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Barovier Angelo
Venezia, 30 novembre 1927 – 2008 Tra ricerca artistica, design e direzione della fornace familiare
Angelo Barovier fu designer, pittore, imprenditore e dirigente industriale. Figlio unico di Ercole Barovier, entrò giovanissimo nella Barovier & Toso, collaborando con il padre nella progettazione degli oggetti, nello sviluppo degli apparecchi d’illuminazione e nella gestione di una delle più antiche imprese vetrarie muranesi. Dal 1951 la sua attività di designer assunse carattere stabile; nel 1975 raggiunse la direzione dell’azienda e nel 1997 ne divenne presidente.[1] La coincidenza del nome con il celebre Angelo Barovier del Quattrocento ha generato qualche confusione nei repertori e nelle descrizioni commerciali. Il vetraio rinascimentale elaborò il cristallo veneziano; l’Angelo Barovier novecentesco operò invece nella seconda metà del XX secolo, sviluppando un linguaggio nel quale pittura, composizione plastica, design dell’illuminazione e organizzazione industriale si intrecciano. La sua posizione nella storia muranese appare diversa da quella del padre. Ercole aveva costruito la propria autorevolezza attraverso un’intensa sperimentazione sulle materie vitree, sui colori e sulle tecniche decorative. Angelo accompagnò questa ricerca con una maggiore attenzione alla composizione dell’oggetto, alla serialità, alla progettazione per grandi ambienti e alla struttura aziendale. La sua attività creativa rimase a lungo inserita nel catalogo della Barovier & Toso e fu quindi meno immediatamente riconoscibile rispetto alle serie firmate dal padre. Formazione e ingresso in aziendaDopo gli studi classici al liceo Marco Foscarini di Venezia, Angelo frequentò giurisprudenza tra Padova e Ferrara. Conseguì la laurea mentre già partecipava alla vita della vetreria e completò la preparazione seguendo seminari e corsi destinati ai dirigenti d’industria.[2] Nel 1947 entrò nella Barovier & Toso. Aveva vent’anni e si trovò all’interno di una manifattura che aveva appena superato le difficoltà della guerra e stava ricostruendo i propri rapporti con il mercato internazionale. Ercole Barovier continuava a dirigere la ricerca artistica, elaborando vetri caratterizzati da colori intensi, foglie metalliche, murrine e trattamenti superficiali. Angelo iniziò affiancando il padre nella gestione e nell’organizzazione della produzione. La conoscenza dell’azienda si formò attraverso la frequentazione della fornace, dei maestri, degli uffici commerciali e delle committenze. Il suo percorso univa quindi cultura umanistica, preparazione giuridica, pratica aziendale e osservazione diretta delle tecniche vetrarie. Nel 1951 divenne designer della Barovier & Toso. La data segna l’avvio ufficiale di un’attività progettuale che era già emersa nelle esposizioni del dopoguerra. Dal 1948 partecipava infatti, come autore di vetri e come pittore, a manifestazioni collettive, Biennali veneziane e Triennali milanesi.[3]
Il rapporto con Ercole BarovierIl sodalizio fra padre e figlio si sviluppò in una fase di particolare ricchezza della produzione aziendale. Ercole elaborava serie come Barbarici, Eugenei, Neolitici, Aborigeni, Pezzati, Millefili e Saturnei, sperimentando la colorazione a caldo senza fusione e reinterpretando le murrine attraverso accostamenti cromatici aggiornati. Angelo cresceva accanto a questa ricerca, ma elaborava un orientamento più vicino alla composizione plastica e al design. La formazione pittorica emerge nelle prime opere, costruite attraverso campiture cromatiche, applicazioni di paste vitree e forme figurative semplificate. La collaborazione non seguiva una divisione rigida. Padre e figlio discutevano forme, materiali e procedimenti; i maestri verificavano in fornace la fattibilità dei progetti. Il disegno poteva essere modificato durante le prove, adattando spessori, giunzioni, temperature e rapporti cromatici alle reazioni della materia. Angelo