Diego Barovier

Attivo a Murano nel primo terzo del Novecento

 

Il maestro dei soffiati sottili tra Andrea Rioda, Cappellin Venini e MVM Cappellin

 

 

 

Diego Barovier, conosciuto nell’ambiente muranese anche con il soprannome Ceno, fu uno dei maestri vetrai che resero materialmente possibile il rinnovamento del vetro veneziano nei primi anni Venti. La sua vicenda professionale si svolse dapprima nella fornace di Andrea Rioda, quindi nella Vetri Soffiati Muranesi Cappellin Venini & C. e infine nella Maestri Vetrai Muranesi Cappellin & C.

Le fonti consultate conservano soprattutto il suo percorso professionale. Gli estremi anagrafici, la genealogia precisa all’interno della vasta famiglia Barovier e gli anni dell’apprendistato rimangono da definire attraverso i registri muranesi e gli archivi aziendali. La documentazione disponibile permette tuttavia di riconoscere in Diego uno dei più abili esecutori dei sottili soffiati disegnati da Vittorio Zecchin e presentati nelle principali esposizioni italiane del periodo. Il soprannome Ceno è attestato sia dalla documentazione relativa alla fornace Cappellin sia dalla memoria familiare raccolta in tempi recenti.[1]

 

La formazione nella fornace di Andrea Rioda

Diego Barovier si formò professionalmente presso la vetreria di Andrea Rioda, industriale e tecnico muranese attivo tra la fine dell’Ottocento e il primo dopoguerra. Rioda possedeva una conoscenza approfondita delle composizioni vitree e aveva sviluppato una produzione caratterizzata da pareti sottili, colori delicati e forme essenziali, fondate sulla migliore tradizione rinascimentale veneziana.[2]

L’ambiente della fornace riuniva alcuni maestri destinati a occupare una posizione importante nella stagione successiva: Giovanni Seguso, detto Patare, Diego Barovier, Raffaele Ferro, Attilio Moratto e Malvino Pavanello. La loro abilità consisteva nella capacità di ottenere recipienti ampi e leggeri, con pareti regolari, piedi applicati, colli sottili e anse di notevole sviluppo.

Una forma apparentemente semplice richiedeva una competenza elevata. Il maestro doveva distribuire uniformemente il vetro nella bolla, mantenere l’asse dell’oggetto durante la soffiatura e controllare l’apertura della bocca senza alterare la parete. Nei vasi biansati le anse venivano preparate separatamente, applicate sul corpo ancora caldo e tirate fino a raggiungere la forma prevista. La leggerezza finale dipendeva dalla precisione di ogni passaggio.

Rioda avrebbe dovuto entrare nella nuova società progettata da Giacomo Cappellin e Paolo Venini con il ruolo di direttore tecnico. Morì nell’agosto 1921, prima dell’avvio effettivo dell’impresa, costituita nel dicembre dello stesso anno. Cappellin e Venini rilevarono la sua fornace in Fondamenta dei Vetrai insieme a una parte delle maestranze. Diego Barovier apparteneva al gruppo che aderì alla nuova azienda.[3]

 

La Cappellin Venini & C.

La Vetri Soffiati Muranesi Cappellin Venini & C. nacque dall’incontro fra Giacomo Cappellin, antiquario veneziano, Paolo Venini, avvocato milanese, e Vittorio Zecchin, pittore e artista decoratore muranese. A Zecchin venne affidata la direzione artistica, mentre Giovanni Seguso assunse un ruolo tecnico centrale nella fornace.

La produzione rappresentò una svolta rispetto al virtuosismo tardottocentesco. Le complesse applicazioni zoomorfe e i colori sovrapposti lasciarono spazio a profili continui, superfici limpide e tonalità acquamarina, pagliesco, ametista, verde tenue e blu. I modelli guardavano al vetro veneziano del Rinascimento attraverso le immagini conservate nei dipinti di Tiziano, Veronese, Tintoretto e Holbein.[4]

Diego Barovier fu uno dei principali maestri incaricati di tradurre i disegni di Zecchin. Franco Deboni lo ricorda, insieme a Nane Seguso, Nino Pavanello e Attilio Moratto, fra gli artefici dell’altissimo livello esecutivo raggiunto dalla manifattura.

