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Anna «Anita» Antoniazzo Bocchina
Fiume, 13 ottobre 1907 – Padova, 28 giugno 2003
Anna Antoniazzo Bocchina, conosciuta come Anita e citata anche nella forma Antoniazzo de Bocchina, fu pittrice, designer, fotografa, insegnante e studiosa del patrimonio storico-artistico di Fiume. La collaborazione giovanile con la S.A.I.A.R. Ferro-Toso occupa pochi anni della sua lunga attività, ma la colloca in una fase decisiva del vetro muranese, quando la produzione d’arredo cominciava a confrontarsi con l’architettura moderna e con le nuove esigenze dell’illuminazione elettrica. Nata a Fiume il 13 ottobre 1907, studiò all’Accademia di Belle Arti di Venezia, dove si diplomò nel 1930 sotto la guida di Virgilio Guidi. La sua formazione comprese anche esperienze nel campo dell’architettura, della litografia e dell’oreficeria, discipline che le fornirono una preparazione estesa dal disegno alla progettazione dell’oggetto. Negli anni successivi entrò nel gruppo d’avanguardia fiumano riunito intorno a Francesco Drenig, figura centrale nei rapporti culturali fra Italia e area croata durante il periodo fra le due guerre.
Gli anni veneziani e la S.A.I.A.R. Ferro-TosoTra il 1928 e il 1930, mentre completava gli studi, Anita Antoniazzo si occupò della progettazione di apparecchi d’illuminazione per la S.A.I.A.R. Ferro-Toso. Aveva poco più di vent’anni. La collaborazione indica un ingresso precoce nel campo delle arti applicate e mostra come l’azienda fosse disponibile ad accogliere progettisti provenienti dall’esterno della tradizione vetraria familiare. La S.A.I.A.R., acronimo di Società Anonima Italiana Arti Riunite, era attiva a Murano dal 1895. Nel primo dopoguerra aveva iniziato a rinnovare la propria produzione attraverso il rapporto con artisti e disegnatori: nel 1920 aveva eseguito i vasi a murrine progettati da Anna Åkerdahl; dal 1923 aveva sviluppato una linea di vetri soffiati sottili, caratterizzati da forme semplici e leggere. Alla fine del decennio rivolse una particolare attenzione alle lampade geometriche in vetro lattimo, affidandone il disegno a Guido Balsamo Stella, Vittorio Donà e Anita Antoniazzo. La rivista La Casa bella dedicò nel 1929 un ampio servizio a questi apparecchi, riconoscendoli come parte della ricerca contemporanea sull’arredamento. Il nome di Antoniazzo compare accanto a quello di progettisti già affermati, entro una produzione che tendeva a ridurre il peso dell’ornamento e a costruire il corpo illuminante attraverso volumi elementari. Il vetro lattimo si adattava bene a questa funzione. La sua massa bianca e opalescente schermava la sorgente elettrica, diffondeva la luce e permetteva di ottenere superfici compatte, leggibili anche a lampada spenta. Sfere, coni, cilindri e calotte diventavano parti di una composizione nella quale la materia vitrea assumeva un ruolo architettonico. Il lampadario tradizionale, costruito mediante bracci, foglie e fiori modellati a caldo, lasciava spazio a un oggetto concentrato sul volume e sulla distribuzione luminosa. La partecipazione di Antoniazzo va inserita in questa trasformazione. Il suo lavoro riguardò il disegno delle lampade, mentre l’esecuzione spettava ai maestri e ai tecnici della manifattura. Il risultato nasceva dal passaggio fra progetto grafico, adattamento funzionale e conoscenza del vetro: spessore delle pareti, dimensioni dell’apertura, stabilità dell’elemento sospeso, rapporto con la montatura metallica e resa luminosa. La documentazione finora pubblicata colloca con sicurezza il suo nome nella serie S.A.I.A.R., mentre l’identificazione dei singoli modelli passa attraverso il confronto fra le fotografie apparse nel 1929, i cataloghi commerciali e gli eventuali disegni conservati negli archivi aziendali. Il corpus rimane quindi raccolto sotto la responsabilità collettiva della manifattura, secondo una prassi frequente nel vetro muranese: l’oggetto veniva presentato con il marchio della fornace, lasciando in secondo piano progettista e maestro esecutore. Il contributo di Antoniazzo appartiene alla fase più moderna della S.A.I.A.R. Nello stesso 1929 la vetreria trovò un importante punto di diffusione nel negozio Sambuco di Torino, progettato da Giuseppe Pagano Pogatschnig e Gino Levi-Montalcini, dove i vetri Ferro-Toso erano esposti accanto alle ceramiche Lenci, Chini, Primavera e Rouard. La manifattura partecipò poi alla Triennale di Monza del 1930 e alla Biennale di Venezia del 1932; nel 1936 si fuse con la Barovier & C., dando origine alla Ferro-Toso-Barovier.
