Barovier «Dedoli»

Attivo a Murano almeno negli anni Venti del Novecento

 

Un maestro vetraio della prima stagione Venini

 

 

La figura tramandata dalle fonti come Barovier «Dedoli», oppure Dedoli Barovier, appartiene a quel gruppo di maestri vetrai che contribuirono concretamente all’affermazione della Venini senza acquisire una biografia pubblica paragonabile a quella degli artisti e dei direttori della manifattura. Di lui rimangono poche informazioni: lavorò come maestro presso la Venini & C. e alcune sue realizzazioni furono presentate alla XVI Esposizione internazionale d’arte di Venezia del 1928.[1]

La scarsità dei dati consiglia di concentrare l’attenzione sul ruolo professionale. Dedoli partecipò a una fase decisiva della storia della fornace, quando Napoleone Martinuzzi stava trasformando il vetro sottile e lineare degli anni di Vittorio Zecchin in una materia più densa, plastica e scultorea. L’esecuzione di quei modelli richiedeva maestri capaci di interpretare disegni e indicazioni, sperimentare nuovi impasti e governare masse vitree di notevole spessore.

 

Il nome e la documentazione

Le fonti disponibili conservano il cognome Barovier accompagnato dal soprannome Dedoli. Il nome di battesimo, le date di nascita e di morte, la formazione e la precisa posizione genealogica all’interno della vasta famiglia Barovier attendono una conferma documentaria.

La forma «Barovier “Dedoli”» appare negli elenchi dedicati alle maestranze della Venini accanto ad Arturo Biasutto, detto Boboli, Ferdinando Toso, detto Fei, Mario Tosi, detto Grasso, e Mario Coletti, detto Farai. L’uso del soprannome rispondeva a una pratica radicata nella comunità muranese, dove la ripetizione degli stessi cognomi e nomi rendeva necessario distinguere famiglie, rami e singoli lavoratori attraverso appellativi trasmessi anche fra generazioni.[2]

La disposizione «Dedoli Barovier», utilizzata in alcune schede biografiche, può far apparire Dedoli come nome proprio. La documentazione relativa alla Venini suggerisce invece la lettura Barovier, detto Dedoli. Una futura ricerca nei registri della popolazione di Murano, nei libri paga e nelle carte aziendali potrebbe consentire di identificarlo con maggiore precisione.

 

La Venini dopo la separazione da Cappellin

La Vetri Soffiati Muranesi Venini & C. nacque nel 1925 dalla separazione fra Giacomo Cappellin e Paolo Venini. La direzione artistica venne affidata a Napoleone Martinuzzi, scultore veneziano che aveva già collaborato con la precedente Cappellin Venini e che nello stesso periodo dirigeva il Museo Vetrario di Murano.

Martinuzzi conservò inizialmente alcune forme slanciate e trasparenti legate all’esperienza di Vittorio Zecchin. In breve tempo sviluppò recipienti più compatti, animali, frutti, piante e figure. Il vetro acquistò spessore e peso, mentre superfici costolate, applicazioni e impasti opachi rafforzavano il carattere plastico dell’oggetto.[3]

La trasformazione dipendeva dalla capacità della fornace di tradurre l’idea dello scultore in un processo eseguibile. Paolo Venini coordinava produzione, mercato e rapporti con le esposizioni; Martinuzzi definiva il linguaggio artistico; i maestri stabilivano concretamente quantità di vetro, temperature, successione delle prese, forme degli stampi e tempi delle applicazioni.

Dedoli operò dentro questo sistema. La qualifica di maestro indica la capacità di dirigere una piazza, organizzando il lavoro di servente, serventino e garzoni e assumendo la responsabilità dell’esecuzione. Il maestro riceveva il progetto e lo interpretava attraverso la propria esperienza. Il risultato dipendeva tanto dalla concezione iniziale quanto dalla qualità delle decisioni prese davanti al forno.

