Giuseppe Barovier


Murano nel 1853 - Murano 1942.

 

Il maestro delle murrine tra revival ottocentesco e modernità

 

 

 


 

Giuseppe Barovier fu maestro vetraio, ideatore di modelli e interprete fra i più raffinati del vetro mosaico muranese. La sua carriera attraversò due epoche: la rinascita ottocentesca promossa da Antonio Salviati e la stagione di Ca’ Pesaro, quando la murrina divenne uno strumento capace di tradurre nel vetro le ricerche dell’Art Nouveau e della Secessione viennese.

La sua importanza deriva dalla convergenza di più competenze. Giuseppe conosceva la soffiatura, la costruzione delle canne policrome, la fusione delle tessere e il comportamento delle diverse paste vitree. Possedeva inoltre capacità grafiche e pittoriche che gli consentivano di ideare autonomamente decorazioni figurative. La collaborazione con Vittorio Zecchin e Teodoro Wolf-Ferrari ampliò il suo repertorio, senza esaurirne la responsabilità creativa: gli studi recenti gli riconoscono un ruolo di progettista e contestano l’abitudine di attribuire automaticamente agli artisti esterni ogni opera innovativa prodotta dagli Artisti Barovier.

 

Una precisazione biografica

Le date 1853-1942, adottate in questa scheda, sono accolte dal Metropolitan Museum of Art, dal Corning Museum of Glass, dal British Museum e da numerosi cataloghi specialistici. Una parte della bibliografia più antica, compresa la voce dell’Enciclopedia Italiana del 1930, indica invece il 1863 come anno di nascita. Le opere museali e la più recente tradizione catalografica rendono preferibile il 1853, in attesa di una verifica definitiva nei registri anagrafici muranesi.

Va corretta anche l’indicazione secondo cui Antonio Salviati sarebbe stato suo compagno di studi. Salviati nacque a Vicenza nel 1816, quasi quarant’anni prima di Giuseppe, e apparteneva a una generazione diversa. Il loro rapporto fu professionale: Salviati fu imprenditore e promotore della rinascita vetraria, mentre Giuseppe si formò nelle imprese da lui organizzate insieme allo zio Giovanni e agli altri membri della famiglia Barovier.

 

La famiglia e l’apprendistato

Giuseppe era figlio di Antonio Barovier e fratello di Benvenuto e Benedetto. Lo zio Giovanni, entrato nell’ambiente produttivo di Salviati durante gli anni Sessanta dell’Ottocento, rappresentò il riferimento tecnico della nuova generazione. Era un maestro particolarmente abile nella ripresa dei vetri veneziani rinascimentali, ai quali restituiva sottigliezza, equilibrio e limpidezza dopo decenni nei quali molte tecniche erano state abbandonate o praticate soltanto in modo episodico.

Giuseppe entrò giovanissimo nella Compagnia Venezia Murano, nata dal sistema societario costruito da Salviati con capitali britannici. Qui apprese la disciplina della grande fornace, organizzata per soddisfare un mercato internazionale e per partecipare alle esposizioni universali. L’apprendistato comprendeva la soffiatura, l’applicazione a caldo, la filigrana, l’avventurina e la costruzione di complessi steli figurati.

L’ambiente produttivo era fondato su una competizione continua fra le principali famiglie muranesi. I giovani Barovier lavoravano accanto ai Seguso e ad altri maestri, confrontandosi nella riproduzione di vetri antichi e nella realizzazione di pezzi destinati a dimostrare la massima abilità tecnica della fornace.

La formazione di Giuseppe avvenne quindi in un sistema nel quale la bravura del maestro veniva misurata sulla capacità di affrontare oggetti complessi. Coppe con coperchio, calici sostenuti da serpenti, draghi, delfini e intrecci sottilissimi richiedevano controllo della temperatura, velocità e coordinamento della piazza.

 

La Coppa Guggenheim

Una delle prime opere riferite a Giuseppe è la cosiddetta Coppa Guggenheim, realizzata intorno al 1875 e oggi conservata al Corning Museum of Glass. Si tratta di un grande calice coperto nel quale la coppa è sostenuta esclusivamente da un’elaborata struttura di applicazioni, senza un normale stelo centrale.