però non svolse il mestiere di maestro soffiatore. La sua responsabilità apparteneva al progetto, alla selezione delle soluzioni tecniche e alla direzione del processo. In questo senso rappresenta pienamente la figura novecentesca del designer interno alla fornace, capace di tradurre le possibilità del lavoro artigianale in un programma produttivo. Le prime opereTra i primi lavori documentati figura Figura astratta, vaso del 1952 eseguito in vetro Eugeneo-Giada con applicazioni in paste policrome. Il corpo del recipiente viene utilizzato come supporto per elementi colorati che acquistano una presenza autonoma, quasi fossero segni collocati sopra una superficie pittorica.[4] Al 1953 risale Glauco, una delle opere più note della prima fase. Il vaso è costruito attraverso una materia internamente decorata, con inclusioni azzurre, bianche, turchesi e violacee. Un esemplare reca incisi il nome dell’autore e la data, circostanza significativa in una produzione aziendale solitamente contrassegnata dal solo marchio della manifattura.[5] La forma di Glauco appare espansa e asimmetrica, con imboccatura schiacciata e profilo mosso. Le inclusioni rimangono sospese nello spessore e seguono la curvatura del recipiente. Il nome rimanda al mondo marino e alla figura mitologica di Glauco, mentre la materia suggerisce acque, alghe e incrostazioni. Nel 1954 presentò alla XLII Esposizione dell’Opera Bevilacqua La Masa un vaso in lattimo decorato con motivi geometrici in paste vitree. Nello stesso anno la Biennale di Venezia registrò un gruppo di Figure vitree eseguito dalla Barovier & Toso su suo disegno.[6] Le opere figurative comprendono Maternità, appartenente alla serie dei Cobaltei, e Famiglia, plastica in vetro opalino iridato, entrambe databili fra il 1954 e il 1959. Le figure vengono ridotte a sagome compatte e arrotondate. Teste, busti e arti confluiscono in volumi continui; il racconto nasce dal rapporto fra le masse e dalla loro vicinanza. La figurazione di Angelo Barovier conserva una componente affettiva e domestica. Maternità e Famiglia appartengono a un repertorio largamente presente nell’arte italiana del dopoguerra, ma la trasposizione nel vetro modifica il soggetto: la luce attraversa le figure, attenua i contorni e rende i corpi parte di una medesima materia. Le vetropittureL’esperienza più personale di Angelo Barovier nel campo delle arti figurative fu la vetropittura. Le prime prove risalgono agli anni Cinquanta e raggiunsero una definizione tecnica intorno al 1958. Il procedimento utilizzava frammenti di vetro di dimensioni diverse e polvere vitrea finissima, impastati e applicati sopra una superficie solida. La successiva fusione legava gli elementi senza ricorrere a materiali estranei al vetro.[7] Il risultato si collocava fra pittura, mosaico e rilievo. I frammenti mantenevano spessori e trasparenze differenti; le polveri creavano passaggi cromatici più morbidi; la luce agiva dentro la superficie invece di limitarsi a illuminarla dall’esterno. La vetropittura permetteva di superare il formato del recipiente. Il vetro diventava immagine piana o leggermente rilevata, adatta a pannelli, composizioni murali e opere autonome. Angelo vi sviluppò figure, paesaggi e composizioni astratte, trasferendo nel materiale la propria esperienza di pittore. Nel corso della carriera tenne otto mostre personali dedicate a queste opere. La pratica accompagnò il design vetrario senza identificarsi con la produzione ordinaria della fornace. Le vetropitture appartenevano a un campo più sperimentale, nel quale l’autore poteva lavorare sul colore e sulla figurazione con maggiore libertà. La loro importanza risiede anche nel rapporto con le ricerche italiane degli anni Cinquanta sulla pittura materica, sul mosaico e sull’integrazione fra arte e architettura. Angelo utilizzò una tecnica nata dentro la cultura della fornace per costruire immagini contemporanee, facendo del vetro il colore stesso dell’opera.
