Alfredo Barbini

 

 

Murano, 1912 – Murano, 2007

 

 

 

 

Alfredo Barbini fu maestro vetraio, progettista e imprenditore. La sua attività attraversò oltre settant’anni di storia muranese, dalla stagione novecentista di Napoleone Martinuzzi alle ricerche sul vetro massiccio e sommerso del dopoguerra, fino alla collaborazione con il figlio Flavio. La padronanza della lavorazione a caldo gli consentì di superare la tradizionale distinzione fra maestro esecutore e autore: la forma nasceva direttamente nella fornace attraverso il movimento delle mani, delle pinze e delle cesoie, in rapporto immediato con peso, temperatura e duttilità della massa vitrea.

Barbini apparteneva a una famiglia legata da secoli alla produzione del vetro. I Barbini erano attivi soprattutto nella fabbricazione delle perle e delle conterie, mentre dalla famiglia materna Fuga provenivano diversi soffiatori. Questa doppia ascendenza lo inseriva pienamente nella comunità vetraria dell’isola, fondata sulla trasmissione familiare delle tecniche e sull’apprendistato precoce.[1]

 

 

La formazione e i primi anni in fornace

Da ragazzo frequentò la Scuola di disegno per vetrai Abate Zanetti, dove acquisì le conoscenze grafiche e tecniche necessarie alla professione. Nel 1925, a circa tredici anni, iniziò il lavoro in fornace. Le fonti collocano il suo apprendistato fra la S.A.I.A.R. Ferro Toso, la Cristalleria Franchetti e la Società Anonima Vetrerie e Cristallerie di Murano. La successione esatta varia nei repertori, mentre rimane concorde il dato essenziale: prima dei vent’anni Barbini aveva raggiunto il grado di maestro.[2]

La rapidità della sua formazione dipendeva da una disposizione particolare per il modellato. Barbini possedeva un rapporto istintivo con il vetro incandescente e una notevole capacità di prevederne il comportamento durante il raffreddamento. Il suo talento si manifestava soprattutto nella costruzione di figure, animali e volumi ottenuti attraverso la manipolazione diretta della massa.

La pratica quotidiana in fornace gli permise di conoscere l’intera organizzazione della piazza. Il maestro doveva coordinare servente, serventino, garzone e altri collaboratori, stabilendo tempi e successione delle operazioni. Nel caso di forme complesse, una pausa eccessiva poteva irrigidire il materiale; un movimento troppo rapido poteva deformarlo o provocare tensioni. Barbini sviluppò così una manualità accompagnata da una forte capacità di direzione.

 

Zecchin-Martinuzzi e l’incontro con la scultura

Nel 1932 entrò nella Zecchin-Martinuzzi Vetri Artistici e Mosaici, fondata da Francesco Zecchin e Napoleone Martinuzzi. L’incontro con Martinuzzi rappresentò il momento decisivo della sua formazione. Lo scultore, già direttore artistico della Venini, stava sperimentando vetri opachi, pulegosi e massicci, adatti alla realizzazione di figure e recipienti dalla forte presenza plastica.[3]

Barbini divenne maestro di prima piazza e partecipò all’esecuzione delle opere progettate da Martinuzzi. Alla Biennale di Venezia del 1934 la vetreria presentò quattordici vasi e coppe eseguiti dai maestri Otello Nason e Alfredo Barbini. Quest’ultimo, poco più che ventenne, era già considerato uno dei talenti più promettenti dell’isola. In seguito avrebbe ricordato con particolare riconoscenza quegli anni, durante i quali apprese a pensare la massa vitrea come materiale scultoreo.[4]

L’influenza di Martinuzzi riguardò la struttura stessa dell’opera. Il vaso acquistava corpo, peso e tensione; l’animale veniva ricondotto a pochi volumi; la figura umana nasceva dall’allungamento o dalla compressione della materia. Le bolle del pulegoso, le superfici opache e le inclusioni metalliche contribuivano alla costruzione plastica.

