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Barbini Guglielmo
Murano, 13 maggio 1898 – Venezia, 1999
Guglielmo Barbini fu incisore su vetro, decoratore e produttore di specchiere. La sua attività si sviluppò tra la Cristalleria Franchetti, la fondazione della S.A.L.I.R. e il laboratorio aperto a proprio nome nel 1936. Il suo contributo alla storia muranese appartiene soprattutto alle lavorazioni a freddo: incisione alla ruota, molatura, sabbiatura, decorazione a punta di diamante e costruzione di specchi veneziani. La natura del suo lavoro ha contribuito a renderne poco visibile la personalità. Nei cataloghi e nelle esposizioni venivano indicati con maggiore frequenza il progettista e la manifattura, mentre l’incisore rimaneva spesso affidato alla documentazione aziendale. Alcuni ritrovamenti archivistici, insieme agli studi recenti sulla S.A.L.I.R., consentono di riconoscere in Barbini una figura centrale nel rinnovamento dell’incisione muranese fra le due guerre e nella ripresa novecentesca dello specchio veneziano.[1]
La famiglia e la formazioneGuglielmo nacque a Murano il 13 maggio 1898 da Vincenzo Barbini e Anna Fuga. Apparteneva a una famiglia numerosa e radicata da secoli nella produzione vetraria dell’isola. I Barbini avevano lavorato nelle conterie, nei lampadari, nell’oggettistica e nella fabbricazione degli specchi; il ramo paterno era particolarmente legato alla tiratura delle canne destinate alle perle. Fra i fratelli di Guglielmo figuravano Pio, Nicolò, Pacifico e Ferdinando, anch’essi inseriti in diversi settori dell’artigianato muranese.[2] Frequentò la scuola fondata dall’abate Vincenzo Zanetti, dove il disegno preparava i giovani alle professioni del vetro. L’insegnamento comprendeva ornato, geometria, figura e conoscenza degli stili storici. Per un futuro incisore questa preparazione era essenziale: il disegno doveva essere adattato alla curvatura di un vaso, alla superficie piana di uno specchio o alla successione di elementi che componevano una cornice. Dopo gli studi elementari entrò molto presto nel mondo del lavoro. La formazione professionale proseguì nella bottega e nei laboratori, attraverso l’osservazione degli incisori più anziani, la preparazione delle ruote e il controllo dei diversi abrasivi. In questo mestiere la padronanza del disegno si accompagnava alla sensibilità tattile: pressione, velocità e inclinazione dell’oggetto determinavano larghezza e profondità del segno.
La guerra e il lavoro alla Cristalleria FranchettiDurante la Prima guerra mondiale Guglielmo prestò servizio insieme al fratello Pio. La tradizione biografica familiare ricorda la sua partecipazione ai combattimenti e il grado di caporal maggiore raggiunto al termine del conflitto. Tornato a Murano, riprese l’attività di incisore presso la Cristalleria Franchetti.[3] La Franchetti rappresentò un passaggio importante. La produzione del cristallo e del vetro molato richiedeva regolarità, precisione e conoscenza dei procedimenti destinati alla tavola e all’arredamento. Nell’incisione di un bicchiere o di una bottiglia il decoro doveva rispettare spessori ridotti e superfici curve; nelle lastre e negli specchi poteva assumere dimensioni maggiori, articolandosi in figure, festoni, motivi vegetali e campiture geometriche. Dalla Franchetti provenivano anche Giuseppe D’Alpaos e altri artigiani che avrebbero partecipato alla nascita della S.A.L.I.R. L’esperienza comune maturata nella cristalleria contribuì quindi alla formazione di un gruppo capace di avviare una propria impresa specializzata nelle lavorazioni a freddo.