L’opera riprendeva un vetro seicentesco appartenente alla collezione dell’ebanista e antiquario Michelangelo Guggenheim. Quest’ultimo prestava oggetti antichi alla scuola d’arte veneziana affinché potessero essere studiati e riprodotti dai giovani maestri. Giuseppe ne realizzò una versione in vetro azzurro, cristallo e foglia d’oro, raggiungendo un risultato di eccezionale virtuosismo.

La coppa documenta una fase nella quale il valore dell’opera coincideva ancora con la difficoltà esecutiva. L’oggetto doveva apparire leggero, pur essendo formato da numerose parti applicate; ogni elemento contribuiva alla stabilità dell’insieme e doveva aderire perfettamente agli altri.

Giuseppe acquisì così una conoscenza profonda del vetro veneziano storico. Tale esperienza avrebbe avuto conseguenze importanti: quando affrontò le murrine e le nuove decorazioni floreali, poteva fondare la sperimentazione su una padronanza ormai completa della forma e della tecnica.

 

Da Compagnia Venezia Murano a Salviati dott. Antonio

Nel 1877 Antonio Salviati lasciò la società sostenuta dagli investitori inglesi e fondò una nuova impresa, la Salviati dott. Antonio. Giovanni Barovier e i nipoti Giuseppe e Benvenuto lo seguirono, portando con sé una parte essenziale delle competenze tecniche maturate nella Compagnia Venezia Murano.

Nel 1883 Salviati cedette la fornace ai Barovier, conservando per alcuni anni rapporti commerciali e la possibilità di utilizzare il proprio nome. Giuseppe e Benvenuto divennero così titolari di una struttura produttiva autonoma, pur continuando a lavorare entro la rete internazionale costruita dall’imprenditore vicentino. La denominazione Artisti Barovier si affermò formalmente nel 1896.

La successione dei nomi aziendali può generare attribuzioni imprecise. Un vetro prodotto materialmente dai Barovier poteva essere commercializzato da Salviati o dalla Venice and Murano Glass and Mosaic Company. La presenza di un’etichetta commerciale documenta quindi il canale di vendita, mentre la responsabilità esecutiva può appartenere alla fornace familiare.

 

Il vetro mosaico e il revival archeologico

Durante gli ultimi decenni dell’Ottocento il vetro mosaico conobbe una nuova fortuna. Le scoperte archeologiche, la formazione delle grandi collezioni europee e il gusto storicista alimentarono l’interesse per i recipienti romani composti da canne e tessere policrome.

Vincenzo Moretti aveva recuperato e sistematizzato la tecnica nell’ambito della Compagnia Venezia Murano. Giuseppe e Benvenuto la approfondirono, passando progressivamente dall’imitazione dei reperti antichi a composizioni più libere. Le fasce concentriche, le canne incrociate e le tessere colorate vennero organizzate secondo disegni che conservavano il riferimento archeologico e introducevano una sensibilità moderna.

Una coppa del 1883-1884 conservata al Musée des Arts et Métiers di Parigi viene attribuita alternativamente a Giuseppe o Benvenuto. È costruita mediante fasce policrome fuse, disposte secondo un ritmo che richiama i vetri romani e insieme anticipa l’astrazione decorativa del Novecento.

Una ciotola su disegno di Giuseppe, raffigurata anche nel ritratto eseguito da Luigi Gasparini nel 1893, mostra la crescente autonomia dell’autore. La presenza dell’oggetto nel dipinto indica il valore che egli stesso attribuiva alla ricerca sul vetro mosaico: la ciotola diventa quasi un emblema della propria identità professionale.

 

Maestro, progettista e pittore

La figura di Giuseppe è stata a lungo interpretata prevalentemente come quella di un esecutore. Gli studi più recenti restituiscono un profilo più articolato. Era un maestro capace di progettare e possedeva una pratica amatoriale della pittura. La sua cultura figurativa gli permetteva di concepire decorazioni complesse e di adattarle alla trasformazione prodotta dalla soffiatura.