Tra le opere eseguite da Barbini in questa fase è documentata un’anfora su disegno di Martinuzzi, datata 1932. La forma alta e solenne testimonia la piena padronanza raggiunta dal giovane maestro e la sua capacità di tradurre in vetro un modello concepito da uno scultore.

La collaborazione proseguì fino al 1936. Martinuzzi rimase una presenza importante anche nei decenni successivi: intorno al 1970 progettò nuovi vasi per la vetreria Barbini, caratterizzati da sezioni schiacciate, profonde costolature e superfici lavorate alla mola.[5]

 

Barovier Seguso & Ferro

Nel 1936 Barbini trascorse un breve periodo presso la Barovier Seguso & Ferro, manifattura dalla quale sarebbe nata l’anno seguente la Seguso Vetri d’Arte. In questo ambiente lavorò accanto ad Archimede Seguso e sotto la direzione artistica di Flavio Poli.

Un monumentale vaso incamiciato, modello Z1028, documenta l’incontro fra quattro figure centrali del vetro muranese: la forma derivava da un precedente modello di Martinuzzi, Flavio Poli ne curò la rielaborazione, mentre Archimede Seguso e Alfredo Barbini ne affrontarono l’esecuzione. Il vaso, realizzato nel 1936 con strati sovrapposti, foglia d’oro e applicazioni, mostra l’alto livello tecnico raggiunto da Barbini già prima della piena maturità.[6]

Il passaggio presso Barovier Seguso & Ferro rafforzò la conoscenza del vetro sommerso, ottenuto mediante la sovrapposizione di strati trasparenti o colorati. Questa tecnica avrebbe avuto un ruolo importante nella sua produzione successiva, soprattutto nei recipienti pesanti e nelle figure animali.

 

Gli anni della V.A.M.S.A.

Nel 1937 Barbini entrò come socio e primo maestro nella V.A.M.S.A., Vetreria Artistica Muranese Società Anonima. Vi rimase durante gli anni della guerra, fino al 1944. La manifattura costituì il luogo nel quale poté sviluppare con maggiore autonomia le ricerche avviate con Martinuzzi.[7]

Alla V.A.M.S.A. lavorò su disegni di Ermenegildo Ripa e Luigi Scarpa Croce, realizzando recipienti, animali e figure modellate a caldo. Il vetro divenne più spesso, cromaticamente profondo e ricco di inclusioni. Barbini sperimentò il cosiddetto vetro fumato, nel quale polveri metalliche e variazioni termiche producevano sfumature brune, grigie e verdi.

Nel catalogo della produzione sono documentate una Scimmia e un Nudo in nero e oro, entrambi del 1938, e una Foglia con due rane, datata 1939-1940. Queste opere mostrano la progressiva autonomia del maestro: la figura emerge dalla massa attraverso pochi interventi essenziali, mentre bolle, foglia metallica e variazioni di colore partecipano alla resa anatomica.

Appartengono alla stessa stagione coppe e posacenere in vetro incamiciato, con strati verdi, bruni o violetti, foglia d’oro frammentata e fitte bollicine. La decorazione rimane interna al materiale e acquista profondità attraverso la sovrapposizione delle pareti.

Gli animali della V.A.M.S.A. segnano un passaggio importante nella storia della plastica muranese. Anatre, pinguini, tucani e scimmie vengono costruiti attraverso volumi continui, nei quali il colore interno suggerisce piumaggio, occhi e anatomia. Il Tucano e il Pinguino, realizzati con canne policrome, bolle e foglia d’argento sommersa, mostrano la capacità di unire naturalismo sintetico e qualità astratta della materia.

 

Il dopoguerra e la fondazione di Gino Cenedese & C.