Pittura, fotografia e arti applicate a FiumeConclusa la fase veneziana, Antoniazzo tornò a operare nell’ambiente culturale fiumano. Partecipò a esposizioni sindacali e collettive a Fiume, Trieste, Venezia e Genova. Alcune sue opere entrarono nelle sedi della Società Assicurazioni di Fiume, della Raffineria di oli minerali e di organizzazioni industriali cittadine. Parallelamente lavorò nel campo dell’arredamento, progettando mobili per le ditte Stamflin e Vegliach e ambienti destinati a committenti privati. Queste attività chiariscono la natura della sua formazione. Pittura, fotografia, arredamento e vetro appartenevano a un medesimo campo progettuale, nel quale il disegno poteva trasferirsi dalla superficie del quadro all’oggetto, al mobile e allo spazio interno. La collaborazione con la Ferro-Toso rappresentò dunque una prima applicazione professionale di un interesse destinato a svilupparsi attraverso materiali diversi. Antoniazzo praticò anche la fotografia artistica, ottenendo riconoscimenti in esposizioni nazionali e dopolavoristiche. La fotografia ebbe per lei una funzione documentaria sempre più rilevante: divenne strumento per registrare architetture, monumenti, sepolture e testimonianze figurative esposte alla trasformazione urbana e agli sconvolgimenti politici del Novecento. Insegnò presso la scuola femminile Emma Brentari di Fiume. La sua presenza nella vita cittadina comprendeva l’attività artistica, l’educazione e una crescente attenzione alla storia locale. Nel gruppo legato a Drenig entrò in contatto con una cultura fiumana cosmopolita, costruita fra lingua italiana, area mitteleuropea e rapporti con gli ambienti croati. Questa esperienza avrebbe orientato la sua successiva attività di ricerca.
