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Benvenuto BarovierMurano, 26 giugno 1855 – Vallada Agordina, 22 luglio 1932
Dallo storicismo ottocentesco al vetro moderno
Benvenuto Barovier fu maestro vetraio, ideatore di modelli e imprenditore. Appartenne alla generazione che condusse Murano fuori dalla lunga crisi seguita alla caduta della Repubblica di Venezia, recuperando tecniche antiche e reinserendo il vetro veneziano nei circuiti internazionali. La sua attività si svolse inizialmente nell’ambiente produttivo creato da Antonio Salviati, quindi nella fornace familiare che avrebbe assunto le denominazioni di Fratelli Barovier, Artisti Barovier e, dal 1919, Vetreria Artistica Barovier & C.[1] La qualifica moderna di designer descrive soltanto in parte il suo ruolo. Benvenuto lavorava direttamente alla fornace, conosceva la composizione dei vetri, dirigeva la piazza e partecipava alla definizione delle forme. Progetto ed esecuzione appartenevano allo stesso processo: il modello poteva nascere da un disegno, da un oggetto antico oppure dall’elaborazione compiuta dal maestro davanti al forno. Il suo contributo personale è stato spesso assorbito nella storia collettiva della famiglia e nella maggiore notorietà raggiunta dal fratello Giuseppe e dal figlio Ercole. Le opere recano generalmente il nome della manifattura; molti cataloghi attribuiscono i pezzi a «Giuseppe o Benvenuto Barovier», oppure congiuntamente ai due fratelli. La ricostruzione del suo catalogo richiede quindi il confronto fra fotografie d’epoca, documenti aziendali, esposizioni, provenienze e caratteristiche tecniche.
La famiglia e la rinascita del vetro muraneseBenvenuto nacque a Murano il 26 giugno 1855. Era figlio di Antonio Barovier e apparteneva a una dinastia documentata nell’isola fin dal Medioevo. Lo zio Giovanni Barovier, nato nel 1839, fu uno dei protagonisti della ripresa ottocentesca del vetro veneziano. Accanto a lui si formarono Benvenuto e i fratelli Benedetto e Giuseppe.[2] La rinascita di Murano era cominciata verso la metà del secolo. Domenico Bussolin e Pietro Bigaglia avevano recuperato la filigrana; Lorenzo Radi aveva ricostruito la composizione del calcedonio; nel 1854 i Fratelli Toso avevano aperto una fornace di vetri soffiati. L’abate Vincenzo Zanetti promosse la fondazione del Museo Vetrario nel 1861 e della scuola di disegno destinata alle maestranze, creando un repertorio storico dal quale i produttori potevano trarre modelli. Antonio Salviati comprese le possibilità commerciali di questa ripresa. Organizzò laboratori di mosaico, aprì relazioni con il mercato britannico e coinvolse maestri capaci di ricostruire le tecniche veneziane. Giovanni Barovier entrò fra i suoi principali collaboratori e trasmise ai nipoti il controllo del vetro sottile, delle applicazioni e delle forme storiciste. Benvenuto iniziò l’apprendistato molto giovane. Le cronologie biografiche collocano nel 1873, quando aveva diciotto anni, il raggiungimento del grado di maestro presso la Salviati & C. Altre ricostruzioni fanno risalire la presenza dei Barovier nell’impresa agli anni precedenti e indicano nel 1877 l’ingresso di Benvenuto e Giuseppe nella nuova fornace Salviati dott. Antonio.[3] La differenza deriva dalla complessa successione delle società legate a Salviati. Per Benvenuto il passaggio decisivo consiste nell’esperienza maturata dentro un’impresa che riuniva produzione muranese, capitale internazionale, promozione commerciale ed esposizioni. Il giovane maestro imparò a lavorare per una clientela lontana dall’isola, sensibile alla storia veneziana e alla spettacolarità tecnica degli oggetti.