Bottiglie, canne e coloreAccanto alle plastiche figurative, Angelo progettò recipienti destinati a una produzione più regolare. Una coppia di bottiglie con tappo del 1958 utilizza canne policrome disposte verticalmente. La forma allungata permette alle canne di accompagnare lo sviluppo del corpo, creando un ritmo continuo fra base, parete e collo. Il vetro a canne apparteneva alla tradizione muranese, ma la scelta di ridurre l’oggetto a una struttura essenziale e di affidarne l’identità alla successione cromatica lo avvicina al design degli anni Cinquanta. La decorazione coincide con la costruzione: le canne vengono incorporate nella parete, si dilatano durante la soffiatura e determinano il comportamento visivo della forma. Questi lavori mostrano una differenza rispetto alle superfici dense elaborate da Ercole. Angelo tende a rendere più leggibile la struttura dell’oggetto. Il colore viene organizzato in fasce, nuclei, inserti o elementi separati; la forma nasce spesso dall’unione di parti riconoscibili. I PolivasiLa serie più rappresentativa della sua ricerca è quella dei Polivasi, presentata alla Biennale di Venezia del 1960 e sviluppata in diverse versioni durante la prima metà del decennio.[8] Un primo modello è composto da elementi in vetro opalescente a sezione esagonale, uniti a caldo. Il vaso appare costruito attraverso la sovrapposizione di cellule o moduli, secondo una logica vicina alla scultura e all’architettura. La cavità funzionale rimane presente, ma l’oggetto viene percepito soprattutto come aggregazione plastica. Una versione del 1964 utilizza invece tre elementi cilindrici uniti mediante doppio incalmo. La parte centrale è decorata con fasce di murrine policrome; le estremità possono assumere alternativamente la funzione di base e imboccatura. La possibilità di rovesciare l’oggetto spiega il nome della serie e rende il vaso modificabile secondo la posizione scelta.[9] Il procedimento richiedeva la preparazione separata dei corpi vitrei. Le parti dovevano raggiungere temperature e diametri compatibili, essere saldate lungo le circonferenze e successivamente lavorate fino a ottenere una superficie continua. Ogni giunzione costituiva un momento critico, poiché differenze di temperatura o spessore potevano provocare tensioni e rotture. Nei Polivasi il contributo di Angelo Barovier appare pienamente autonomo. L’opera nasce da un principio progettuale: un numero limitato di moduli può generare forme diverse attraverso la combinazione, la rotazione e la variazione cromatica. La tradizione muranese dell’incalmo e della murrina viene inserita in una struttura concettualmente vicina al design modulare. La serie appartiene anche al clima artistico degli anni Sessanta. L’interesse per la moltiplicazione, per gli elementi componibili e per le forme geometriche trova nel vetro una traduzione specifica. La regolarità del progetto incontra le variazioni inevitabili della lavorazione manuale.
Tra scultura e oggettoLa ricerca di Angelo Barovier continuò a muoversi fra recipiente, scultura e oggetto decorativo. Le forme documentate nei cataloghi comprendono i vasi Bolloni e Vasarely, datati intorno al 1969, e un Cartoccio riferito al 1972.[10] I Bolloni presentano grandi applicazioni circolari che sporgono dalla superficie, trasformando il vaso in un corpo tattile. Il nome sottolinea il carattere meccanico degli elementi, simili a bulloni o borchie. L’applicazione a caldo, tecnica profondamente muranese, viene utilizzata per costruire un ritmo quasi industriale. Il riferimento a Vasarely indica invece l’interesse per la geometria ottica e per la ripetizione modulare. Il vetro permette di sovrapporre figura e profondità: il motivo cambia secondo l’angolo di osservazione e la rifrazione interna. Nel Cartoccio la parete viene piegata e compressa fino a suggerire un involucro di carta. La forma conserva la memoria della duttilità posseduta dal vetro durante la lavorazione. L’oggetto appare rigido e insieme accartocciato, fermando nel raffreddamento un gesto compiuto dal maestro. Queste serie testimoniano l’attenzione di Angelo per il design internazionale, per l’arte cinetica e per le geometrie degli anni Sessanta. La sua risposta rimane legata alle tecniche della fornace: applicazioni, incalmi, murrine e deformazioni a caldo.