 

Il maestro come interprete

Nella fornace muranese il disegno costituisce l’avvio del lavoro. Il vetro caldo introduce variabili che richiedono continue correzioni: viscosità, temperatura, gravità, spessore e velocità di raffreddamento modificano la forma durante ogni passaggio.

Il maestro deve prevedere il comportamento della massa. Una costolatura ottenuta nello stampo può aprirsi durante la soffiatura; un’applicazione troppo fredda aderisce con difficoltà; una parte eccessivamente calda perde il profilo. Nei vetri pesanti la superficie si irrigidisce mentre il nucleo conserva mobilità, rendendo particolarmente delicata la costruzione di anse, piedi e rilievi.

L’opera conclusa appartiene quindi a un’autorialità articolata. Martinuzzi forniva la concezione plastica; Paolo Venini ne valutava l’inserimento nel catalogo; il maestro costruiva il procedimento esecutivo; la squadra assicurava la continuità delle operazioni. La presenza di Dedoli fra le maestranze ricordate dalla storiografia Venini documenta una responsabilità professionale concreta, anche quando il singolo oggetto conserva soltanto il marchio della manifattura.

 

La XVI Biennale di Venezia del 1928

La XVI Esposizione internazionale d’arte della città di Venezia si svolse nel 1928. In quella occasione la Venini presentò uno dei gruppi più importanti della direzione Martinuzzi. Le fonti biografiche dedicate a Dedoli riferiscono che furono esposti alcuni oggetti da lui realizzati.[4]

La Biennale segnò l’affermazione del vetro pulegoso, materiale semiopaco disseminato di innumerevoli bollicine. L’impasto permetteva di ottenere una consistenza visiva più densa rispetto al cristallo tradizionale e si adattava alle intenzioni scultoree di Martinuzzi. Le forme assumevano spessori maggiori, profonde costolature, anse robuste e profili ispirati ad anfore, coppe antiche e organismi vegetali.

Nella stessa esposizione comparvero animali e oggetti figurativi. Il catalogo ragionato della Venini documenta l’Anatroccolo, in cristallo soffiato decorato con canne zanfiriche incrociate, esposto insieme a un coniglio, un pellicano e una papera affini per concezione. Sono inoltre registrati un piatto decorato con un cavallino e una grande zucca in vetro rosso opaco con particolari verdi.

Queste opere mostrano l’ampiezza tecnica richiesta alla squadra della fornace: vetri trasparenti e opachi, canne zanfiriche, applicazioni, modellazione figurativa, recipienti di notevole spessore e nuovi impasti a bollicine. La presenza di Dedoli alla Biennale va letta entro questo laboratorio collettivo.

 

Quali opere eseguì Dedoli

Le fonti sintetiche affermano che Dedoli espose alcune proprie realizzazioni, mentre il catalogo ragionato assegna la progettazione delle opere del 1928 a Napoleone Martinuzzi e l’esecuzione alla Venini. La corrispondenza fra il nome del maestro e i singoli numeri di catalogo rimane quindi da ricostruire.

La formulazione corretta per un’opera documentata dovrebbe distinguere tre livelli:

Napoleone Martinuzzi, progetto;
Barovier detto Dedoli, maestro esecutore, quando attestato;
Vetri Soffiati Muranesi Venini & C., manifattura.

In assenza di un documento specifico, l’indicazione più prudente rimane: «disegno di Napoleone Martinuzzi, esecuzione Venini». L’inserimento del nome di Dedoli richiede una fotografia annotata, un registro aziendale, una scheda della Biennale oppure una testimonianza coeva che colleghi il maestro a quel determinato esemplare.

La distinzione assume particolare rilievo per le opere del 1928. L’introduzione del pulegoso e il passaggio verso il vetro scultoreo coinvolsero necessariamente le maestranze, ma la storiografia ha privilegiato la personalità di Martinuzzi. Il nome di Dedoli permette di intravedere la componente esecutiva sulla quale si fondò quella stagione.