Nel 1946 Barbini ricevette una borsa di studio destinata alla ricerca sul vetro scultoreo, svolta nuovamente in rapporto con Napoleone Martinuzzi. Nello stesso periodo partecipò alla nascita della Gino Cenedese & C., fondata con Gino Cenedese, Gino Fort, Angelo Tosi e Pietro Scaramal. Barbini vi assunse il ruolo di socio, direttore artistico e maestro principale.[8]

Alcune cronologie ricordano anche un breve passaggio presso Vistosi fra il 1946 e il 1947. L’esperienza dovette avere carattere transitorio, poiché la presenza di Barbini fra i soci fondatori della Cenedese risulta documentata già nel 1946.[9]

La Biennale del 1948 offrì alla nuova vetreria una prima affermazione pubblica. Barbini presentò sculture modellate a caldo con superfici corrose all’acido, fra cui Torso, Collasso, Putto e Diana nera. L’azione dell’acido rendeva la pelle opaca e granulosa, attenuando la brillantezza e avvicinando il vetro alla pietra o alla terracotta.[10]

Queste figure appartengono al nucleo più alto della sua ricerca. Il corpo umano viene contratto in una massa compatta: testa, torso e arti si fondono in un volume continuo, attraversato da cavità e tensioni. L’opacità del corroso concentra l’attenzione sul modellato, mentre le parti più trasparenti trattengono la luce.

Alla stessa Biennale fu presentata una scultura costituita da un blocco di cristallo contenente un granchio ametista e una seppia lattimo e argento. L’opera rappresenta una delle prime sperimentazioni muranesi compiute nel campo delle inclusioni figurative sommerse e anticipa la fortuna degli acquari in vetro massiccio del decennio successivo.[11]

 

La Vetreria Alfredo Barbini

Nel 1950 Barbini lasciò la Cenedese e fondò una propria manifattura, la Vetreria Alfredo Barbini. La costituzione ufficiale dell’impresa viene collocata al 13 marzo 1950. La Salviati contribuì economicamente all’avvio e ricevette in cambio parte della produzione, circostanza che spiega la presenza di modelli Barbini con etichette commerciali Salviati.[12]

L’apertura della fornace gli consentì di riunire tre funzioni: proprietario, progettista e maestro. Il disegno poteva nascere sulla carta, da un modello in creta o direttamente davanti al forno. In molti casi Barbini procedeva senza un progetto grafico dettagliato, affidandosi alla memoria tecnica e alla capacità di modificare la forma durante l’esecuzione.

La produzione comprendeva pezzi da esposizione, sculture, vasi, coppe, animali, lampade e articoli destinati all’esportazione. La varietà commerciale sosteneva economicamente la ricerca artistica e permetteva di mantenere attiva una fornace dotata di maestranze numerose.

 

La scultura a massello

Il campo privilegiato di Barbini fu il vetro massiccio modellato a caldo, spesso indicato con le espressioni a massello o massiccio. Una grande quantità di vetro veniva raccolta sulla canna o sul pontello, quindi tirata, piegata, compressa e incisa con strumenti metallici. Il volume rimaneva pieno oppure conservava soltanto una piccola cavità interna.

Il procedimento richiedeva forza fisica e precisione. La parte esterna si raffreddava rapidamente, mentre il centro rimaneva caldo e mobile; il maestro doveva intervenire mantenendo uniforme la temperatura e prevenendo tensioni capaci di provocare rotture durante la ricottura.

Barbini portò questa tecnica verso forme sempre più concentrate. Pesci, cavalli, uccelli, figure femminili e torsi vengono ridotti a masse allungate o raccolte. Il dettaglio anatomico lascia spazio al profilo, al peso e all’equilibrio. La trasparenza rivela strati interni di colore, bolle e inclusioni metalliche, trasformando la scultura secondo la luce.

La sua qualità più rara consisteva nella capacità di unire più masse vitree rendendo quasi impercettibile il punto di giunzione. Colori e parti anatomiche sembrano crescere da un unico corpo, anche quando furono preparati separatamente e saldati a caldo.