La progettazione della luceL’illuminazione occupò una parte crescente della sua attività. Angelo progettò lampade e apparati decorativi destinati ad alberghi, cinema, navi, residenze e grandi complessi. L’apparecchio illuminante permetteva di integrare vetro, struttura metallica, sorgente elettrica e architettura. Il passaggio dal vaso alla lampada richiedeva una diversa disciplina. Peso, dispersione del calore, accessibilità degli impianti, stabilità e manutenzione diventavano componenti del progetto. Il vetro doveva conservare qualità artistica e garantire una distribuzione luminosa adeguata. Alcuni modelli sviluppano forme compatte e massicce, con costolature capaci di rifrangere la luce. Da un progetto del 1966 deriva la famiglia di lampade Samurai, caratterizzata da volumi piramidali e rilievi pronunciati. La materia spessa richiede una notevole forza durante l’esecuzione e produce riflessi diversi lungo ciascuna costola.[11] La serie Bissa Boba utilizza invece bracci sinuosi che si sollevano dal corpo centrale e si dispongono nello spazio come serpenti. Il nome, tratto dal dialetto veneziano, rafforza il carattere mobile e fantastico dell’insieme. Lampadari, applique e altre varianti trasformano la struttura tradizionale veneziana in una composizione più libera. A questa linea appartengono anche modelli monumentali come Fuochi d’artificio, nei quali numerosi elementi si irradiano dal centro creando una forma esplosiva. L’illuminazione diventa spettacolo e assume una funzione determinante negli interni di rappresentanza. La progettazione per grandi complessi contribuì alla trasformazione della Barovier & Toso. La produzione di vasi e oggetti da collezione continuò, mentre lampadari e installazioni luminose acquisirono un peso commerciale crescente. Angelo comprese che la competenza muranese poteva trovare una nuova collocazione nel settore dell’architettura e dell’arredamento di lusso.
La direzione della Barovier & TosoLa morte di Ercole Barovier, avvenuta nel 1974, concluse una direzione artistica durata quasi mezzo secolo. Angelo aveva già accumulato una lunga esperienza nella gestione e nella progettazione. Nel 1975 assunse la direzione dell’azienda, all’interno di una struttura societaria nella quale Mario Toso ricopriva la presidenza.[12] La fase era complessa. La crisi energetica, la crescita dei costi, la concorrenza internazionale e le trasformazioni del gusto rendevano più difficile mantenere una produzione fondata sul lavoro manuale e sull’esercizio continuo dei forni. La continuità dell’impresa richiedeva una maggiore attenzione all’organizzazione, alla distribuzione e alle grandi commesse. Angelo orientò progressivamente l’azienda verso l’illuminazione decorativa, conservando la produzione artistica e valorizzando l’archivio storico. L’obiettivo consisteva nel mantenere la riconoscibilità della manifattura dentro un mercato ormai internazionale. La sua formazione giuridica e manageriale ebbe in questa fase un’importanza concreta. La guida della fornace comportava rapporti con clienti, progettisti, enti industriali, istituzioni finanziarie e mercati esteri. Il designer divenne così imprenditore, rappresentante della categoria e interprete pubblico della tradizione muranese.
Le collaborazioni esterneDagli anni Ottanta la Barovier & Toso intensificò il rapporto con progettisti esterni. Angelo coinvolse figure capaci di utilizzare le competenze della fornace in direzioni differenti. Toni Zuccheri realizzò animali, sculture e vasi caratterizzati da inserti, filamenti e masse policrome. Matteo Thun progettò recipienti monumentali e superfici incise. Pierluigi Pieruzzi elaborò la serie Melusina, comprendente lampade, vasi e coppe in accostamenti cromatici come verde muschio e nero oppure noce e bianco. Le opere della serie entrarono nella collezione di Angelo Barovier. L’apertura ai designer proseguiva una pratica già presente nella storia muranese, ma assumeva un significato particolare dopo la lunga direzione di Ercole. Il catalogo aziendale non dipendeva più da una sola personalità. La fornace diventava un laboratorio nel quale autori diversi potevano confrontarsi con maestri, tecnici e composizionieri. Angelo manteneva un ruolo di selezione e coordinamento. La collaborazione esterna doveva essere compatibile con le capacità produttive e con l’identità dell’azienda. L’autore portava un linguaggio; la fornace ne costruiva la traduzione materiale.