La posizione di Diego apparteneva al lavoro di fornace. Zecchin stabiliva forma, proporzioni e orientamento estetico; il maestro individuava il modo di ottenere concretamente il modello. Fra il disegno e l’opera intervenivano prove, modifiche degli spessori, adattamenti delle anse e verifiche delle temperature. La qualità dipendeva dalla capacità di preservare nel vetro soffiato la purezza della linea prevista.

 

Il Veronese, l’Holbein e la Libellula

Tra i modelli più rappresentativi della Cappellin Venini figura il vaso Veronese, derivato dal recipiente raffigurato nell’Annunciazione di Paolo Veronese conservata alle Gallerie dell’Accademia. Il lungo collo cilindrico, il corpo tondeggiante e il piede a disco formano una struttura di grande equilibrio. Il vaso divenne presto un emblema della manifattura.

L’Holbein riprende invece una tipologia osservabile nel Ritratto del mercante Georg Gisze di Hans Holbein. Il corpo ampio e le due anse definiscono un oggetto nel quale il riferimento storico viene trasformato attraverso l’alleggerimento delle proporzioni.

La coppa o vaso Libellula presenta grandi anse sottili, allungate lateralmente e ripiegate verso il corpo. Il nome descrive l’impressione di leggerezza prodotta dagli elementi applicati, simili alle ali dell’insetto. Un esemplare dell’epoca appartenne a Gabriele d’Annunzio ed è conservato al Vittoriale degli Italiani.

Diego Barovier partecipò alla produzione di queste collezioni come uno dei maestri principali della fornace. La documentazione disponibile associa il gruppo dei modelli alla squadra formata da Seguso, Barovier, Ferro, Moratto e Pavanello; l’assegnazione di un determinato esemplare alla mano individuale di Diego richiede invece una specifica attestazione archivistica.

Questa distinzione risulta essenziale. Il modello appartiene a Vittorio Zecchin; l’esecuzione appartiene al maestro e alla sua piazza; la commercializzazione e il marchio appartengono alla Cappellin Venini. L’oggetto nasce dall’incontro fra queste responsabilità.

 

La Mostra di Monza del 1923

La prima grande affermazione pubblica della Cappellin Venini avvenne alla I Esposizione internazionale delle arti decorative di Monza del 1923. La manifattura presentò i nuovi soffiati disegnati da Zecchin, ottenendo un notevole successo critico.

La mostra rese evidente la novità della produzione. La tradizione rinascimentale veniva recuperata attraverso la proporzione, la trasparenza e il controllo della materia. L’oggetto manteneva il carattere manuale del vetro muranese e acquistava una chiarezza formale compatibile con il gusto moderno.[5]

La partecipazione di Diego alla realizzazione di queste opere viene attestata dalla sua presenza fra i maestri provenienti dalla fornace Rioda e incorporati nella nuova società. La qualità delle pareti sottili, delle imboccature ribattute e delle grandi anse richiedeva proprio il genere di competenza maturato nella precedente esperienza.

Il maestro agiva inoltre come coordinatore della piazza. Distribuiva le operazioni fra servente, serventino e garzoni, seguiva la preparazione delle parti e decideva il momento degli interventi. La traduzione di una forma essenziale richiedeva una squadra particolarmente disciplinata, poiché ogni irregolarità risultava immediatamente visibile.

 

La XIV Biennale di Venezia del 1924

Nel 1924 la Cappellin Venini partecipò alla XIV Esposizione internazionale d’arte della città di Venezia. Le fonti biografiche dedicate a Diego Barovier ricordano espressamente che in questa occasione furono esposte sue esecuzioni. La manifestazione si svolse nello stesso anno e rappresentò una delle prime apparizioni del nuovo vetro muranese all’interno della Biennale veneziana.[6]

L’espressione «sue esecuzioni» va intesa nel sistema produttivo dell’epoca. Diego presentava oggetti foggiati da lui e dalla propria squadra su modelli elaborati dalla direzione artistica. La responsabilità esecutiva acquistava una visibilità pubblica, pur rimanendo inserita sotto il nome della manifattura.

La Biennale segnò un passaggio importante. I vetri muranesi entravano in una rassegna dedicata prevalentemente alla pittura e alla scultura e venivano giudicati come espressioni artistiche contemporanee. La qualità del progetto acquisiva pieno significato attraverso la perfezione del soffio.