 

Pesci, tulipani e forme organiche

Tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio dei Sessanta Barbini sviluppò le serie dei Pesci e dei Tulipani. Nei pesci il corpo appare come una lama curva o una goccia allungata; pinne e code vengono ricavate mediante tagli e trazioni. Il vetro sommerso crea fasce cromatiche che suggeriscono il movimento nell’acqua.

I tulipani nascono da un procedimento affine. La massa viene aperta e piegata fino a formare petali spessi, mentre lo stelo o il basamento assicurano la stabilità. La forma vegetale offre al maestro la possibilità di lavorare sulla trasformazione fra volume chiuso e apertura.

Alla Biennale del 1960 queste ricerche mostrarono una progressiva riduzione del repertorio figurativo. Pesci e fiori acquistano un carattere quasi astratto, fondato sulla curvatura, sulla trasparenza e sul rapporto fra nuclei cromatici sommersi.[13]

La figura rimane riconoscibile, ma la qualità dell’opera risiede nell’organizzazione della massa. Le migliori sculture conservano un equilibrio fra peso e slancio: il vetro appare denso e insieme attraversato dalla luce.

I vetri pesanti e la Biennale del 1962

All’inizio degli anni Sessanta Barbini realizzò una serie di vetri pesanti, costituiti da vasi e coppe in cristallo sommerso, con pareti molto spesse e superfici incise alla mola. Il volume acquista la presenza di una scultura, mentre la cavità interna mantiene il riferimento alla funzione del recipiente.

Alla XXXI Biennale di Venezia del 1962 presentò un gruppo di questi vasi. Un esemplare su alto piede, finemente inciso, è documentato come opera ideata ed eseguita direttamente dal maestro.

Il Biennale Vase del 1962 è entrato nella collezione del Museum of Modern Art di New York. La presenza al MoMA riconosce il valore progettuale dell’opera e colloca Barbini nel quadro internazionale del design e delle arti decorative del dopoguerra.

L’incisione attenua la continuità lucida della superficie e genera campiture opache, righe e scavi. La luce attraversa il colore sommerso, incontra le zone molate e si distribuisce in modo differente secondo lo spessore. Il decoro coincide così con la struttura ottica del vaso.

 

Gli Alga e il doppio incalmo

Alla Biennale del 1968 Barbini presentò nuove opere, fra le quali il vaso Alga. Il pezzo è costruito mediante un doppio incalmo: tre parti soffiate separatamente vengono unite lungo le rispettive circonferenze; la forma viene poi chiusa, inclinata e riaperta lateralmente. Le tracce dell’imboccatura originaria e del pontello sono molate e lucidate.[14]

Il procedimento produce una figura asimmetrica, attraversata da campiture cromatiche indipendenti. La forma sembra piegarsi e crescere come un organismo marino. La complessità tecnica rimane assorbita nell’unità del volume.

Barbini ricevette riconoscimenti alle Biennali del 1950 e del 1968. Le due date delimitano una fase centrale della sua carriera: nel 1950 la scultura figurativa in vetro corroso; nel 1968 l’astrazione organica e il controllo di tecniche complesse come il doppio incalmo.[15]

 

I Sassi e la ricerca dell’essenzialità

Negli anni Sessanta e Settanta Barbini sviluppò forme sempre più essenziali, spesso indicate come Sassi, Forme o sculture organiche. Il vetro viene modellato in volumi irregolari, levigati oppure trattati con procedimenti di salinizzazione e corrosione.

Il sasso rappresenta una sintesi della sua ricerca. La massa appare formata dalla natura, mentre ogni curva deriva da una precisa manipolazione. Trasparenza, lattimo, nero e colori sommersi modificano la percezione del peso. Alcuni esemplari sono interamente massicci; altri presentano cavità minime o nuclei cromatici centrali.

Il catalogo Vetri Murano oggi documenta sassi in cristallo, nero salinizzato, lattimo e vetro trasparente, progettati insieme ad Alfredo e Flavio Barbini.