Il repertorio storicistaLa produzione Salviati dell’ultimo quarto dell’Ottocento guardava soprattutto ai vetri veneziani fra Rinascimento e Barocco. Calici, coppe, brocche e alzate riprendevano forme conservate nei musei o documentate dalla pittura. Serpenti, draghi, delfini, cigni e mascheroni venivano modellati separatamente e applicati a caldo; avventurina, rubino, lattimo, filigrana e foglia metallica arricchivano le superfici. Benvenuto raggiunse una notevole abilità in questa produzione. Il valore del maestro consisteva nella capacità di costruire forme complesse senza irrigidirle. Un drago applicato a una brocca doveva funzionare come ansa, aderire al corpo e conservare leggibilità figurativa; uno stelo a serpente richiedeva equilibrio fra sottigliezza, resistenza e movimento. Alla manifattura Salviati viene attribuita una coppa in vetro mosaico a fasce policrome, databile al 1883-1884, conservata al Musée des Arts et Métiers di Parigi. L’ideazione e l’esecuzione sono riferite alternativamente a Giuseppe o Benvenuto Barovier. L’opera documenta il livello raggiunto dai due fratelli nella ricostruzione del vetro mosaico di origine romana. Il vetro mosaico veniva preparato disponendo sezioni di canne policrome secondo un ordine prestabilito. Gli elementi venivano riscaldati, fusi in una piastra e successivamente raccolti o modellati per ottenere il recipiente. Il procedimento richiedeva compatibilità fra vetri di colori diversi, poiché variazioni nel coefficiente di dilatazione potevano causare fratture durante il raffreddamento. Questa conoscenza tecnica sarebbe diventata uno dei fondamenti dell’identità Barovier. Benvenuto contribuì a trasferire il vetro mosaico dal campo della riproduzione archeologica a quello della sperimentazione moderna.
La nascita dei Fratelli BarovierL’attività autonoma della famiglia ebbe inizio nel 1878, quando Giovanni Barovier e i nipoti Benvenuto, Benedetto e Giuseppe costituirono una propria società. Nel 1883-1884 il gruppo acquisì la fornace Salviati dott. Antonio, continuando per alcuni anni a utilizzarne la denominazione in base agli accordi con il fondatore.[4] Il 1883 indica quindi il passaggio alla proprietà della fornace Salviati, mentre l’avvio della società familiare viene collocato nel 1878. Dopo la morte di Antonio Salviati, avvenuta nel 1890, la manifattura assunse progressivamente il nome di Artisti Barovier; alcune cronologie collocano la formalizzazione della nuova denominazione nel 1896. Benvenuto e Giuseppe costituivano il centro tecnico dell’impresa. Benedetto partecipava alla società, mentre Giovanni rappresentava l’esperienza della generazione precedente. La manifattura produceva vetri sottili di gusto rinascimentale, filigrane, fenici, recipienti in pasta vitrea, oggetti con applicazioni zoomorfe e vetri mosaico. Il termine fenicio indicava un vetro decorato mediante fili colorati applicati alla superficie e trascinati con un utensile, producendo motivi ondulati o a pettine. Il nome rispecchiava la cultura archeologica del tempo, che attribuiva genericamente all’antico Oriente mediterraneo oggetti e tecniche di provenienza diversa. Accanto ai vetri storicisti, la fornace realizzava oggetti nei quali la materia acquistava progressivamente maggiore autonomia. I colori si addensavano in striature irregolari; le applicazioni si disponevano secondo ritmi liberi; il recipiente diventava supporto di una decorazione incorporata nello spessore.
Il rosso corniolaNel 1901 la fornace riprese, attraverso un procedimento brevettato, la produzione delle corniole, perle ottenute mediante canne di lattimo rivestite di vetro rosso rubino trasparente. La nuova composizione permetteva di conseguire il colore senza ricorrere all’oro, tradizionalmente impiegato nella preparazione del rubino.[5] Il risultato aveva un rilievo tecnico ed economico. L’oro rendeva costosa la composizione; la sua sostituzione consentiva una produzione più regolare e accessibile. Il brevetto mostra come l’attività dei Barovier comprendesse anche il settore delle canne e delle perle, strettamente collegato all’economia muranese. La sperimentazione chimica dipendeva dall’esperienza del composizioniere e dalla verifica in forno. Il colore doveva mantenersi stabile, aderire al lattimo interno e resistere alla tiratura della canna. Benvenuto partecipava a un sistema nel quale la qualità artistica dell’oggetto nasceva dalla conoscenza delle ricette e dal controllo della produzione.