I cataloghi successivi hanno privilegiato il nome di Vittorio Zecchin e quello della Cappellin Venini. Il riferimento a Diego permette di recuperare la presenza del maestro e di comprendere come la novità formale dipendesse da una manualità altamente specializzata.

 

La leggerezza come risultato tecnico

La leggerezza dei vetri Cappellin Venini rappresenta un risultato tecnico prima ancora che visivo. Il maestro raccoglieva una quantità relativamente contenuta di materia, la distribuiva soffiando e ruotando la canna e conservava uno spessore uniforme lungo l’intera parete.

La forma doveva rimanere stabile durante l’applicazione del piede e delle anse. Un corpo troppo freddo avrebbe impedito la saldatura; una temperatura eccessiva avrebbe deformato il profilo. La trasparenza rendeva percepibili bolle, impurità, pieghe e differenze di spessore, imponendo un controllo particolarmente severo.

Le tonalità leggere accentuavano questa esigenza. Nel pagliesco, nell’acquamarina e nel verdognolo ogni irregolarità cromatica risultava evidente. Il maestro doveva inoltre evitare che il successivo riscaldamento alterasse l’intensità e la distribuzione del colore.

Diego Barovier apparteneva alla generazione capace di ottenere ampi recipienti attraverso una materia ridotta all’essenziale. La sua competenza si accordava perfettamente con il programma di Zecchin: il disegno trovava piena espressione nella misura, nella limpidezza e nella continuità della superficie.

 

La separazione fra Cappellin e Venini

Nel 1925 il rapporto fra Giacomo Cappellin e Paolo Venini giunse alla conclusione. Dalla divisione nacquero due aziende: la Vetri Soffiati Muranesi Venini & C. e la Maestri Vetrai Muranesi Cappellin & C.

Diego seguì Cappellin nella nuova impresa, insieme a Giovanni Seguso detto Patare, Raffaele Ferro, Attilio Moratto, Malvino Pavanello, Romano Zanetti e Antonio Toso. I maestri entrarono inizialmente nella compagine societaria con quote minoritarie. La denominazione “Maestri Vetrai Muranesi” riconosceva formalmente la loro presenza nella struttura aziendale.[7]

La nuova vetreria trovò sede a Palazzo Da Mula. Vittorio Zecchin rimase direttore artistico e continuò a progettare soffiati sottili, filigrane e oggetti dai colori delicati. La società si presentò già nel 1925 all’Exposition internationale des arts décoratifs et industriels modernes di Parigi, separatamente dalla Venini.[8]

La scelta di Diego conferma il rapporto costruito con Cappellin e con il programma di Zecchin. Il maestro apparteneva al nucleo tecnico sul quale l’imprenditore fondava la reputazione della nuova società.

 

Dalla direzione di Zecchin a Carlo Scarpa

Vittorio Zecchin lasciò la MVM Cappellin nell’ottobre 1926. La direzione progettuale passò progressivamente a Carlo Scarpa, giovane architetto che aveva già partecipato al restauro e alla sistemazione della sede di Palazzo Da Mula.

La produzione cambiò gradualmente carattere. Ai sottili vetri trasparenti si affiancarono forme più raccolte, vetri opachi, superfici iridate, inclusioni metalliche e colori più densi. Scarpa introduceva un linguaggio fondato su volumi elementari e sulla qualità della materia.

Diego rimase nella società e partecipò quindi a entrambe le fasi: quella dei soffiati trasparenti di Zecchin e quella dei primi modelli progettati da Scarpa. La permanenza lo colloca in un punto particolarmente significativo della storia muranese. Il maestro dovette adattare una tecnica formatasi sulla sottigliezza rinascimentale alle nuove richieste di spessore, opacità e trattamento superficiale.

Le fonti oggi disponibili permettono di documentare la sua presenza nella squadra, mentre l’associazione con singoli modelli scarpiani richiede ulteriori riscontri. Il catalogo della MVM Cappellin registra la manifattura e il progettista; il nome dell’esecutore emerge soprattutto dai documenti societari e dalle memorie interne.

La crisi della MVM Cappellin

La MVM Cappellin raggiunse risultati qualitativi eccezionali, accompagnati da costi di produzione elevati. La selezione severa degli esemplari, la complessità delle lavorazioni e la prodigalità di Giacomo Cappellin contribuirono a una situazione finanziaria progressivamente difficile.