La fondazione della S.A.L.I.R.Nel 1923 Guglielmo Barbini partecipò alla fondazione dello Studio Ars et Labor Industrie Riunite, conosciuto attraverso la sigla S.A.L.I.R. La prima compagine comprendeva Giuseppe D’Alpaos e Decio Toso; la ricostruzione archivistica più recente include nel gruppo iniziale anche Dino Martens e Gino Francesconi. Le fonti oscillano fra il 1923, anno di avvio dell’attività, e il 1924, riferibile alla sistemazione formale della società.[4] La S.A.L.I.R. operava come laboratorio di decorazione. Riceveva da altre fornaci vasi, coppe, bicchieri, lastre e recipienti soffiati, sui quali interveniva mediante incisione, intaglio, molatura, sabbiatura, smalti e foglia d’oro. Fra le aziende che fornivano i vetri grezzi figuravano M.V.M. Cappellin, Ferro Toso e altre manifatture muranesi. Questa organizzazione distingueva il progetto, la produzione a caldo e la decorazione finale. Il vaso poteva essere disegnato da un artista, soffiato in una fornace e inciso nel laboratorio della S.A.L.I.R. Il risultato dipendeva quindi da una successione di competenze, nella quale l’incisore interveniva sull’oggetto già formato e doveva adattare il disegno alle sue proporzioni reali. Barbini partecipò direttamente a questa fase produttiva. Il suo ruolo comprendeva l’esecuzione, la preparazione tecnica e l’organizzazione del laboratorio. L’ingresso di Guido Balsamo Stella e Franz Pelzel, avvenuto fra il 1927 e il 1928, diede alla manifattura un indirizzo figurativo riconoscibile. Balsamo Stella elaborava le composizioni; Pelzel traduceva i disegni attraverso una raffinata incisione di derivazione boema. Barbini apparteneva al nucleo tecnico che rese possibile l’affermazione di questa nuova linea.[5]
L’incisione come costruzione della luceL’incisione alla ruota comporta l’asportazione progressiva della superficie vitrea. Le ruote più sottili tracciano contorni e particolari; quelle di diametro e spessore maggiori producono scavi, passaggi chiaroscurali e campiture opache. La profondità modifica il comportamento della luce e permette di ottenere figure che acquistano volume pur rimanendo inserite nella parete del recipiente. La tradizione familiare attribuisce a Guglielmo Barbini l’introduzione o la diffusione a Murano della ruota in pietra arenaria e di quella in corindone. La prima produce un segno morbido, adatto alle campiture e alle sfumature; il corindone, più duro, consente un’incisione rapida e netta. Gli viene inoltre riferita l’elaborazione di una decorazione definita “a mosaico”, costruita mediante piccoli segni accostati, e di specchi molati ispirati alla produzione francese.[6] L’importanza di tali innovazioni va letta nel contesto del laboratorio. Gli utensili e gli abrasivi determinavano la qualità del segno quanto il disegno preparatorio. Una tecnica più rapida o più controllabile permetteva di affrontare superfici ampie, molature profonde e motivi ripetuti, rendendo possibile la produzione di specchiere, mobili rivestiti di vetro e serie coordinate. La ruota produce un segno diverso dalla punta di diamante. Quest’ultima incide la superficie con una linea sottile e brillante, adatta a firme, iscrizioni e disegni lineari. La ruota costruisce invece zone opache, spessori e rilievi ottici. La sabbiatura consente campiture uniformi, mentre la molatura interviene soprattutto sui bordi e sui piani, generando smussi e riflessi.
La collaborazione con Nicolò BarbiniNel 1927 il fratello Nicolò fondò un laboratorio di vetri artistici incisi, dal quale sarebbe derivato l’Artigianato Artistico Veneziano. Guglielmo vi collaborò per alcuni anni, parallelamente alla propria attività presso la S.A.L.I.R. I due fratelli produssero vasi, coppe, bicchieri, brocche, alzate e piatti decorati alla ruota, a punta di diamante, a sabbia o mediante pittura a freddo.[7] Il settore più importante fu quello degli specchi. Nicolò e Guglielmo recuperarono modelli veneziani e francesi, riprendendo una lavorazione che all’inizio del Novecento aveva perso gran parte dell’antica vitalità. Le specchiere erano formate da una superficie centrale circondata da elementi sagomati, molati, incisi e argentati. Volute, cartigli, fiori, foglie e cimase venivano montati su una struttura lignea, creando un oggetto nel quale superficie riflettente e cornice appartenevano allo stesso materiale. Il lavoro richiedeva una successione complessa: disegno in scala, scelta delle lastre, taglio, molatura dei bordi, incisione, argentatura e assemblaggio. La precisione delle giunzioni aveva un ruolo determinante, poiché ogni elemento doveva aderire alla struttura senza interrompere il ritmo della cornice. L’esperienza dei fratelli contribuì alla continuità della tradizione familiare. I modelli elaborati in questa fase sarebbero stati ripresi nelle generazioni successive, divenendo parte del repertorio dell’Artigianato Artistico Veneziano e delle imprese derivate dalla famiglia Barbini. La qualità dell’incisione, la nitidezza delle molature e l’equilibrio fra cristallo, colore e argentatura costituirono i tratti distintivi della produzione.