L’impresa, la memoria e la collezioneAngelo Barovier fu anche collezionista e custode dell’archivio familiare. Riunì oltre duecento vetri, comprendenti opere della Barovier & Toso e testimonianze più ampie della produzione muranese. Una parte significativa dei pezzi di Ercole pubblicati nel catalogo Vetri Murano oggi proveniva dalla sua raccolta. La collezione aveva una funzione affettiva, storica e operativa. Conservava modelli, tecniche e soluzioni cromatiche; permetteva di studiare le trasformazioni della manifattura; offriva ai progettisti un repertorio al quale attingere. La memoria aziendale diventava uno strumento per la produzione contemporanea. Nel 1995 la Barovier & Toso inaugurò un museo privato nella sede muranese. L’iniziativa rese visibile il patrimonio storico dell’impresa e rafforzò il rapporto fra marchio, archivio e cultura del vetro.[13] Angelo lavorò inoltre a una storia della famiglia e dell’azienda. Il manoscritto, elaborato tra il 1972 e il 1990 e rimasto inedito, ricostruiva il percorso dei Barovier attraverso documenti, memorie e valori tramandati fra le generazioni. Il testo è stato successivamente utilizzato in uno studio accademico dedicato alla continuità delle imprese familiari.[14]
Presidenza e riconoscimentiNel 1997 Angelo Barovier assunse la presidenza della società. Durante la sua direzione l’azienda consolidò il settore dell’illuminazione e mantenne una presenza nei mercati internazionali, affiancando tradizione veneziana, design e produzione su misura.[15] Ricoprì numerosi incarichi nel sistema industriale veneziano. Fu vicepresidente dell’Associazione degli industriali della provincia di Venezia, fondatore e presidente del gruppo giovani imprenditori, presidente della SIVE, amministratore di strutture di servizio per l’industria muranese e membro dell’associazione internazionale degli Henokiens, che riunisce imprese familiari di lunga durata. Nel 1996 ricevette il titolo di Cavaliere del Lavoro. Gli fu conferita anche l’onorificenza di Commendatore dell’Ordine al merito della Repubblica italiana. Il riconoscimento premiava una carriera nella quale progettazione artistica e responsabilità imprenditoriale avevano proceduto insieme.[16]
IzmirTra gli ultimi progetti figura Izmir, lampadario realizzato nel 2005 e successivamente sviluppato anche in versioni da parete. La composizione utilizza numerosi elementi rostrati in cristallo, capaci di moltiplicare e rifrangere la luce. Un esemplare è stato installato nel 2020 nella Sala delle Udienze del Palazzo del Quirinale.[17] Izmir riassume una parte importante del suo lavoro. Il motivo rostrato richiama le sperimentazioni di Ercole degli anni Trenta, ma viene trasferito in una struttura luminosa di grandi dimensioni. La memoria aziendale viene così utilizzata come repertorio attivo, capace di generare un oggetto nuovo. L’opera mostra anche la direzione assunta dalla manifattura sotto la guida di Angelo: la tecnica storica viene adattata a un prodotto destinato agli interni contemporanei e alle grandi committenze internazionali.
Attribuzioni e problemi catalograficiLa ricostruzione del catalogo di Angelo Barovier richiede una particolare attenzione alla distinzione fra autore, manifattura e direzione artistica. Molti oggetti recano il marchio Barovier & Toso e furono prodotti durante gli anni nei quali Ercole e Angelo lavoravano contemporaneamente. Le opere firmate e datate, come alcuni esemplari di Glauco, offrono un riferimento sicuro. Le partecipazioni alle Biennali, alle Triennali e alla Bevilacqua La Masa permettono di associare singoli modelli al suo nome. Anche i cataloghi aziendali distinguono, in alcuni casi, il progettista dalla manifattura. Il problema diventa più complesso per le produzioni commerciali e per gli apparecchi d’illuminazione. Un oggetto può essere stato progettato da Angelo, sviluppato dall’ufficio tecnico, modificato nel corso della produzione e realizzato da maestri diversi. Edizioni successive possono conservare il nome originario introducendo variazioni dimensionali o costruttive. Le attribuzioni del mercato antiquariale richiedono quindi il confronto con disegni, numeri di modello, fotografie d’epoca, firme ed etichette. La semplice appartenenza cronologica alla Barovier & Toso non stabilisce automaticamente la responsabilità di Angelo. Un ulteriore elemento riguarda la sovrapposizione con il padre. Alcuni repertori attribuiscono ad Angelo modelli elaborati sotto la direzione di Ercole; altri continuano a riferire a Ercole produzioni eseguite dopo il suo ritiro. La ricostruzione dell’archivio aziendale rimane lo strumento principale per definire le rispettive responsabilità.