Londra e le esposizioni internazionaliLa presenza di Londra nella biografia di Benvenuto va ricondotta ai rapporti commerciali costruiti da Salviati e alle esposizioni internazionali alle quali partecipò la manifattura. La documentazione registra una presenza dei Barovier all’esposizione londinese del 1891, insieme alle rassegne di Parigi, Vienna, Copenaghen e Berlino.[6] Il periodo 1891-1919 coincide con la maturità professionale di Benvenuto nell’azienda familiare. La formula «fornace World Fair di Londra» sembra riunire due dati differenti: la partecipazione alle esposizioni universali e internazionali e la lunga attività svolta nella fornace Artisti Barovier. Londra rappresentò un mercato e un luogo espositivo, mentre la produzione rimase radicata a Murano. Il legame britannico aveva origini precedenti. La Compagnia Venezia Murano aveva accolto capitali inglesi e costruito una rete commerciale capace di distribuire vetri e mosaici in Europa e negli Stati Uniti. Le esposizioni offrivano ai maestri una verifica immediata del gusto internazionale e permettevano di confrontare la produzione veneziana con i cristalli boemi, francesi e inglesi. Per il collezionista contemporaneo questi passaggi sono importanti. Un vetro Barovier poteva essere prodotto a Murano, commercializzato da Salviati e acquistato a Londra. Marchio, etichetta e provenienza possono quindi riferirsi a soggetti diversi, senza modificare necessariamente l’origine dell’esecuzione.
Dallo storicismo alla naturaFra la fine dell’Ottocento e il primo decennio del Novecento il repertorio degli Artisti Barovier cominciò a cambiare. Alle forme rinascimentali si affiancarono vetri più semplici, decorati con tralci, foglie, germogli e fiori. La superficie acquistò una qualità pittorica, mentre le murrine vennero utilizzate per comporre immagini naturalistiche. Il passaggio avvenne gradualmente. Murano rimaneva legata al gusto storicista, sostenuto dal mercato e dalla fama internazionale del vetro veneziano. L’Art Nouveau offrì però un nuovo modo di interpretare la tradizione: il filo applicato poteva diventare stelo, la murrina assumere la forma di una corolla, la canna suggerire un ramo. I vetri Floreali attribuiti a Giuseppe e Benvenuto Barovier presentano foglie, viticci, boccioli, fiori e spighe inseriti nella parete o applicati al corpo. Il recipiente conserva una forma relativamente semplice, scelta per lasciare spazio alla decorazione. Le lievi deformazioni prodotte dalla soffiatura modificano il disegno delle murrine. Un fiore preparato nella canna si allarga, si inclina e segue la curvatura del vaso; il risultato mantiene una componente controllata e una parte affidata al comportamento del materiale.
Ca’ Pesaro e il rinnovamento dell’arte vetrariaLa relazione con l’ambiente di Ca’ Pesaro costituì uno dei passaggi decisivi verso il Novecento. Le esposizioni veneziane del 1908, 1909, 1913 e 1920 favorirono l’incontro fra le arti applicate muranesi e gli artisti interessati alla Secessione viennese e al nuovo decorativismo europeo.[7] Vittorio Zecchin e Teodoro Wolf-Ferrari proposero composizioni destinate al vetro mosaico. I loro disegni vennero tradotti soprattutto attraverso la collaborazione con Giuseppe Barovier, maestro dotato di eccezionale abilità nella preparazione e nella fusione delle murrine. Benvenuto partecipava alla stessa struttura aziendale e alla produzione generale, mentre le attribuzioni specifiche richiedono di distinguere le responsabilità documentate. La collaborazione rappresentò una svolta nel sistema muranese. L’artista forniva l’invenzione figurativa; il maestro verificava la compatibilità delle murrine, la disposizione delle tessere e la possibilità di trasformare il disegno in un recipiente. La fornace assicurava materiali, maestranze e organizzazione commerciale. Un vaso Piumato presentato a Ca’ Pesaro nel 1913 è riferito a Giuseppe Barovier. Il decoro è formato da sottili filamenti policromi applicati a caldo e lavorati fino a ottenere forme simili a piume. La precisazione risulta importante, poiché il modello è stato talvolta attribuito anche a Benvenuto nei cataloghi commerciali. L’attività collettiva degli Artisti Barovier rimane comunque fondamentale. Senza la struttura tecnica e imprenditoriale costruita da Benvenuto e Giuseppe, i progetti di Zecchin e Wolf-Ferrari avrebbero difficilmente trovato una traduzione così avanzata.