 

Dal disegno alla serie

Il lavoro del maestro riguardava anche la trasformazione del prototipo in modello ripetibile. Una prima prova poteva richiedere quantità diverse di materia, modifiche allo stampo, riduzione delle dimensioni o semplificazione delle applicazioni. Una volta raggiunto un risultato soddisfacente, il procedimento veniva trasmesso alla piazza e registrato nei cataloghi aziendali.

Questa attività possiede una componente progettuale. Il maestro valutava quali passaggi potessero essere ripetuti e quali restassero affidati alla sensibilità individuale. Nei vetri figurativi, ogni animale conservava leggere differenze; nei recipienti costolati la struttura generale rimaneva stabile, mentre spessori e inclinazioni variavano da un esemplare all’altro.

Dedoli appartiene dunque alla storia della Venini come interprete del progetto e responsabile della sua realizzazione. La sua posizione differisce da quella di Martinuzzi, autore dei modelli, e da quella di Paolo Venini, direttore imprenditoriale e promotore della manifattura. Le tre funzioni partecipavano alla stessa opera, secondo responsabilità distinte.

 

La persistenza del nome nella storia Venini

Gli elenchi dedicati ai maestri Venini ricordano Dedoli insieme ad alcune delle personalità tecniche più importanti della fornace: Arturo Biasutto, Oscar Zanetti, Ferdinando Toso, Giacomo Toffolo, Oreste Toso, Mario Tosi e Mario Coletti. Questa presenza indica che la sua attività ebbe un rilievo sufficiente per essere conservata nella memoria aziendale e nella tradizione orale muranese.[5]

Il dato suggerisce una permanenza professionale più ampia rispetto al solo episodio del 1928, anche se le date esatte del rapporto con Venini restano da precisare. La Biennale costituisce il punto documentario più sicuro; l’elenco delle maestranze lo inserisce nella continuità produttiva della manifattura.

La scarsità di informazioni riflette una caratteristica generale degli studi sul vetro muranese. Artisti, architetti e direttori disponevano di disegni firmati, articoli e partecipazioni pubbliche. I maestri comparivano raramente nei cataloghi, poiché la loro opera era considerata parte dell’identità collettiva della fornace.

 

Attribuzione e mercato

Il nome Dedoli compare raramente nelle schede antiquariali. La maggior parte dei vetri Venini degli anni Venti viene attribuita a Napoleone Martinuzzi come progettista e alla Venini come manifattura. Questa formulazione rimane adeguata per il mercato, ma lascia aperta la ricostruzione della responsabilità esecutiva.

Un’attribuzione personale a Dedoli acquisirebbe valore storico quando sostenuta da documentazione d’archivio. La qualità dell’esecuzione, da sola, permette di riconoscere il lavoro di una grande piazza Venini; offre invece elementi insufficienti per distinguere fra più maestri formati nello stesso ambiente.

Etichette, numeri del catalogo blu, fotografie degli stand, provenienze familiari e annotazioni sui disegni possono contribuire alla ricerca. Particolare importanza assumono i documenti relativi alla Biennale del 1928, dove il suo nome venne associato pubblicamente ad alcune realizzazioni.

 

Valutazione critica

Barovier «Dedoli» rappresenta una figura marginale soltanto sul piano documentario. La sua qualifica di maestro presso la Venini e la presenza alla Biennale del 1928 lo collocano nel momento in cui la manifattura sviluppò alcune delle innovazioni decisive del vetro muranese del Novecento.

Il suo interesse storico deriva anzitutto dal ruolo. Dedoli apparteneva agli uomini che trasformavano un’idea in materia: raccoglievano il vetro, dirigevano la piazza, verificavano lo stampo, applicavano le parti e correggevano la forma durante l’esecuzione. Il successo delle opere di Martinuzzi dipese dalla capacità di questi maestri di comprendere un linguaggio scultoreo nuovo e di renderlo compatibile con la fornace.