Valutazione criticaAngelo Barovier occupa una posizione di passaggio nella storia della manifattura familiare. Ricevette dal padre un patrimonio tecnico e artistico di eccezionale ricchezza e lo accompagnò verso un sistema produttivo maggiormente orientato al design, all’illuminazione e alle grandi commesse. La sua attività creativa possiede alcuni nuclei distinti. Le opere figurative degli anni Cinquanta mostrano un interesse per la scultura e per il rapporto fra colore e massa. Le vetropitture trasferiscono il vetro nella dimensione dell’immagine. I Polivasi introducono un principio modulare e combinatorio. Le lampade trasformano la tradizione decorativa veneziana in apparati destinati all’architettura contemporanea. Il suo linguaggio appare meno legato di quello di Ercole alla scoperta di nuovi tessuti vitrei. Angelo concentra l’attenzione sulla struttura: parti unite, elementi sovrapposti, applicazioni, moduli e rapporti fra vetro e metallo. Il colore rimane importante, ma viene spesso organizzato secondo campiture più leggibili. La sua importanza comprende inoltre la dimensione imprenditoriale. La sopravvivenza di una fornace storica dipende dalla capacità di mantenere maestranze, mercati, archivi e investimenti. Angelo interpretò questa responsabilità come parte della tradizione familiare, unendo la continuità del nome Barovier alla necessità di rinnovare prodotti e organizzazione. La collezione, il museo aziendale e il manoscritto sulla famiglia mostrano la consapevolezza del valore storico dell’impresa. La memoria viene conservata per orientare il presente, secondo un principio che attraversa tutta la sua attività. Angelo Barovier morì nel 2008. La sua vicenda chiude la fase nella quale la Barovier & Toso rimase direttamente guidata dai discendenti della famiglia che ne aveva costruito la storia secolare. Il contributo artistico e manageriale di Angelo costituisce il collegamento fra la grande stagione di Ercole e la trasformazione dell’azienda in uno dei principali marchi internazionali dell’illuminazione muranese.
Giorgio Catania
Note1. La biografia aziendale indica la nascita a Venezia il 30 novembre 1927; le collezioni della National Gallery of Victoria e il progetto Quirinale Contemporaneo registrano la morte nel 2008. L’ingresso in azienda risale al 1947, l’attività stabile di designer al 1951 e la direzione al 1975. 2. Le fonti istituzionali presentano una divergenza sulla sede della laurea: la biografia Barovier & Toso e Quirinale Contemporaneo indicano Padova; la motivazione ufficiale per il titolo di Cavaliere del Lavoro indica Ferrara. Il percorso può essere ricostruito come formazione svolta fra i due atenei. 3. Dal 1948 Angelo partecipò come designer e pittore a manifestazioni collettive, Biennali di Venezia e Triennali di Milano. La documentazione aziendale colloca nel 1951 l’assunzione del ruolo di designer. 4. Figura astratta, del 1952, è documentata come vaso in vetro Eugeneo-Giada con applicazioni in paste policrome. 5. Il vaso Glauco è datato intorno al 1953; un esemplare reca incisi il nome di Angelo Barovier e l’anno. 6. Il vaso in lattimo con decorazioni geometriche fu esposto alla XLII Mostra dell’Opera Bevilacqua La Masa nel 1954. Nello stesso anno la Biennale presentò Figure vitree, eseguite dalla Barovier & Toso su disegno di Angelo. 7. La vetropittura fu messa a punto nei laboratori Barovier & Toso nel 1958 attraverso frammenti e polveri vitree applicati sopra una superficie solida. Angelo dedicò a questa ricerca otto mostre personali. 