La Mostra dei Fiori del 1914Nel 1914 gli Artisti Barovier parteciparono alla Mostra dei Fiori organizzata a Palazzo Ducale. L’esposizione riuniva arti figurative e decorative intorno al tema vegetale, offrendo un contesto particolarmente adatto ai nuovi vetri floreali. A Benvenuto viene riferito un vaso soffiato destinato a fiori dallo stelo lungo. La forma è alta, sottile e accompagnata da applicazioni leggere, disposte in modo da rispettare la funzione del recipiente. Il modello risulta documentato dalla cartolina pubblicitaria della manifattura e dalla relativa scheda d’opera. Il vaso permette di riconoscere un orientamento personale. Benvenuto conserva la leggerezza del vetro veneziano e riduce la presenza decorativa, costruendo una forma pensata in rapporto ai fiori che deve accogliere. L’oggetto si allontana dalle complesse galanterie ottocentesche e acquista un profilo più moderno. Alla stessa mostra comparivano vetri a murrine floreali di Giuseppe. La compresenza dei due fratelli mostra la pluralità della produzione: da una parte il vetro mosaico, denso e pittorico; dall’altra il soffiato sottile, definito dalla proporzione e da poche applicazioni.
La guerra e il trasferimento a LivornoLa Prima guerra mondiale interruppe l’attività regolare delle fornaci muranesi. La vicinanza del fronte, le difficoltà di approvvigionamento e il blocco dei mercati imposero scelte drastiche. Gli Artisti Barovier trasferirono temporaneamente la produzione a Livorno, insieme a una parte delle maestranze.[8] Il trasferimento comportava problemi tecnici notevoli. Forni, crogioli, materie prime e utensili dovevano essere ricostituiti in un ambiente diverso; la qualità del vetro dipendeva dalla continuità delle ricette e dall’esperienza degli uomini trasferiti. La produzione di questo periodo e degli anni immediatamente successivi comprende alcuni fra i più complessi vetri mosaico della manifattura. Un vaso datato intorno al 1918, costruito con murrine e canne policrome, presenta un’immagine simile a un paesaggio con alberi in fiore. Il risultato è stato riferito congiuntamente a Giuseppe e Benvenuto Barovier. L’opera mostra come il vetro mosaico avesse ormai superato la funzione di revival archeologico. Le tessere formano una superficie pittorica continua; rami, macchie cromatiche e zone di luce si organizzano intorno al volume. Il recipiente diventa un’immagine osservabile da più punti.
La Vetreria Artistica Barovier & C.Nel 1919, dopo il ritorno a Murano, l’impresa assunse il nome di Vetreria Artistica Barovier & C. Entrarono nella società Ercole e Nicolò, figli di Benvenuto, e Napoleone, figlio di Giuseppe. La manifattura occupava allora circa cinquanta persone e disponeva di un patrimonio tecnico costruito in oltre quarant’anni di attività familiare.[9] Benvenuto continuò a partecipare alla vita della fornace. La nuova generazione introdusse una cultura progettuale più distinta dal lavoro del maestro. Ercole e Nicolò conoscevano la produzione, ma operavano soprattutto attraverso il disegno, la selezione dei materiali e il coordinamento delle maestranze. Alla mostra estiva di Ca’ Pesaro del 1920 la vetreria presentò vasi e coppe in murrine trasparenti, decorati con fiori e alberi. Le tonalità delicate sono state ricondotte alla generazione di Giuseppe e Benvenuto, anche se la distribuzione delle responsabilità rimane complessa. Alcune tessere recano le iniziali AB sormontate da una corona, marchio riconducibile all’impresa familiare. Un raro vaso floreale datato intorno al 1920 unisce tessere policrome, polveri vitree, rami e grandi fiori. Il fondo rosso lacca e il profilo ispirato alle porcellane orientali gli conferiscono una qualità pittorica vicina al Simbolismo. La lavorazione richiedeva vetri di composizioni diverse, sottoposti a un elevato rischio di tensione durante la fusione. Queste opere rappresentano il punto più avanzato della ricerca attribuita a Benvenuto. La forma storica viene assorbita da una superficie cromatica capace di evocare paesaggi, fiori e vegetazione senza affidarsi alla pittura a smalto.