Questa precisazione assume particolare importanza per le opere figurative del 1913-1914. La vicinanza con Vittorio Zecchin ha favorito l’attribuzione al pittore di modelli per i quali manca una prova documentaria. Nel caso della Murrina del pavone, per esempio, l’ipotesi di un disegno di Zecchin rimane plausibile, ma non è dimostrata; Giuseppe possedeva le competenze necessarie per ideare autonomamente il soggetto.

Il rapporto fra ideazione ed esecuzione deve quindi essere valutato caso per caso. Alcune opere derivano certamente da disegni di Zecchin o Wolf-Ferrari; altre appartengono direttamente a Giuseppe; altre ancora nascono da un dialogo nel quale il progetto grafico veniva modificato durante la preparazione delle canne e la costruzione della piastra.

 

Dallo storicismo all’Art Nouveau

Verso la fine dell’Ottocento la produzione degli Artisti Barovier era ancora dominata dai modelli veneziani storici: calici, coppe, anfore, brocche e alzate sottili. Nei primi anni del Novecento Giuseppe introdusse forme più compatte e superfici percorse da murrine floreali, tralci e filamenti irregolari.

Un raro vaso a balaustro databile intorno al 1910 presenta un corpo in pasta vitrea lattimo interamente ricoperto da foglie policrome e grandi rose ottenute a murrina. La forma mantiene un profilo tradizionale, mentre la superficie viene trasformata in un tessuto vegetale continuo.

Un altro vaso, datato intorno al 1920 ma probabilmente sviluppato a partire dalle ricerche precedenti alla guerra, utilizza un fondo blu opaco sul quale emergono fiori e foglie. La decorazione appare incorporata nella parete e possiede una profondità diversa da quella ottenibile con lo smalto dipinto.

La forma viene scelta per favorire la lettura del motivo. Corpi cilindrici, globulari o leggermente rastremati offrono superfici sulle quali la murrina può dilatarsi senza perdere completamente il proprio disegno.

 

La costruzione dei vasi murrini

La realizzazione di questi vetri richiedeva una successione complessa. Le canne venivano preparate disponendo vetri di colore diverso intorno a un nucleo centrale. Dopo la tiratura e il raffreddamento, la canna veniva tagliata trasversalmente, producendo numerose sezioni identiche.

Le tessere così ottenute venivano disposte sopra una piastra secondo il motivo desiderato. La composizione poteva comprendere fiori, foglie, stelle, figure o zone astratte. Riscaldata fino a ottenere la fusione degli elementi, la piastra veniva raccolta sulla canna da soffio e modellata in forma di cilindro.

La soffiatura modificava il disegno. Le murrine si dilatavano nelle zone maggiormente espanse e rimanevano più compatte presso il collo o il fondo. Il maestro doveva prevedere questa trasformazione già durante la preparazione della piastra, deformando intenzionalmente alcuni elementi affinché apparissero corretti nell’opera conclusa.

Nei vetri più complessi la parete era interamente formata da tessere fuse. La compatibilità fra colori diversi risultava determinante: coefficienti di dilatazione non omogenei potevano provocare crepe durante la lavorazione o la ricottura. Il livello raggiunto da Giuseppe dipendeva quindi da una conoscenza che univa disegno, composizione chimica e pratica del forno.

 

Ca’ Pesaro nel 1913

La IX Esposizione d’arte e industrie veneziane di Ca’ Pesaro, organizzata nel 1913, rappresentò il momento decisivo della carriera di Giuseppe. Invitato a esporre autonomamente, pur essendo socio degli Artisti Barovier, presentò dodici opere nella stessa sala in cui Vittorio Zecchin esponeva le proprie tempere.

Il catalogo comprendeva vasi a zone colorate, piatti con piume, un’anfora violetta con perle, vasi con murrine azzurre e rosee, un vaso con margherite e la celebre Murrina del pavone. La varietà dei titoli mostra che Giuseppe lavorava contemporaneamente sulla murrina figurativa, sui filamenti applicati e sulle campiture cromatiche.

L’accostamento con i dipinti di Zecchin fu particolarmente efficace. Le murrine policrome dialogavano con le vesti e con gli ornamenti delle sue figure, mentre i filamenti dei vetri piumati richiamavano la linea sinuosa della pittura secessionista. L’esposizione permetteva di leggere il vetro come parte della cultura artistica contemporanea, superando la separazione tradizionale fra arte e produzione di fornace.