Nel 1929 i maestri cedettero le proprie quote societarie, continuando tuttavia a lavorare come dipendenti. La produzione proseguì fino al 1931; il fallimento formale si concluse all’inizio del 1932.

La documentazione colloca quindi Diego Barovier nella MVM Cappellin almeno fino alla trasformazione dei rapporti societari. La sua attività successiva rimane da ricostruire. I repertori biografici consultati concentrano il profilo sulle esperienze Rioda, Cappellin Venini e MVM Cappellin, senza offrire una cronologia degli anni seguenti.

Questa lacuna suggerisce una ricerca nei libri paga, negli stati di famiglia muranesi, negli archivi delle fornaci e nei registri della Camera di commercio. La precisa identificazione genealogica potrebbe inoltre chiarire eventuali rapporti con altri rami della famiglia Barovier.

 

Il problema dell’attribuzione

I vetri eseguiti da Diego recano generalmente il marchio della manifattura. Gli esemplari Cappellin Venini possono essere privi di firma oppure presentare sigle aziendali; quelli della MVM Cappellin recano talvolta il marchio ad acido «MVM Cappellin & C. Murano».

Il marchio identifica l’impresa e l’epoca produttiva. La responsabilità del disegno viene attribuita a Vittorio Zecchin o Carlo Scarpa attraverso cataloghi, disegni e fotografie. Il riconoscimento del maestro esecutore richiede una fonte aggiuntiva: annotazioni di fornace, testimonianze, registri, fotografie corredate da didascalie o provenienze familiari.

La perfezione del soffio può indicare l’intervento di una delle migliori piazze, mentre offre elementi limitati per distinguere Diego da Giovanni Seguso, Raffaele Ferro o Malvino Pavanello. I maestri condividevano tecniche, strumenti e modelli aziendali; ciascuno conservava una propria sensibilità, raramente registrata nei documenti commerciali.

Una catalogazione accurata dovrebbe quindi adottare una formula articolata:

Vittorio Zecchin, progetto;
Diego Barovier, maestro esecutore, quando documentato;
Cappellin Venini & C., manifattura.

La stessa struttura vale per gli eventuali vetri eseguiti sotto la direzione di Carlo Scarpa presso la MVM Cappellin.

 

Valutazione critica

Diego Barovier appartiene alla generazione di maestri che rese possibile la nascita del vetro muranese moderno. La sua importanza deriva dalla qualità dell’esecuzione e dalla capacità di attraversare tre contesti produttivi decisivi: la fornace di Andrea Rioda, la Cappellin Venini e la MVM Cappellin.

Da Rioda ricevette una cultura tecnica fondata sul vetro sottile, sulla regolarità della parete e sulla purezza del profilo. Nella Cappellin Venini applicò questa esperienza ai modelli di Vittorio Zecchin, contribuendo alla definizione di un nuovo rapporto fra artista e fornace. Alla MVM Cappellin partecipò alla trasformazione che condusse dai soffiati trasparenti alle ricerche materiche di Carlo Scarpa.

La partecipazione alla Biennale del 1924 assume un valore particolare. Il riconoscimento delle sue esecuzioni mostra che il maestro veniva ancora percepito come artefice qualificato, dotato di una responsabilità distinta rispetto al progettista. La successiva storiografia, concentrandosi sugli artisti e sulle aziende, ha ridotto la visibilità di questa componente.

Il vetro di Zecchin vive attraverso la precisione della linea; tale precisione deriva dal lavoro degli uomini che guidavano la piazza. Diego Barovier fu uno di questi. La sua biografia frammentaria rappresenta una condizione comune a molti grandi maestri muranesi: le opere sono conservate e celebrate, mentre il nome dell’esecutore rimane affidato a pochi documenti.

Restituire a Diego il proprio ruolo significa riconoscere la natura collettiva del vetro. L’idea, la materia e il gesto concorrono alla stessa forma. Nelle migliori opere Cappellin Venini la semplicità è il risultato di una tecnica estremamente avanzata, dominata da maestri capaci di far apparire naturale ciò che richiedeva anni di esperienza.