La semplificazione avvicina queste opere alla scultura astratta internazionale. La loro origine rimane profondamente muranese, poiché dipende dal controllo della materia calda e dalla capacità del maestro di costruire una forma compiuta in pochi minuti.

 

Produzione, esportazione e mercato americano

La notorietà internazionale di Barbini crebbe attraverso le Biennali, le Triennali e le esportazioni verso gli Stati Uniti. Le sue opere furono incluse nella mostra itinerante Italy at Work, organizzata all’inizio degli anni Cinquanta, e nel 1961 nell’esposizione Artist-Craftsmen of Western Europe al Museum of Contemporary Crafts di New York.[16]

La vetreria lavorava con importatori americani come Camer Glass e Weil Ceramics & Glass. I cataloghi comprendevano sculture, vetri sommersi, lampade, accendini monumentali, recipienti contemporanei e riprese di modelli storici veneziani. Questa produzione rispondeva a mercati diversi e documenta la duplice identità della fornace: laboratorio artistico e impresa esportatrice.

Barbini seppe adattare l’esperienza muranese al gusto internazionale degli anni Cinquanta e Sessanta. I vetri sommersi dai colori rosa, azzurri, bruni e grigi incontravano la fortuna del design scandinavo, mantenendo la ricchezza tecnica e cromatica propria dell’isola.

La produzione commerciale raggiunse una diffusione molto più ampia rispetto ai pezzi da Biennale. Questa pluralità richiede oggi una catalogazione attenta: accanto alle opere ideate e realizzate personalmente dal maestro esistono modelli eseguiti dalla sua squadra, articoli prodotti per altri marchi e serie ripetute in più varianti.

 

Le collaborazioni con artisti stranieri

Dal 1964 Barbini collaborò con lo scultore texano Robert Willson, uno dei protagonisti del primo Studio Glass americano. Willson portava modelli e idee figurative; Barbini affrontava la traduzione nella massa vitrea, risolvendo problemi di stabilità, colore e saldatura.[17]

La collaborazione mostra il ruolo assunto dai grandi maestri muranesi nella formazione degli artisti stranieri. Barbini offriva una competenza accumulata in decenni di lavoro, mentre il confronto con autori esterni introduceva nuove iconografie e nuovi modi di concepire la scultura.

Tra il 1969 e il 1971 fornì in

oltre progetti alla manifattura tedesca Gral-Glashütte. L’esperienza ampliò il confronto con sistemi produttivi differenti e confermò la sua reputazione europea.

Flavio Barbini e la continuità della fornace

Dal 1968 il figlio Flavio Barbini affiancò il padre nella progettazione e nella gestione. Il rapporto fra i due riprese il modello muranese della trasmissione familiare, adattandolo a una manifattura ormai inserita nel mercato internazionale.[18]

Flavio introdusse forme più geometriche, apparecchi d’illuminazione e oggetti nei quali ricorrono anelli concentrici, fasce cromatiche e volumi elementari. La lampada Spiro, la Jama, le coppe e i vasi in ambra e ametista mostrano la continuità tecnica della fornace e un aggiornamento del linguaggio verso il design degli anni Settanta e Ottanta.

Alfredo continuò a lavorare come maestro e direttore artistico. Il suo ruolo comprendeva la supervisione delle piazze, il controllo dei modelli e l’esecuzione di opere particolarmente impegnative. Nel 1983 la società venne riorganizzata come Alfredo Barbini S.r.l.