La stampa veneziana accolse le opere con particolare favore. Il Gazzettino definì Giuseppe un nuovo protagonista dell’arte vetraria e indicò nel piatto con il pavone il capolavoro della sala. La figura appariva inserita al centro come una pietra preziosa, costruita attraverso una canna murrina di eccezionale difficoltà.

 

La Murrina del pavone

La Murrina del pavone è una delle opere emblematiche del vetro muranese del primo Novecento. Il piatto presenta un fondo scuro sul quale si staglia il corpo policromo dell’animale. La coda viene costruita attraverso sezioni di canne preparate in modo da riprodurre occhi, piume e passaggi cromatici.

La tecnica differisce dalla pittura a smalto. Ogni colore appartiene alla struttura stessa del vetro; il soggetto attraversa lo spessore e conserva la propria immagine anche osservato dal retro. La lucidità della superficie e la profondità delle tessere conferiscono alla figura una qualità simile a quella delle pietre dure.

Il Corning Museum registra Giuseppe come esecutore, mentre attribuisce prudentemente il progetto a Vittorio Zecchin o Teodoro Wolf-Ferrari. Gli studi di Rosa Barovier Mentasti e Cristina Tonini sottolineano che l’assegnazione a Zecchin manca di una prova conclusiva e che Giuseppe era pienamente capace di ideare il modello.

La questione evidenzia la natura del lavoro di fornace. Anche in presenza di un disegno esterno, la trasformazione in murrina richiede decisioni che modificano profondamente il progetto: scelta dei colori, scomposizione dell’immagine, costruzione delle canne, dimensione delle tessere e previsione della loro deformazione.

 

I vetri Piumati

Accanto alle murrine figurative Giuseppe sviluppò i vetri Piumati. Il decoro era ottenuto applicando filamenti policromi sopra il corpo caldo e trascinandoli con un utensile fino a costruire motivi simili a piume, foglie o fiamme.

Un vaso Piumato presentato a Ca’ Pesaro nel 1913 viene riferito direttamente al suo disegno. Sottili fili colorati formano un movimento continuo sopra la parete, integrandosi progressivamente nella superficie durante la successiva lavorazione.

Il procedimento permetteva un grado di libertà maggiore rispetto alla murrina. Il disegno nasceva davanti al forno e ogni esemplare conservava differenze nella direzione, nella larghezza e nella fusione dei filamenti. La forma semplice del vaso offriva il supporto necessario al movimento della decorazione.

Le opere piumate mostrano l’interesse di Giuseppe per un vetro nel quale il segno deriva direttamente dalla lavorazione a caldo. Il filamento non viene aggiunto come ornamento conclusivo: entra nella parete e ne segue l’espansione.

 

Zecchin e Wolf-Ferrari

La collaborazione con Vittorio Zecchin e Teodoro Wolf-Ferrari si sviluppò nel momento in cui i due artisti cercavano di tradurre nel vetro la cultura della Secessione viennese. Le figure allungate, le campiture piatte e le decorazioni preziose dei loro dipinti si prestavano alla scomposizione in tessere policrome.

Zecchin e Wolf-Ferrari dichiararono di essersi rivolti agli Artisti Barovier per sfruttarne la profonda conoscenza del materiale. Il loro obiettivo era collegare frammenti di vetro e formare ornamentazioni o figure destinate sia ai vasi sia alle lastre.

L’espressione riconosce esplicitamente il ruolo dei maestri. Il disegno dell’artista costituiva l’avvio; Giuseppe e la fornace stabilivano come trasformarlo in materia. Le prove venivano eseguite al di fuori della normale produzione, impegnando tempo, materiali e maestranze in una ricerca destinata inizialmente alle esposizioni.

Le opere furono presentate a Monaco, alla Mostra dei fiori di Palazzo Ducale e alla Biennale veneziana del 1914. Il gruppo rappresentò uno dei primi esempi pienamente sviluppati della collaborazione moderna fra artista progettista e maestro muranese.

La Mostra dei fiori del 1914

Nel 1914 gli Artisti Barovier parteciparono alla Mostra e fiera dei fiori organizzata a Palazzo Ducale. Il tema favoriva una produzione nella quale recipiente e decorazione vegetale potevano essere concepiti insieme.

