della conduzione diretta della famiglia, mentre il nome Barovier continua a identificare la storia e il patrimonio tecnico della manifattura.

 

Il ruolo nella storia del vetro muranese

Jacopo Barovier occupa una posizione specifica nella storia di Murano. Ercole aveva trasformato il vetro attraverso nuovi procedimenti e nuove serie; Angelo aveva unito design, direzione e cultura industriale; Jacopo sviluppò il sistema organizzativo e commerciale capace di portare quel patrimonio nel mercato globale.

La sua attività coincide con il passaggio dall’oggetto artistico alla progettazione dell’ambiente. La singola coppa o il vaso lasciano progressivamente spazio all’apparato luminoso, alla commessa architettonica e alla produzione su misura. Il vetro continua a essere lavorato a mano, mentre la sua destinazione entra nel sistema internazionale dell’arredo.

La focalizzazione sull’illuminazione permise alla fornace di utilizzare le competenze storiche in un settore ad alto valore aggiunto. La soffiatura, le applicazioni, le costolature, la foglia d’oro e le composizioni cromatiche trovarono una nuova funzione nei lampadari e nelle installazioni.

La gestione dell’archivio e del museo consolidò inoltre la coscienza storica dell’impresa. Modelli e documenti divennero strumenti di ricerca, comunicazione e progettazione. La storia familiare acquistò la forma di un patrimonio aziendale verificabile e utilizzabile.

 

Valutazione critica

Il contributo di Jacopo Barovier risiede nella capacità di trasformare la continuità genealogica in strategia d’impresa. La sua formazione economica intervenne in un momento nel quale la qualità artistica richiedeva un’organizzazione capace di sostenere costi, esportazioni e grandi commesse.

La riorganizzazione degli anni Settanta ridusse la dispersione del catalogo e rese più efficiente la rete commerciale. Le collaborazioni degli anni Ottanta aprirono la manifattura a linguaggi progettuali differenti. La scelta degli anni Novanta concentrò l’attività sull’illuminazione, settore nel quale il vetro muranese poteva esprimere insieme virtuosismo tecnico, valore decorativo e funzione architettonica.

L’internazionalizzazione ampliò il mercato e rafforzò il rapporto con architetti e committenti. Il progetto su misura divenne una componente stabile della produzione, collegando il lavoro della piazza agli uffici tecnici, alla logistica e al montaggio.

Il museo aziendale e la disponibilità dell’archivio completarono questo programma. La memoria familiare acquisì una funzione operativa: serviva a riconoscere i modelli, formare i progettisti, comunicare il valore del marchio e orientare nuove collezioni.

La cessione della maggioranza nel 2010 rappresentò l’ultima decisione rilevante della sua direzione. Jacopo accompagnò la Barovier & Toso oltre il perimetro della proprietà familiare, conservando inizialmente responsabilità operative e assicurando il trasferimento della cultura aziendale.

La sua figura documenta una forma di autorialità imprenditoriale. Il risultato si misura nella capacità della fornace di continuare a produrre, mantenere le maestranze, entrare nei mercati internazionali e trasformare sette secoli di memoria in una struttura produttiva contemporanea.

 

 

Giorgio Catania

 

 

Note

1. Jacopo Barovier è figlio di Angelo Barovier e nipote di Ercole. La genealogia è confermata dall’Archivio nazionale delle imprese storiche e dagli studi basati sul manoscritto familiare di Angelo.

2. La nascita a Venezia nel 1950 e gli studi in economia e commercio sono riportati nei repertori muranesi.

3. Il 1975 segna la riorganizzazione societaria e l’avvio di una nuova fase gestionale, con Angelo Barovier alla direzione e Jacopo impegnato nell’amministrazione.

4. Lo studio di Ca’ Foscari distingue una fase Angelo-Jacopo Barovier fra il 1972 e il 1990, seguita dal periodo di direzione autonoma di Jacopo.

5. Le collaborazioni con progettisti esterni caratterizzano la produzione dagli anni Ottanta.

6. Il British Museum colloca dal 1990 Jacopo alla direzione generale e Giovanni Toso alla direzione della produzione.

7. La strategia degli anni Novanta concentrò la produzione sull’illuminazione e sui grandi progetti, sviluppando i mercati asiatici e dell’Europa orientale.

8. Nell’intervista del 2012 Jacopo indicava nell’esportazione circa l’80 per cento del fatturato aziendale.

9. Il Museo privato di arte vetraria Barovier & Toso venne inaugurato nel 1995 nella sede muranese.

10. Jacopo mise a disposizione degli studiosi il manoscritto familiare redatto da Angelo Barovier, utilizzato in ricerche dedicate alla continuità e ai valori dell’impresa.

11. Nel 2010 AVM acquisì l’80 per cento del capitale; Jacopo conservò la presidenza e la funzione di amministratore delegato.

12. La documentazione storico-aziendale colloca la successione di Jacopo dopo Angelo e registra la progressiva trasformazione della Barovier & Toso in impresa specializzata nell’illuminazione.

 

Bibliografia

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Rosa Barovier Mentasti, Il vetro veneziano 1890-1990, Arsenale Editrice, Venezia 1992.

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