8. I Polivasi furono presentati alla Biennale del 1960. Franco Deboni documenta un esemplare composto da elementi esagonali opalescenti uniti a caldo. 9. La variante del 1964 è formata da tre parti cilindriche unite a incalmo, con un settore centrale decorato da fasce di murrine. La reversibilità del vaso è all’origine del nome. 10. I repertori di mercato documentano i modelli Vasarely e Bolloni del 1969 e Cartoccio del 1972. Tali indicazioni richiedono il confronto con i cataloghi aziendali per definire varianti e numeri di modello. 11. Samurai deriva da un progetto del 1966 successivamente rielaborato in differenti tipologie di lampada. La produzione corrente Barovier & Toso attribuisce ad Angelo anche la famiglia Bissa Boba. 12. Nel 1975 la società fu riorganizzata con Mario Toso presidente e Angelo Barovier direttore. Treccani ricorda che Angelo aveva già affiancato il padre nei decenni precedenti. 13. Il museo privato aziendale fu inaugurato nel 1995 nella sede storica di Murano. La collezione di Angelo comprendeva oltre duecento vetri e costituì una fonte importante per gli studi sulla produzione di Ercole. 14. Il manoscritto dedicato alla storia della famiglia fu elaborato da Angelo fra il 1972 e il 1990. È stato utilizzato in uno studio accademico sulla continuità e sui valori delle imprese familiari. 15. Quirinale Contemporaneo colloca nel 1997 l’assunzione della presidenza della Barovier & Toso. 16. Il titolo di Cavaliere del Lavoro fu conferito nel 1996. La scheda biografica del Quirinale registra inoltre il titolo di Commendatore e i principali incarichi ricoperti nel sistema industriale veneziano. 17. Izmir fu realizzato nel 2005 dalla Barovier & Toso e installato nel 2020 nella Sala delle Udienze del Quirinale. La collezione comprende lampadari e applique in cristallo veneziano.
BibliografiaMarino Barovier, Carla Sonego, a cura di, 1948-1958. Il vetro di Murano e la Biennale di Venezia, Marsilio Arte, Venezia 2026. Jean Blanchaert, Musica senza suono. Maestri di Murano, Marsilio Arte-Fondazione Cologni dei Mestieri d’Arte, Venezia 2024. Attilia Dorigato, L’arte del vetro a Murano, Arsenale Editrice, Venezia 2002. David Landau, Giandomenico Romanelli, a cura di, Murano Glass. Themes and Variations 1910-1970. The Olnick Spanu Collection, Skira, Milano 2001. Giandomenico Romanelli, a cura di, Il vetro progettato. Architetti e designer a confronto con il vetro quotidiano, Electa, Milano 2000. Marino Barovier, a cura di, Il vetro a Venezia dal moderno al contemporaneo, Federico Motta Editore, Milano 1999. Franco Deboni, Simona Cocchi, Maurizio Cocchi, Murano ’900. Vetri e vetrai, testimonianze e immagini del Novecento muranese, Bocca, Milano 1996. Marina Barovier, Rosa Barovier Mentasti, Attilia Dorigato, Il vetro di Murano alle Biennali 1895-1972, Leonardo Arte, Milano 1995. Marina Barovier, a cura di, L’arte dei Barovier. Vetrai di Murano 1866-1972, Arsenale Editrice, Venezia 1993. Marc Heiremans, Art Glass from Murano 1910-1970, Arnoldsche Art Publishers, Stoccarda 1993. Rosa Barovier Mentasti, Il vetro veneziano 1890-1990, Arsenale Editrice, Venezia 1992. Carlo Pirovano, Giuseppina Borsano, a cura di, Vetri Murano oggi, Electa, Milano 1981. XXXVI Esposizione Internazionale d’Arte, catalogo generale, La Biennale di Venezia, Venezia 1972. XXX Esposizione Internazionale d’Arte, catalogo generale, La Biennale di Venezia, Venezia 1960. XXVII Esposizione Biennale Internazionale d’Arte, catalogo generale, La Biennale di Venezia, Venezia 1954. XLII Esposizione dell’Opera Bevilacqua La Masa, catalogo della mostra, Venezia 1954.
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