La firma costituisce un elemento importante per l’attribuzione. In diversi repertori, le opere eseguite personalmente dal maestro recano A. Barbini, mentre i prodotti della manifattura presentano più frequentemente Barbini Murano o etichette aziendali. Il criterio offre un’indicazione utile, da verificare insieme a provenienza, modello, qualità esecutiva e documentazione d’epoca.[19]

 

La fornace come spazio di lavoro

A metà degli anni Sessanta Barbini fece costruire una nuova fornace secondo proprie indicazioni. L’edificio era caratterizzato da grandi superfici vetrate verticali, pensate per distribuire la luce naturale in modo uniforme. L’organizzazione dello spazio rifletteva la sua esperienza diretta di maestro e imprenditore: visibilità, temperatura, circolazione delle persone e disposizione dei forni partecipavano alla qualità del lavoro.[20]

La fornace costituiva anche un luogo di rappresentanza. Collezionisti, artisti, clienti e operatori internazionali potevano assistere alla lavorazione e comprendere il carattere collettivo della produzione. Barbini diventava così interprete di una Murano capace di presentare il proprio sapere tecnico come cultura artistica contemporanea.

 

Riconoscimenti e fortuna critica

Nel corso della carriera Barbini partecipò a numerose Biennali di Venezia e Triennali di Milano. Le sue opere entrarono in collezioni pubbliche europee e americane. Il MoMA conserva il vaso della Biennale del 1962; altri lavori sono presenti in musei dedicati al design, alle arti decorative e al vetro contemporaneo.

Nel 1975 ricevette l’Osella d’oro dell’Associazione degli industriali di Venezia; nel 1978 gli fu conferito il titolo di Commendatore; nel 1989 fu nominato Veneziano dell’anno. Questi riconoscimenti premiavano insieme il maestro, l’imprenditore e il rappresentante di una tradizione produttiva profondamente legata alla città.[21]

Morì a Murano nel 2007. La sua fornace proseguì l’attività attraverso la famiglia e le maestranze formate nel corso dei decenni. Le fonti museali concordano sull’anno e sul luogo della morte; alcuni repertori riportano il 13 febbraio come data precisa.[22]

 

 

Valutazione critica

Alfredo Barbini rappresenta una delle espressioni più complete della figura del maestro-autore muranese. La progettazione nasceva dalla conoscenza della tecnica e poteva modificarsi durante l’esecuzione. Il gesto possedeva una funzione ideativa: tirare, incidere, comprimere e saldare il vetro significava determinare contemporaneamente struttura e immagine.

La lezione di Martinuzzi gli offrì una prima concezione scultorea del materiale. Barbini la sviluppò attraverso il vetro massiccio, il sommerso, il corroso, l’incamiciato, l’incalmo e le lavorazioni alla mola. La continuità della ricerca appare nelle opere della V.A.M.S.A., nelle plastiche Cenedese, nei vetri pesanti degli anni Sessanta e nei sassi della maturità.

Il suo repertorio comprende figure, animali, fiori, forme marine e recipienti. Il passaggio da un soggetto all’altro mantiene una medesima attenzione per la massa. Anche un vaso funzionale possiede peso scultoreo; anche un animale conserva la memoria del recipiente e della goccia di vetro dalla quale ha avuto origine.

La capacità imprenditoriale contribuì alla durata della ricerca. La produzione commerciale, le esportazioni e le collaborazioni internazionali sostennero l’attività della fornace e permisero di affrontare pezzi complessi, spesso destinati alle esposizioni. La compresenza di serie, varianti e opere uniche rende oggi necessario distinguere la responsabilità diretta del maestro dalla produzione aziendale.

L’ingresso di Flavio consolidò la dimensione familiare della manifattura e aprì una nuova fase, più vicina al design. Alfredo rimase il riferimento tecnico e artistico, custode di una manualità che aveva attraversato il Novecento muranese dalla bottega tradizionale al mercato internazionale.

Nelle opere migliori il vetro conserva la tensione del momento in cui fu modellato. La superficie trattiene pressioni, tagli e giunzioni; il colore sembra sospeso nella massa; il volume appare fermo e insieme ancora capace di trasformarsi. In questa qualità risiede il contributo più personale di Alfredo Barbini alla storia della scultura in vetro.