Il laboratorio “Barbini Guglielmo”Nel 1936 Guglielmo lasciò la S.A.L.I.R. e aprì un laboratorio a proprio nome, indicato nelle fonti come Barbini Guglielmo. L’attività comprendeva incisioni per altre manifatture, specchiere, complementi in cristallo e riprese da modelli storici. Una collaborazione continuativa lo legò alla Nason & Moretti, per la quale incise bicchieri e servizi da tavola.[8] Il passaggio all’attività indipendente valorizzò la sua posizione di esecutore specializzato. Guglielmo poteva ricevere un disegno da un artista o da un ente promotore, scegliere le ruote più adatte e adattare il motivo all’oggetto. La sua firma professionale coincideva con la qualità dell’esecuzione più che con la creazione di un repertorio figurativo personale. All’inizio degli anni Quaranta realizzò inoltre una serie di riproduzioni da vetri antichi. Questi manufatti rispondevano all’interesse per la tradizione veneziana e alla richiesta di oggetti storicisti destinati agli arredamenti, alle collezioni e al mercato internazionale. Forme, incisioni e motivi venivano ricostruiti attraverso l’osservazione di esemplari museali o antiquariali. La riproduzione costituiva un esercizio tecnico particolarmente impegnativo. L’incisore doveva comprendere il procedimento originario, riconoscere la successione dei passaggi e adattare strumenti moderni a un risultato visivamente coerente con l’antico. Gli esemplari privi di etichetta o provenienza possono oggi richiedere un’attenta distinzione fra originale storico e ripresa novecentesca.
La VII Triennale di MilanoLa VII Triennale di Milano del 1940 offre una documentazione precisa dell’attività individuale di Barbini. Nella mostra organizzata dall’E.N.A.P.I. furono presentati una bottiglia in vetro soffiato e inciso su disegno di Ugo Blasi e uno specchio inciso progettato da Umberto Zimelli, entrambi eseguiti da Guglielmo Barbini.[9] Le due opere illustrano l’ampiezza della sua competenza. Nella bottiglia il disegno doveva seguire una superficie curva e relativamente sottile; nello specchio il motivo si estendeva su una lastra piana, interagendo con la riflessione. La scheda fotografica della Triennale distingue correttamente le responsabilità: Blasi e Zimelli come progettisti, Barbini come esecutore. Questa distinzione permette di comprendere la figura professionale dell’incisore muranese. L’esecuzione rappresentava un passaggio interpretativo. Il disegno forniva la composizione generale, mentre densità, profondità, trasparenze e finiture dipendevano dalle decisioni prese davanti alla ruota.
La Biennale del 1942Nel 1942 Guglielmo Barbini partecipò alla XXIII Biennale di Venezia nel Padiglione delle Arti Decorative. L’archivio della Biennale registra separatamente il suo nome e quello della S.A.L.I.R., confermando che a quella data la sua attività possedeva una riconoscibilità autonoma.[10] La partecipazione si colloca nella fase in cui il Padiglione Venezia accoglieva vetri, ceramiche, smalti, tessuti, mobili e altre produzioni artistiche. La presenza individuale di un incisore indica il prestigio raggiunto dalle lavorazioni a freddo, capaci di affiancarsi alle fornaci e alle grandi manifatture. Il contesto bellico influiva sulla disponibilità di materie prime e sui mercati, ma le esposizioni continuavano a presentare il vetro come uno dei settori rappresentativi dell’artigianato veneziano. Barbini vi compariva ormai come specialista indipendente, dopo l’esperienza imprenditoriale della S.A.L.I.R.