Il vaso Nuovo, decorato con grandi rose e foglie, ottenne il primo premio nella categoria destinata ai fiori a stelo corto. La parete era costruita mediante una piastra di tessere fuse, raccolta e successivamente soffiata. L’opera dimostrava che il vetro mosaico poteva assumere una forma moderna, distante sia dalla riproduzione archeologica sia dal virtuosismo storicista.

Un altro modello degli Artisti Barovier, il Piacevole, vinse il primo premio nella categoria riservata ai fiori a stelo lungo. La pluralità delle opere premiate documenta la capacità della manifattura di lavorare sia sulla complessità delle murrine sia sulla proporzione del vetro soffiato.

Un vaso floreale del 1914 è contrassegnato mediante una tessera murrina recante la sigla AMF1914. La lettura “FMF 1914”, talvolta riportata nei repertori, sembra derivare da una trascrizione inesatta; la documentazione specialistica pubblica chiaramente la forma AMF1914. Il significato completo delle iniziali rimane da accertare.

 

La Biennale del 1914

Alla XI Biennale di Venezia Zecchin e Wolf-Ferrari presentarono vetri figurativi eseguiti dagli Artisti Barovier. Fra le opere più significative figurava probabilmente il vaso con Figure etiopiche, costruito attraverso murrine policrome raffiguranti danzatrici.

Le vesti delle figure richiamano le decorazioni elaborate da Zecchin per gli interni veneziani e le sue composizioni pittoriche. In questo caso il collegamento stilistico rende plausibile una responsabilità progettuale dell’artista. Il vaso documenta però anche l’intervento essenziale della fornace: la figura umana doveva essere scomposta in nuclei cromatici, ricomposta nella canna e infine distribuita sopra la superficie curva.

Le opere del 1914 presentano generalmente pareti più spesse rispetto ai vasi murrini prodotti dopo la guerra. Le tessere risultano poco dilatate e conservano contorni netti, rendendo visibile la struttura tecnica dell’immagine. Questa caratteristica aiuta oggi a distinguere il gruppo secessionista dalle serie più leggere e trasparenti del 1919-1920.

 

La guerra e il trasferimento a Livorno

La Prima guerra mondiale costrinse gli Artisti Barovier a trasferire temporaneamente la produzione a Livorno. La vicinanza del fronte, le difficoltà di approvvigionamento e la riduzione delle esportazioni rendevano precaria la permanenza a Murano.

Il trasferimento di una fornace implicava la ricostruzione dell’intero sistema produttivo: forni, crogioli, ricette, materie prime e organizzazione delle piazze. Giuseppe apparteneva alla generazione anziana e rappresentava una riserva essenziale di conoscenze tecniche, soprattutto nel settore delle murrine.

La produzione degli anni della guerra e del primo dopoguerra rimane difficile da ordinare. Alcuni vasi tradizionalmente datati intorno al 1920 potrebbero essere stati progettati o iniziati prima del conflitto. La continuità delle forme e dei motivi vegetali rende necessaria una valutazione specifica di ogni esemplare.

 

La Vetreria Artistica Barovier & C.

Nel 1919 l’impresa assunse la denominazione Vetreria Artistica Barovier & C. Entrarono nella società Ercole e Nicolò, figli di Benvenuto, e Napoleone, figlio di Giuseppe. Il cambiamento segnò l’avvio del passaggio generazionale, mentre Giuseppe e Benvenuto continuarono a rappresentare la memoria tecnica della manifattura.

La riorganizzazione non corrispose a una rottura immediata. La produzione degli anni 1919-1920 mantiene colori delicati, motivi floreali e una concezione della murrina vicina alla sensibilità dei due maestri anziani.

Alla mostra estiva di Ca’ Pesaro del 1920 furono presentati vasi e coppe in murrine trasparenti. Fiori, stelle, lune e piccoli alberi si dispongono entro pareti più leggere rispetto alle opere del 1913-1914. Le tessere, maggiormente dilatate dalla soffiatura, assumono contorni morbidi e si fondono con il fondo trasparente.