 

Giorgio Catania

 

 

Note

1. I Barbini risultano attivi nella produzione vetraria muranese almeno dal XVII secolo; la famiglia fu iscritta nel 1658 nel Libro d’oro della Magnifica Comunità di Murano. Sulla linea materna Fuga e sull’attività dei Barbini come produttori di perle si veda il profilo del Museum of Fine Arts di Houston.

2. Le cronologie presentano differenze nella successione fra S.A.I.A.R. Ferro Toso, Cristalleria Franchetti e Società Anonima Vetrerie e Cristallerie di Murano. Il 1925 è indicato concordemente come anno di inizio del lavoro in fornace.

3. Per il rapporto con Napoleone Martinuzzi e la formazione nel campo del vetro massiccio: Rosa Barovier Mentasti, «Alfredo Barbini: Maestro», e il profilo della Galleria Marina Barovier.

4. La documentazione della Zecchin-Martinuzzi registra Barbini come maestro di prima piazza e come esecutore, insieme a Otello Nason, delle opere presentate alla Biennale del 1934.

5. Gli studi e i vasi progettati da Martinuzzi per Alfredo Barbini intorno al 1970 documentano la durata del loro rapporto.

6. Il vaso modello Z1028 del 1936 è documentato nell’Archivio Seguso come progetto di Flavio Poli eseguito con la partecipazione di Archimede Seguso e Alfredo Barbini.

7. La sigla della società compare nelle fonti come V.A.M.S.A. e, più raramente, S.A.V.A.M.; la denominazione estesa è Vetreria Artistica Muranese Società Anonima.

8. Gino Cenedese & C. fu fondata nel 1946 da Gino Cenedese insieme ad Alfredo Barbini, Gino Fort, Angelo Tosi e Pietro Scaramal.

9. Il passaggio presso Vistosi è riportato da alcuni repertori fra il 1946 e il 1947; la presenza nella compagine originaria della Cenedese risulta documentata dal 1946.

10. Torso e Collasso sono ricordati fra le sculture presentate dalla Cenedese alla Biennale del 1948. Altri repertori aggiungono Putto e Diana nera.

11. La scultura con granchio e seppia sommersi, presentata nel 1948, è documentata da Roberto Aloi e da una provenienza ininterrotta ricostruita in occasione della vendita Finarte del 2022.

12. La Vetreria Alfredo Barbini fu costituita nel marzo 1950. Il sostegno economico della Salviati e la conseguente fornitura di opere alla stessa azienda spiegano alcune sovrapposizioni di marchi ed etichette.

13. Le serie Pesci e Tulipani furono presentate nella fase compresa fra la Biennale del 1960 e le successive ricerche sui vetri pesanti.

14. Per la tecnica del vaso Alga e la sua partecipazione alla Biennale del 1968 si veda la scheda di Marc Heiremans.

15. Una fonte accademica documenta premi ottenuti da Barbini alle Biennali del 1950 e del 1968.

16. Barbini partecipò a Italy at Work e alla mostra Artist-Craftsmen of Western Europe del 1961.

17. La collaborazione con Robert Willson iniziò nel 1964 e contribuì alla crescita dei rapporti fra Murano e lo Studio Glass americano.

18. Flavio Barbini entrò stabilmente nella vetreria nel 1968, occupandosi progressivamente di progettazione e gestione.

19. La distinzione fra la firma A. Barbini e il marchio Barbini Murano costituisce un criterio indicativo, da integrare con la verifica dei modelli e delle provenienze.

20. La fornace costruita negli anni Sessanta su indicazioni di Barbini era caratterizzata da alte vetrate concepite per distribuire uniformemente la luce naturale.

21. L’Osella d’oro è datata 1975, il titolo di Commendatore 1978 e la nomina a Veneziano dell’anno 1989.

22. MoMA e diversi musei riportano gli estremi 1912-2007; alcuni cataloghi indicano il 13 febbraio 2007 come data della morte.

 

 

Bibliografia

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