Il passaggio generazionaleNel 1926 Ercole assunse la direzione artistica della manifattura e cominciò a definire un programma autonomo. Benvenuto rimase la figura anziana della famiglia, depositaria delle tecniche e delle relazioni maturate dall’ultimo quarto dell’Ottocento. Il passaggio generazionale riguardò anche il concetto di autore. Per Benvenuto l’invenzione era incorporata nel lavoro del maestro e nell’identità della fornace. Con Ercole il progettista acquistò una posizione più riconoscibile: elaborava serie, registrava modelli e costruiva un catalogo organizzato intorno alla propria ricerca. La continuità rimase evidente nell’interesse per le murrine e per il colore. Le esperienze di Benvenuto e Giuseppe prepararono i vetri Primavera, Saturnei, Argo, Dorici e Neomurrini che Ercole avrebbe sviluppato nel corso del Novecento. La modernità di Ercole nacque dentro un patrimonio familiare già aperto alla sperimentazione.
Attribuzioni e responsabilitàIl catalogo di Benvenuto Barovier presenta difficoltà specifiche. L’impresa funzionava attraverso la collaborazione familiare e molte opere venivano commercializzate con il nome Salviati o Artisti Barovier. Il marchio identifica la struttura produttiva, mentre l’attribuzione individuale dipende da fonti ulteriori. I vetri del periodo 1880-1900 sono frequentemente assegnati a Giuseppe o Benvenuto. Il Metropolitan Museum attribuisce a entrambi, in forma alternativa, un’urna in vetro mosaico con foglia d’argento, datata intorno al 1880 e prodotta nell’ambito della Venice and Murano Glass and Mosaic Company. La formulazione riflette la prudenza necessaria. Giuseppe viene generalmente riconosciuto come il maggiore specialista delle murrine figurative; Benvenuto possedeva un ruolo centrale nella soffiatura, nell’organizzazione della fornace, nello sviluppo dei modelli e nella produzione floreale. In molte opere le competenze possono essersi sovrapposte. Le fotografie delle esposizioni e i cataloghi coevi assumono quindi un valore decisivo. Il vaso per fiori a stelo lungo del 1914 offre un’attribuzione precisa a Benvenuto; altri vetri, soprattutto quelli mosaico, appartengono più correttamente alla collaborazione con Giuseppe o alla manifattura Artisti Barovier. Anche le etichette Salviati richiedono attenzione. La società continuò a commercializzare opere prodotte dai Barovier, e alcuni vetri Artisti Barovier vennero venduti nei negozi Salviati. Un’etichetta commerciale documenta il canale di distribuzione, mentre la fornace produttrice può essere diversa.
Fortuna collezionisticaLa rivalutazione dei primi vetri Barovier si è intensificata fra la fine del Novecento e i primi decenni del XXI secolo. I mosaici e i floreali sono apprezzati per la rarità, per la complessità dell’esecuzione e per il ruolo svolto nel passaggio dal revival ottocentesco al vetro moderno. Gli esemplari di maggiore importanza presentano provenienze antiche, documentazione espositiva e bibliografia specialistica. Il mercato distingue sensibilmente fra i vetri storicisti prodotti in quantità più ampia e le opere a mosaico o a polveri vitree, spesso sperimentali e realizzate in pochi esemplari. Le attribuzioni individuali incidono sulla valutazione, ma richiedono cautela. Un vaso associato direttamente a Benvenuto o Giuseppe acquista rilievo quando il riferimento è sostenuto da un catalogo storico, da una fotografia della mostra o da una provenienza familiare. L’aggiunta di un nome sulla base della sola affinità stilistica riduce invece l’affidabilità della scheda. La qualità rimane riconoscibile nella preparazione della materia, nell’uniformità della parete, nella complessità delle murrine e nella capacità di integrare il decoro nel volume. Nei pezzi migliori la decorazione attraversa il vetro e modifica continuamente la propria immagine secondo l’illuminazione e il punto di osservazione.