 

La tessera «AB» con corona

Diversi vetri di questa fase recano una tessera murrina con le lettere AB, sormontate da una corona. La sigla identifica gli Artisti Barovier e costituisce uno dei rari strumenti di riconoscimento per una produzione normalmente priva di firme incise.

Una coppa del 1920 presenta murrine a luna e stelle ed è contrassegnata dalla tessera AB. Altri vasi dello stesso gruppo utilizzano stelle policrome e bordi in avventurina.

La presenza della sigla richiede comunque prudenza. Il marchio identifica la manifattura e la fase produttiva, mentre l’attribuzione personale a Giuseppe dipende dal confronto con forme, colori e documentazione. Gli studi recenti osservano che tessere AB furono rinvenute nella sua abitazione dopo la morte e ritengono possibile che numerosi esemplari del 1920 siano stati direttamente ideati o seguiti da lui.

La tessera aiuta inoltre a correggere attribuzioni più antiche. Alcuni vetri realizzati dopo la guerra erano stati assegnati a Zecchin o Wolf-Ferrari sulla base dello stile; il marchio e la documentazione coeva mostrano che appartengono invece alla produzione autonoma dei Barovier.

 

Le murrine degli anni Venti

La ricerca proseguì durante i primi anni Venti. Una monumentale Coppa delle rose, datata intorno al 1925, presenta grandi murrine floreali disposte in fasce concentriche. L’opera viene riferita al disegno di Giuseppe, anche se la sua esecuzione appartiene ormai a una manifattura nella quale la nuova generazione assumeva un ruolo crescente.

La coppa mostra una diversa organizzazione rispetto ai vasi Art Nouveau del 1913-1914. Le rose diventano moduli ripetuti e vengono ordinate secondo una struttura circolare. Il soggetto naturale si trasforma in ritmo decorativo, preparando il passaggio verso le composizioni più geometriche elaborate in seguito da Ercole.

Durante lo stesso periodo compaiono opere attribuite a Ercole, caratterizzate da tralci d’uva, paesaggi e tessere astratte. La compresenza delle due generazioni rende talvolta difficile la distinzione: Giuseppe continuava a utilizzare fiori e immagini riconoscibili, mentre Ercole tendeva progressivamente a trasformare la murrina in elemento strutturale e astratto.

 

Il ritiro

Giuseppe si ritirò dall’attività nella seconda metà degli anni Venti. Aveva lavorato per oltre mezzo secolo e aveva attraversato la Compagnia Venezia Murano, la Salviati dott. Antonio, gli Artisti Barovier e la Vetreria Artistica Barovier & C.

Il passaggio della direzione a Ercole e Nicolò modificò il funzionamento dell’impresa. La figura del maestro-progettista, incarnata da Giuseppe, lasciava spazio a una separazione più netta fra ideazione e lavoro di piazza. Ercole progettava e dirigeva la ricerca; i maestri della fornace eseguivano i modelli.

Giuseppe continuò a vivere a Murano fino al 1942. Poté assistere all’affermazione della manifattura familiare, alla fusione con Ferro Toso e alla nascita della Barovier & Toso, denominazione adottata proprio nell’anno della sua morte.

 

Attribuzioni e problemi catalografici

La ricostruzione del catalogo di Giuseppe presenta difficoltà considerevoli. Nella fase ottocentesca i vetri venivano commercializzati sotto i nomi della Compagnia Venezia Murano o di Salviati. Le opere possono quindi essere attribuite alla manifattura, mentre il riconoscimento del singolo maestro rimane spesso ipotetico.

Il Metropolitan Museum conserva un vaso degli anni Settanta dell’Ottocento attribuito a Giuseppe e un’urna in vetro mosaico assegnata alternativamente a lui o a Benvenuto. Le schede riflettono correttamente il grado di incertezza: lo stile e la provenienza indicano la famiglia Barovier, mentre manca un documento che permetta di distinguere la mano dei due fratelli.

Per le opere del 1913-1914 il problema riguarda invece la distinzione fra progettista ed esecutore. La dicitura più corretta può assumere forme differenti:

Giuseppe Barovier, ideazione ed esecuzione;

oppure:

Vittorio Zecchin o Teodoro Wolf-Ferrari, progetto;
Giuseppe Barovier, interpretazione tecnica ed esecuzione;
Artisti Barovier, manifattura.