Lo specchio veneziano nel NovecentoLo specchio veneziano storico era costruito attraverso una superficie centrale e una cornice composta da elementi di vetro. Lingue, listelli, rosette e cimase potevano essere molati, incisi, colorati e applicati sopra una struttura lignea. Il procedimento richiedeva l’incontro fra tagliatore, molatore, incisore, argentatore e montatore. Nel primo Novecento questa produzione sopravviveva in misura ridotta. Il ritorno promosso dai Barbini recuperò il carattere interamente vitreo della cornice e lo adattò agli interni moderni, agli alberghi e ai grandi ambienti di rappresentanza. Accanto ai modelli settecenteschi comparvero specchiere geometriche e composizioni ispirate alla produzione francese.[11] Guglielmo intervenne soprattutto nella molatura e nell’incisione. La sua esperienza permetteva di costruire decorazioni leggibili sia nella trasparenza della lastra sia dopo l’argentatura. Un’incisione posta sul lato anteriore rimaneva opaca e luminosa; una lavorazione associata alla superficie specchiante produceva profondità e sovrapposizioni. La fortuna dello specchio veneziano dipese anche dalla capacità di inserirlo nell’arredamento completo. Tavoli, consolle, trumeaux, cornici e pannelli rivestiti di cristallo trasformavano la tecnica tradizionale in un sistema destinato agli interni. La produzione dei Barbini raggiunse alberghi, palazzi, spazi espositivi e case private, contribuendo alla diffusione internazionale di questa tipologia.
Una precisazione societariaNel 1940 Nicolò Barbini fondò con il cognato Guglielmo, detto “Memi”, la ditta Barbini e Longega specchi veneziani artistici incisi, dalla quale sarebbe derivata la Domus Vetri Artistici. Il socio era Guglielmo Longega; nello stesso periodo Guglielmo Barbini proseguiva l’attività del laboratorio aperto a proprio nome nel 1936.[12] La coincidenza del nome ha favorito alcune sovrapposizioni nelle cronologie aziendali. Le due esperienze appartengono comunque allo stesso ambiente familiare e professionale: Nicolò, Guglielmo Barbini e gli artigiani collegati alla famiglia parteciparono alla rinascita dello specchio veneziano attraverso laboratori distinti e collaborazioni frequenti.
Il dopoguerraNel secondo dopoguerra il laboratorio Barbini continuò a produrre specchiere, arredi in cristallo e vetri incisi. Guglielmo lavorava su commissione e per altre aziende, mantenendo il rapporto con la produzione muranese e con i circuiti dell’artigianato veneziano. Nel 1952 fece parte della commissione per le arti decorative della XXXIX Mostra collettiva della Fondazione Bevilacqua La Masa. Insieme a Remigio Butera, Giulio Padoan, Virgilio Vallot, Nino Caine e Ferruccio Dal Bon selezionò opere di ceramica, lacca, tessuto, smalto, mosaico, grafica e ricamo. L’incarico testimonia il riconoscimento raggiunto nel settore delle arti applicate veneziane.[13] La sua presenza in una giuria indica un ruolo ormai esteso oltre l’esecuzione materiale. L’esperienza accumulata nella S.A.L.I.R., nelle esposizioni e nella produzione indipendente gli permetteva di valutare progetto, tecnica e qualità artigianale in campi diversi. La tradizione biografica ricorda anche il conferimento del titolo di Cavaliere della Repubblica nel 1965 e di Cavaliere di Vittorio Veneto nel 1970, legato alla partecipazione alla Prima guerra mondiale. L’attività professionale proseguì fino a circa settant’anni.