 

 

Giorgio Catania

 

 

Note

1. Le fonti biografiche lo registrano come Diego Barovier, maestro vetraio attivo presso Andrea Rioda e Cappellin Venini. Il soprannome Ceno compare nella documentazione relativa alle maestranze Cappellin e viene confermato da testimonianze familiari.

2. Andrea Rioda fu tecnico, produttore e maestro particolarmente apprezzato per la qualità dei sottili soffiati trasparenti. Avrebbe dovuto assumere la direzione tecnica della società Cappellin Venini, ma morì nell’agosto 1921.

3. La Cappellin Venini & C. fu costituita nel dicembre 1921 e rilevò la fornace di Rioda insieme a una parte dei suoi principali maestri: Giovanni Seguso, Diego Barovier, Raffaele Ferro, Attilio Moratto e Malvino Pavanello.

4. Franco Deboni ricorda Diego tra i maestri responsabili dell’elevatissimo standard qualitativo dei vetri Cappellin Venini.

5. La Cappellin Venini partecipò alla I Esposizione internazionale delle arti decorative di Monza nel 1923 con i soffiati disegnati da Vittorio Zecchin.

6. La XIV Esposizione internazionale d’arte della città di Venezia si svolse nel 1924. La scheda biografica di Diego riferisce che furono esposte sue esecuzioni realizzate per la Cappellin Venini.

7. Dopo la separazione fra Cappellin e Venini, Diego entrò nella MVM Cappellin & C. come socio minoritario insieme ad altri maestri della precedente società.

8. La MVM Cappellin partecipò all’Esposizione internazionale di Parigi del 1925. Vittorio Zecchin rimase inizialmente alla direzione artistica e venne sostituito tra il 1927 e il 1928 da Carlo Scarpa.

9. Nel 1929 i maestri cedettero le proprie quote, continuando a prestare la loro opera come dipendenti. La produzione cessò nel 1931 e il fallimento venne formalizzato nel 1932.

10. La documentazione disponibile identifica Diego come maestro della fornace, mentre l’attribuzione dei singoli esemplari richiede registri, fotografie annotate o altre fonti aziendali. La firma della manifattura documenta la produzione, mentre il catalogo storico individua generalmente il progettista.

 

 

Bibliografia

Marino Barovier, Carla Sonego, a cura di, Vittorio Zecchin. I vetri trasparenti per Cappellin e Venini, Skira, Milano 2017.

Anna Venini Diaz de Santillana, a cura di, Venini. Catalogo ragionato 1921-1986, Skira, Milano 2000.

Marc Heiremans, 20th Century Murano Glass. From Craft to Design, Arnoldsche Art Publishers, Stoccarda 1996.

Marina Barovier, Rosa Barovier Mentasti, Attilia Dorigato, Il vetro di Murano alle Biennali 1895-1972, Leonardo Arte, Milano 1995.

Marina Barovier, Carlo Scarpa. I vetri di Murano 1927-1947, Il Cardo, Venezia 1991.

Rosa Barovier Mentasti, «Cappellin, Giacomo», in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. XXXIV, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma 1988.

Rosa Barovier Mentasti, Attilia Dorigato, Astone Gasparetto, Tullio Toninato, Mille anni di arte del vetro a Venezia, Albrizzi, Venezia 1982.

Carlo Pirovano, Giuseppina Borsano, a cura di, Vetri Murano oggi, Electa, Milano 1981.

Giuseppe Perocco, Vittorio Zecchin, Electa, Milano 1981.

Rosa Barovier Mentasti, Vetri di Murano del ’900, Museo Vetrario di Murano, Venezia 1977.

Rossana Bossaglia, Il Déco italiano. Fisionomia dello stile 1925 in Italia, Rizzoli, Milano 1975.

Astone Gasparetto, Vetri di Murano 1860-1960, Bestetti, Milano-Roma 1960.

Astone Gasparetto, Il vetro di Murano dalle origini ad oggi, Neri Pozza, Venezia 1958.

Giulio Lorenzetti, L’arte del vetro e del cristallo, in L’Italia alla Esposizione internazionale di arti decorative e industriali moderne in Parigi, Roma 1925.

XIV Esposizione internazionale d’arte della città di Venezia. Catalogo ufficiale, Venezia 1924.

Carlo Carrà, L’arte decorativa contemporanea alla Prima Biennale internazionale di Monza, Alpes, Milano 1923.