Questa articolazione evita di ridurre Giuseppe a semplice traduttore materiale. La preparazione della murrina richiedeva una capacità creativa specifica, poiché il disegno doveva essere ripensato secondo le possibilità del vetro

 

Marchi, tessere e criteri di riconoscimento

Le opere riferibili a Giuseppe possono presentare differenti elementi identificativi. I vetri ottocenteschi sono generalmente privi di firma personale e possono recare etichette Salviati o della Venice and Murano Glass and Mosaic Company.

I pezzi del 1914 possono includere la tessera AMF1914. I vetri del primo dopoguerra possono recare la murrina AB con corona. Esistono inoltre tessere a stella, utilizzate in alcuni gruppi di opere. Nessuno di questi elementi, isolatamente, stabilisce l’intera responsabilità autoriale: deve essere verificato insieme alla tecnica, alla datazione e alla documentazione espositiva.

La struttura della parete costituisce un ulteriore criterio. I vetri secessionisti del 1913-1914 presentano tessere poco deformate e spesso pareti consistenti; le opere del 1920 risultano generalmente più trasparenti e mostrano murrine dilatate dalla soffiatura.

Anche la gamma cromatica può offrire indicazioni. Giuseppe predilige combinazioni delicate, fondi opachi, fiori, foglie, stelle e piccoli paesaggi. Le successive opere di Ercole introducono reti geometriche, frammenti più astratti e una diversa organizzazione della superficie.

 

Fortuna critica e mercato

La rivalutazione di Giuseppe Barovier è relativamente recente. Per lungo tempo la sua attività rimase assorbita nella storia collettiva degli Artisti Barovier e nella fama raggiunta da Ercole. Gli studi sulle murrine e sulle esposizioni di Ca’ Pesaro hanno restituito centralità alla sua opera.

La Murrina del pavone è divenuta il simbolo di questa riscoperta. Nel 2000 un esemplare raggiunse in asta 120.000 dollari, risultato allora eccezionale per il vetro muranese del primo Novecento. Il dato contribuì ad attirare l’attenzione internazionale sul gruppo delle murrine figurative.

Il valore storico di questi vetri dipende dalla rarità e dalla complessità tecnica. Molti erano pezzi da esposizione o prove eseguite in pochi esemplari. La possibilità di associare un’opera a Ca’ Pesaro, alla Mostra dei fiori o alla Biennale del 1914 ne accresce sensibilmente l’importanza documentaria.

Il mercato richiede tuttavia particolare cautela. Il successo delle murrine Barovier ha favorito attribuzioni estensive e datazioni anticipate. Un’opera decorata con fiori o tessere policrome non può essere automaticamente assegnata a Giuseppe; occorre verificare struttura, marchio, bibliografia e provenienza.

 

Valutazione critica

Giuseppe Barovier rappresenta il collegamento più significativo fra la rinascita ottocentesca e la modernità del vetro muranese. Nella prima fase della carriera contribuì al recupero delle forme veneziane e raggiunse una padronanza tecnica esemplare, documentata dalla Coppa Guggenheim e dai vetri mosaico realizzati per Salviati.

Il revival storico gli fornì strumenti, anziché limitarne la ricerca. La conoscenza dei vetri romani e rinascimentali gli permise di comprendere la murrina come struttura della parete e non soltanto come ornamento. Nei primi anni del Novecento trasformò questa tecnica in un mezzo adatto a fiori, animali, paesaggi e composizioni astratte.

La presenza a Ca’ Pesaro nel 1913 segna il riconoscimento della sua autonomia. Giuseppe vi partecipò con il proprio nome e presentò un gruppo coerente di opere, capace di dialogare con la pittura contemporanea. Il vetraio entrava nello spazio dell’esposizione artistica come autore, mantenendo la propria identità di maestro.

La collaborazione con Zecchin e Wolf-Ferrari introdusse a Murano un sistema destinato a diventare centrale nel Novecento: l’artista propone il linguaggio figurativo, il maestro ne verifica la trasformazione tecnica e la fornace organizza la produzione. Giuseppe non occupa una posizione subordinata all’interno di questo rapporto. La sua esperienza determina la forma possibile del progetto e contribuisce al risultato finale.