Gli ultimi anniDopo il ritiro Guglielmo si stabilì con la moglie Elena nella casa veneziana presso Madonna dell’Orto. Tornò con maggiore continuità alla pittura, interesse coltivato fin dalla giovinezza, e mantenne rapporti con antiquari, commercianti e artigiani veneziani. Negli ultimi dieci anni lavorò alle proprie memorie, che costituirebbero una fonte importante per ricostruire la vita delle botteghe muranesi fra le due guerre. Morì a Venezia nel 1999, poco dopo la moglie, all’età di centouno anni.[14]
Attribuzioni e problemi catalograficiIl catalogo delle opere di Guglielmo Barbini rimane da ricostruire. La documentazione distingue almeno quattro ambiti: le incisioni eseguite durante il periodo S.A.L.I.R.; i lavori realizzati nel laboratorio del fratello Nicolò; le opere prodotte dalla ditta Barbini Guglielmo; le commissioni eseguite per aziende, artisti ed enti come Nason & Moretti ed E.N.A.P.I. L’attribuzione richiede fotografie d’epoca, disegni, registri aziendali, etichette e cataloghi delle esposizioni. La sola qualità tecnica permette di riconoscere una mano esperta, mentre raramente consente di assegnare con certezza il pezzo a un singolo incisore. Nella lavorazione a freddo la firma personale veniva utilizzata in modo discontinuo e molti oggetti recano soltanto il marchio della manifattura. Le riproduzioni da modelli antichi pongono un problema ulteriore. Il riconoscimento può dipendere dalla composizione del vetro, dalla tecnica di argentatura, dalle tracce delle mole, dalla struttura di montaggio e dalla provenienza. Un’incisione eseguita nel Novecento da un artigiano di grande abilità può avvicinarsi sensibilmente ai modelli settecenteschi ai quali si ispira. La ricerca archivistica sulla S.A.L.I.R. avviata da Marc Heiremans offre ora una base importante. Disegni, fotografie e registrazioni interne permettono di distinguere progettista, esecutore e manifattura, restituendo visibilità agli incisori che parteciparono concretamente alla produzione.
Valutazione criticaGuglielmo Barbini appartiene alla storia del vetro muranese come artefice specializzato. La sua importanza deriva dalla capacità di collegare disegno e materia, tradizione e organizzazione moderna del laboratorio. La fondazione della S.A.L.I.R. rappresentò il tentativo di trasformare le lavorazioni a freddo in un settore autonomo, aperto alla collaborazione con artisti e progettisti. La sua attività indipendente conferma la reputazione raggiunta. Le opere documentate alla Triennale del 1940 mostrano un incisore capace di interpretare disegni diversi e di adattarli al recipiente o allo specchio. La partecipazione alla Biennale del 1942 e l’incarico presso la Bevilacqua La Masa completano il profilo di un artigiano riconosciuto nell’ambiente artistico veneziano. Il contributo più duraturo riguarda lo specchio. Con Nicolò Barbini riprese una tradizione che aveva avuto grande fortuna fra Sei e Settecento e la riportò nella produzione novecentesca. Molatura, incisione, argentatura e montaggio vennero organizzati in un processo capace di soddisfare committenze private e grandi arredamenti. La sua figura permette infine di comprendere una componente essenziale dell’autorialità muranese. Dietro il nome del progettista e il marchio della manifattura agiva un interprete dotato di esperienza, cultura visiva e capacità decisionale. Guglielmo Barbini fu uno di questi interpreti: un incisore per il quale l’esecuzione costituiva una forma concreta di invenzione.