Valutazione criticaBenvenuto Barovier occupa una posizione essenziale fra due epoche della storia muranese. La sua formazione appartiene alla rinascita promossa da Salviati, Zanetti e Colleoni; la maturità coincide con l’affermazione dell’Art Nouveau, con le esposizioni di Ca’ Pesaro e con la nascita del vetro moderno. La prima parte della carriera si sviluppò entro lo storicismo ottocentesco. Benvenuto ricostruì forme, colori e tecniche veneziane, contribuendo a ristabilire una continuità dopo la crisi della prima metà del secolo. Questa attività richiedeva una cultura materiale precisa: il modello antico doveva essere compreso nella sua struttura e rifatto attraverso procedimenti ormai poco praticati. Il passaggio successivo trasformò il recupero tecnico in ricerca. Le murrine floreali, le polveri vitree e i fili irregolari permisero di costruire superfici autonome, sempre meno dipendenti dalla citazione storica. Il vaso del 1914 per fiori a stelo lungo mostra una forma ormai misurata sulla funzione e sulla proporzione; i mosaici degli anni 1918-1920 raggiungono una densità pittorica che anticipa alcune direzioni del vetro novecentesco. Benvenuto agì inoltre come imprenditore. Partecipò alla costituzione della società familiare, all’acquisizione della fornace Salviati, alla costruzione dei mercati esteri, al trasferimento durante la guerra e alla riorganizzazione del 1919. La continuità della manifattura dipese dalla capacità di tenere insieme maestranze, ricette, proprietà e distribuzione. La sua figura appare meno individualizzata rispetto a quella di Giuseppe ed Ercole perché appartiene a un sistema autoriale ancora fondato sulla famiglia e sulla fornace. Questa condizione costituisce una parte del suo interesse storico. Benvenuto fu maestro, ideatore e dirigente prima che tali funzioni venissero separate e affidate a soggetti distinti. Morì il 22 luglio 1932, dopo aver assistito all’affermazione di Ercole e al passaggio della manifattura verso una nuova organizzazione. La sua opera costituisce l’anello che collega il virtuosismo della rinascita ottocentesca alla ricerca materica e cromatica del Novecento.
Giorgio Catania
Note1. Benvenuto Barovier nacque a Murano il 26 giugno 1855. Smithsonian American Art Museum e MuranoNet indicano come luogo di morte Vallada Agordina; il Dizionario Biografico degli Italiani e alcuni musei riportano Murano. Le fonti concordano sull’anno 1932; Treccani precisa il 22 luglio. 2. Sulla famiglia Barovier e sul ruolo di Giovanni, Benvenuto, Benedetto e Giuseppe nella rinascita ottocentesca: Giovanni Mariacher, «Barovier», in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. VI. 3. La cronologia che colloca nel 1873 il raggiungimento del grado di maestro è riportata dalle biografie muranesi; Olnick Spanu indica nel 1877 l’ingresso di Benvenuto e Giuseppe nella nuova fornace Salviati dott. Antonio. 4. Il British Museum e l’archivio nazionale delle imprese storiche collocano la fondazione della società familiare nel 1878; l’acquisizione della fornace Salviati avvenne nel 1883-1884. 5. La ripresa brevettata delle corniole senza impiego dell’oro è datata 1901 nella voce dedicata alla famiglia Barovier. 6. Treccani registra la partecipazione della fornace alle esposizioni internazionali, fra le quali Londra 1891. Il riferimento riguarda l’attività espositiva della manifattura e il circuito commerciale britannico. 