Le murrine del 1913-1914 rappresentano il vertice della sua attività. La figura viene costruita attraverso il vetro stesso, senza pittura aggiunta. Ogni colore attraversa la materia; ogni tessera partecipa alla struttura; il disegno cambia secondo la luce e il punto di osservazione.

Nelle opere del primo dopoguerra il linguaggio diventa più lieve. Stelle, lune, fiori e alberi si dilatano dentro pareti trasparenti. La sigla AB con corona identifica una produzione familiare nella quale Giuseppe conserva ancora un ruolo importante, mentre Ercole e Nicolò preparano la nuova fase.

Il contributo di Giuseppe prosegue idealmente nella ricerca di Ercole. Le tessere degli Argo, degli Intarsio e dei Rotellati derivano da una cultura materiale sviluppata dalla generazione precedente. Ercole ne accentuerà la componente geometrica e astratta; Giuseppe aveva dimostrato che una parete di vetro poteva essere costruita come un mosaico, conservando la fluidità del recipiente soffiato.

La sua opera merita quindi una posizione autonoma nella storia del vetro europeo. Giuseppe Barovier fu uno degli ultimi grandi maestri formati nel sistema ottocentesco e, contemporaneamente, uno dei primi autori muranesi capaci di riconoscere nella murrina un linguaggio pienamente moderno.

 

 

Giorgio Catania

 

Note

1. Per gli estremi biografici viene adottata la cronologia 1853-1942, registrata dal Metropolitan Museum, dal Corning Museum of Glass e dal British Museum. La precedente data 1863, riportata da alcune voci enciclopediche, appare meno coerente con la documentazione museale più recente.

2. Antonio Salviati, nato nel 1816, non poté essere compagno di studi di Giuseppe. Fu l’imprenditore presso le cui aziende si formarono Giovanni, Giuseppe, Benvenuto e Benedetto Barovier.

3. Il British Museum colloca la fondazione dell’impresa familiare nel 1878 e l’acquisizione della fornace Salviati nel 1883; la denominazione Artisti Barovier si affermò nel 1896.

4. La Coppa Guggenheim, probabilmente eseguita da Giuseppe intorno al 1875, è conservata al Corning Museum of Glass.

5. Cristina Tonini documenta l’attività di Giuseppe e Benvenuto nel recupero del vetro mosaico per la Salviati dott. Antonio.

6. Gli studi recenti riconoscono Giuseppe come progettista e pittore dilettante, dotato di capacità creative autonome.

7. Alla mostra di Ca’ Pesaro del 1913 Giuseppe presentò dodici opere, fra cui la Murrina del pavone, vasi piumati e recipienti con murrine floreali.

8. Il Corning Museum cataloga Giuseppe come esecutore della Murrina del pavone e mantiene prudente l’attribuzione del progetto a Zecchin o Wolf-Ferrari.

9. Il vaso Nuovo, decorato con rose e foglie, ottenne il primo premio alla Mostra dei fiori del 1914.

10. La sigla pubblicata dalla documentazione specialistica è AMF1914, non “FMF 1914”.

11. Dal 1919, con l’ingresso di Ercole, Nicolò e Napoleone, la società assunse la denominazione Vetreria Artistica Barovier & C.

12. I vasi e le coppe presentati a Ca’ Pesaro nel 1920 recavano frequentemente la tessera AB con corona e vengono ricondotti alla sensibilità di Giuseppe e Benvenuto.

13. La Coppa delle rose, databile intorno al 1925, è riferita al disegno di Giuseppe Barovier.

14. La distinzione fra le murrine del 1913-1914 e quelle del primo dopoguerra si fonda soprattutto sullo spessore delle pareti e sul grado di dilatazione delle tessere.

 

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Mostra e fiera dei fiori, catalogo della mostra, Palazzo Ducale, Venezia 1914.

XI Esposizione internazionale d’arte della città di Venezia, catalogo generale, Venezia 1914.

IX Esposizione d’arte e industrie veneziane, catalogo della mostra, Opera Bevilacqua La Masa, Ca’ Pesaro, Venezia 1913.