Giorgio Catania
Note1. Il profilo familiare ricostruisce la formazione, il lavoro presso la Franchetti, la fondazione della S.A.L.I.R. e l’attività indipendente. 2. Sulla tradizione vetraria della famiglia Barbini e sul ruolo novecentesco di Nicolò e Guglielmo nella ripresa degli specchi veneziani si vedano la ricostruzione aziendale e l’intervista della Fondazione Cologni. 3. Il servizio militare, il ritorno alla Franchetti e la successiva attività di incisore sono ricostruiti nella biografia familiare. L’onorificenza di Cavaliere di Vittorio Veneto è ricordata anche nella biografia pubblicata da Silvano Tagliapietra. 4. Franco Deboni indica come fondatori Giuseppe D’Alpaos, Decio Toso e Guglielmo Barbini. La monografia archivistica di Marc Heiremans include anche Dino Martens e Gino Francesconi e colloca la costituzione formale nel 1924; altre presentazioni editoriali mantengono il 1923. 5. La S.A.L.I.R. era specializzata in incisione, intaglio, smalti, sabbiatura e applicazione della foglia d’oro. La collaborazione con Balsamo Stella e Pelzel segnò l’affermazione del vetro inciso contemporaneo. 6. L’impiego delle ruote in arenaria e corindone, lo stile “a mosaico” e gli specchi molati d’ispirazione francese sono attribuiti a Guglielmo dalla tradizione biografica familiare. 7. Nel 1927 Guglielmo collaborò nel laboratorio fondato dal fratello Nicolò. I due contribuirono alla ripresa novecentesca dello specchio veneziano. 8. Il laboratorio Barbini Guglielmo fu avviato nel 1936. La produzione comprendeva incisioni per Nason & Moretti, specchiere, mobili in cristallo e una serie di riprese da modelli antichi. 9. Le fotografie della VII Triennale documentano la bottiglia su disegno di Ugo Blasi e lo specchio su disegno di Umberto Zimelli, entrambi eseguiti da Guglielmo Barbini. 10. L’Archivio Storico della Biennale registra Guglielmo Barbini fra gli espositori del Padiglione delle Arti Decorative nel 1942 e riporta separatamente la S.A.L.I.R. 11. La struttura tradizionale dello specchio veneziano comprende una superficie centrale e una cornice formata da elementi molati, incisi, argentati e montati. La ripresa novecentesca promossa dai Barbini è documentata dalla Fondazione Cologni. 12. La ditta Barbini e Longega fu fondata nel 1940 da Nicolò Barbini e dal cognato Guglielmo “Memi” Longega. 13. Nel 1952 Guglielmo Barbini partecipò alla commissione per le arti decorative della XXXIX Mostra collettiva della Bevilacqua La Masa. 14. Guglielmo lavorò fino a circa settant’anni; trascorse gli ultimi anni presso Madonna dell’Orto, dedicandosi alla pittura e alla stesura delle memorie. Morì nel 1999 all’età di centouno anni. BibliografiaMarc Heiremans, S.A.L.I.R. – Studio Ars et Labor Industrie Riunite. Contemporary Glass-Decorating on Murano, 1923-1993, Arnoldsche Art Publishers, Stoccarda 2024. Paolo Zecchin, «Gli specchi veneziani, “verieri” e “specchieri” dal Cinquecento all’Ottocento», in Studi Veneziani, LXXVII, Pisa-Roma 2018, pp. 321-379. Attilia Dorigato, L’arte del vetro a Murano, Arsenale Editrice, Venezia 2002. Silvano Tagliapietra, I Barbini de Muran. Storia della famiglia, Venezia 1998. Franco Deboni, Simona Cocchi, Maurizio Cocchi, Murano ’900. Vetri e vetrai, testimonianze e immagini del Novecento muranese, Bocca, Milano 1996. Marina Barovier, Rosa Barovier Mentasti, Attilia Dorigato, Il vetro di Murano alle Biennali 1895-1972, Leonardo Arte, Milano 1995. Marc Heiremans, Art Glass from Murano 1910-1970, Arnoldsche, Stoccarda 1993. Waltraud Neuwirth, Italian Glass, Neuwirth, Vienna 1989. Carlo Pirovano, Giuseppina Borsano, a cura di, Vetri Murano oggi, Electa, Milano 1981. Rosa Barovier Mentasti, Il vetro veneziano, Electa, Milano 1982. La XXXIX Mostra collettiva dell’Opera Bevilacqua La Masa, catalogo della mostra, Venezia 1952. XXIII Esposizione Biennale Internazionale d’Arte, catalogo generale, La Biennale di Venezia, Venezia 1942. VII Triennale di Milano, catalogo generale, Palazzo dell’Arte, Milano 1940.
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