7. Gli Artisti Barovier parteciparono alle mostre di Ca’ Pesaro del 1908, 1909, 1913 e 1920. Sul rapporto con Zecchin e Wolf-Ferrari: Rosa Barovier Mentasti e Cristina Tonini, «Venetian Glass between Art Nouveau, Secession and Deco». 8. Durante la Prima guerra mondiale la fornace trasferì temporaneamente l’attività a Livorno. 9. Nel 1919 entrarono nella società Ercole e Nicolò, figli di Benvenuto, e Napoleone, figlio di Giuseppe; la denominazione divenne Vetreria Artistica Barovier & C. 10. Sulla coppa in vetro mosaico del 1883-1884 attribuita a Giuseppe o Benvenuto Barovier: Cristina Tonini, «Il revival archeologico nel vetro veneziano del XIX secolo». 11. Il vaso per fiori a stelo lungo del 1914 è pubblicato come disegno di Benvenuto Barovier ed esecuzione Artisti Barovier. 12. I vetri Floreali vengono riferiti congiuntamente a Giuseppe e Benvenuto Barovier nei repertori collezionistici e nella bibliografia specialistica. 13. I vetri esposti a Ca’ Pesaro nel 1920 sono stati ricondotti alla generazione di Giuseppe e Benvenuto per la delicatezza dei colori e per il repertorio di fiori e alberi; la presenza delle tessere AB rende necessaria una valutazione distinta per ogni esemplare. 14. L’urna del Metropolitan Museum è catalogata come possibile opera di Giuseppe o Benvenuto Barovier e attribuita alla Venice and Murano Glass and Mosaic Company.
BibliografiaJean Blanchaert, Musica senza suono. Maestri di Murano, Marsilio Arte-Fondazione Cologni dei Mestieri d’Arte, Venezia 2024. Cristina Tonini, «Il revival archeologico nel vetro veneziano del XIX secolo», in Ateneo Veneto, CCIX, terza serie, 21/I, Venezia 2022, pp. 41-52. Rosa Barovier Mentasti, Cristina Tonini, «Venetian Glass between Art Nouveau, Secession and Deco», in Rosa Barovier Mentasti, Cristina Tonini, a cura di, Study Days on Venetian Glass. The Origins of Modern Glass Art in Venice and Europe. About 1900, Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti, Venezia 2017. Attilia Dorigato, L’arte del vetro a Murano, Arsenale Editrice, Venezia 2002. David Landau, Giandomenico Romanelli, a cura di, Murano Glass. Themes and Variations 1910-1970. The Olnick Spanu Collection, Skira, Milano 2001. Aldo Bova, Rossella Junck, Puccio Migliaccio, a cura di, Murrine e Millefiori 1830-1930, Galleria Rossella Junck-Fondazione Scientifica Querini Stampalia, Venezia 1998. Marc Heiremans, 20th Century Murano Glass. From Craft to Design, Arnoldsche Art Publishers, Stoccarda 1996. Marina Barovier, Rosa Barovier Mentasti, Attilia Dorigato, Il vetro di Murano alle Biennali 1895-1972, Leonardo Arte, Milano 1995. Marina Barovier, a cura di, L’arte dei Barovier. Vetrai di Murano 1866-1972, Arsenale Editrice, Venezia 1993. Rosa Barovier Mentasti, Il vetro veneziano 1890-1990, Arsenale Editrice, Venezia 1992. Rosa Barovier Mentasti, Il vetro veneziano, Electa, Milano 1982. Astone Gasparetto, Vetri di Murano 1860-1960, Bestetti, Milano-Roma 1960. Astone Gasparetto, Il vetro di Murano dalle origini ad oggi, Neri Pozza, Venezia 1958. Catalogo dell’Esposizione estiva di Ca’ Pesaro, Opera Bevilacqua La Masa, Venezia 1920. Mostra dei Fiori, catalogo e materiali promozionali, Palazzo Ducale, Venezia 1914. Esposizione d’arte di Ca’ Pesaro, catalogo della mostra, Opera Bevilacqua La Masa, Venezia 1913. Cesare Augusto Levi, L’arte del vetro di Murano e i Berroviero, Ferrari, Venezia 1895. Vincenzo Zanetti, Guida di Murano e delle celebri sue fornaci vetrarie, Stabilimento Tipografico Antonelli, Venezia 1866.
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