La Biennale del 1928 sancì il passaggio verso il pulegoso, i vetri pesanti, gli animali e le grandi forme plastiche. Dedoli partecipò a tale stagione come maestro esecutore. Il suo nome invita quindi a leggere la storia Venini attraverso l’interazione fra artista, imprenditore e squadra di fornace.

Un futuro approfondimento archivistico potrà precisarne identità, genealogia e catalogo. La documentazione già disponibile consente intanto di restituirgli una posizione precisa: quella di uno dei maestri che resero materialmente possibile la prima grande stagione della Venini.

 

 

Giorgio Catania

 

 

Note

1. La voce biografica disponibile lo registra come «Dedoli Barovier», maestro vetraio della Venini & C., e riferisce la presentazione di alcune sue realizzazioni alla XVI Biennale del 1928.

2. Negli elenchi delle maestranze Venini compare come Barovier «Dedoli», accanto ad altri maestri identificati attraverso soprannomi muranesi: Biasutto «Boboli», Toso «Fei», Tosi «Grasso» e Coletti «Farai».

3. La Venini & C. nacque nel 1925 dopo la separazione dalla Cappellin Venini. Napoleone Martinuzzi ne assunse la direzione artistica, sviluppando vetri trasparenti, opachi, figurativi e, dal 1928, pulegosi.

4. La XVI Esposizione internazionale d’arte della città di Venezia ebbe luogo nel 1928. La partecipazione personale di Dedoli è ricordata dalle schede biografiche muranesi.

5. Franco Deboni include Barovier «Dedoli» fra i maestri che contribuirono agli elevati standard esecutivi della Venini.

6. Il catalogo ragionato documenta tra le opere della Biennale del 1928 l’Anatroccolo, insieme ad animali stilisticamente affini, il piatto con cavallino e la Zucca.

7. La presentazione dei primi vetri pulegosi alla Biennale del 1928 è ricostruita attraverso l’Archivio Venini e gli studi dedicati a Napoleone Martinuzzi.

8. L’assenza del nome Dedoli nelle singole schede del catalogo ragionato riflette la prassi di registrare progettista e manifattura, lasciando spesso in secondo piano il maestro esecutore.

 

 

Bibliografia

Jean Blanchaert, Musica senza suono. Maestri di Murano, Marsilio Arte-Fondazione Cologni dei Mestieri d’Arte, Venezia 2024.

Marino Barovier, Carla Sonego, a cura di, Napoleone Martinuzzi. Venini 1925-1931, Skira, Milano 2013.

Anna Venini Diaz de Santillana, a cura di, Venini. Catalogo ragionato 1921-1986, Skira, Milano 2000.

AA.VV., Gli artisti di Venini. Per una storia del vetro d’arte veneziano, Electa-Fondazione Giorgio Cini, Milano-Venezia 1996.

Franco Deboni, Simona Cocchi, Maurizio Cocchi, Murano ’900. Vetri e vetrai, testimonianze e immagini del Novecento muranese, Bocca, Milano 1996.

Marina Barovier, Rosa Barovier Mentasti, Attilia Dorigato, Il vetro di Murano alle Biennali 1895-1972, Leonardo Arte, Milano 1995.

Rosa Barovier Mentasti, Napoleone Martinuzzi vetraio del Novecento, catalogo della mostra, Venezia 1992.

Rosa Barovier Mentasti, Attilia Dorigato, Astone Gasparetto, Tullio Toninato, Mille anni di arte del vetro a Venezia, Albrizzi, Venezia 1982.

XVI Esposizione internazionale d’arte della città di Venezia. Catalogo ufficiale illustrato, Officine Grafiche Carlo Ferrari, Venezia 1928.

Carlo Alberto Felice, «I vetri muranesi alla XVI Biennale», in Le Arti Decorative Italiane, Milano 1928.