L’esodo e la tutela del patrimonio fiumanoNel 1946 lasciò Fiume e si trasferì a Venezia. Il distacco dalla città d’origine determinò una svolta: l’artista divenne progressivamente studiosa, raccoglitrice di documenti e tutrice della memoria fiumana. La sua ricerca si concentrò sulle architetture adriatiche, sugli artisti attivi a Fiume e sul cimitero monumentale di Cosala, considerato come un archivio della storia civile, religiosa e artistica della città. Nel 1955 pubblicò con Mario Ferrari Case gotico-veneziane in Istria, studio dedicato alla diffusione dei modelli architettonici veneziani lungo la costa orientale dell’Adriatico. Nel 1982 ricostruì l’ambiente culturale della propria giovinezza nel saggio Arte e artisti figurativi a Fiume dal 1900 al 1945. Il testo conserva informazioni su pittori, scultori, fotografi e architetti conosciuti direttamente o ancora presenti nella memoria cittadina, componendo una storia delle arti figurative fiumane attraverso opere, mostre e relazioni personali. La ricerca sul cimitero di Cosala, avviata molti anni prima, confluì nel 1995 nel volume Fiume. Il cimitero di Cosala. Antoniazzo raccolse più di mille fotografie, trascrisse oltre duecento epigrafi ed esaminò tombe, cappelle e monumenti funerari come testimonianze dell’architettura e della scultura fra Ottocento e Novecento. Il libro assunse il valore di un inventario storico e conservativo, costruito in un momento nel quale molte opere rischiavano dispersione, degrado o perdita d’identità. Il suo impegno contribuì al riconoscimento del cimitero come monumento nazionale nel 2001. Fu inoltre membro della Commissione UNESCO per la salvaguardia dei monumenti culturali e ricevette il titolo di soprintendente onoraria ai monumenti. Il passaggio dalla progettazione di oggetti alla tutela del patrimonio conserva una coerenza precisa: in entrambi i casi il lavoro parte dall’osservazione delle forme, dalla conoscenza dei materiali e dalla responsabilità nei confronti della loro permanenza. Accanto agli studi storici pubblicò nel 1990 la raccolta Forme poetiche. La scrittura, la fotografia e la ricerca documentaria finirono così per affiancare stabilmente la pittura e il disegno. Morì a Padova il 28 giugno 2003; fu sepolta nel cimitero di Cosala, al quale aveva dedicato la parte più estesa della propria attività di studiosa.
Un profilo da ricomporreLa vicenda di Anita Antoniazzo Bocchina attraversa ambiti che la storiografia ha spesso trattato separatamente. A Murano compare come giovane designer di lampade; a Fiume come pittrice, fotografa e progettista d’interni; nel secondo dopoguerra come storica dell’arte e difensore del patrimonio adriatico. Il periodo trascorso presso la S.A.I.A.R. Ferro-Toso acquista rilievo proprio alla luce di questa continuità. Antoniazzo affrontò il vetro come materia destinata allo spazio abitato e alla luce, partecipando al superamento del lampadario ornamentale in favore di una forma più essenziale. La sua presenza documenta inoltre il ruolo, ancora poco indagato, delle donne nella progettazione muranese fra le due guerre: figure formate nelle accademie e negli istituti d’arte, attive nel disegno, nel tessile, nell’arredamento e nel vetro, ma raramente riconosciute nella denominazione commerciale dei manufatti. Il nucleo delle lampade Ferro-Toso resta il punto dal quale ricostruire la sua attività di designer. Fotografie, numeri del 1929 di La Casa bella, cataloghi della manifattura e documentazione familiare potranno precisare forme, misure, montature e varianti. Già i dati disponibili restituiscono però una personalità definita: artista capace di muoversi dal progetto moderno alla conoscenza storica, e di trasformare la memoria della propria città in un lavoro concreto di catalogazione e tutela.
Giorgio Catania
BibliografiaBarbara Vinciguerra, «Anna Antoniazzo Bocchina e la tutela del patrimonio artistico di Fiume», in Il capitale culturale. Studies on the Value of Cultural Heritage, supplemento 13, Edizioni Università di Macerata, Macerata 2022, pp. 601-612. Daina Glavočić, Le belle arti tra le due guerre a Fiume. 1920-1940, Comunità degli Italiani, Fiume 2019. Ervin Dubrović, Francesco Drenig. Contatti italo-croati a Fiume dal 1900 al 1950, Centro di Ricerche Storiche, Rovigno 2015. Franco Deboni, con contributi di Simona Cocchi e Maurizio Cocchi, Murano ’900. Vetri e vetrai, Bocca Editori, Milano 1996. Anita Antoniazzo Bocchina, Fiume. Il cimitero di Cosala, Bottega d’Erasmo, Padova 1995. Anita Antoniazzo Bocchina, Forme poetiche, Panda, Padova 1990. Anita Antoniazzo Bocchina, «Arte e artisti figurativi a Fiume dal 1900 al 1945», in Fiume, n. 1, Padova 1982, pp. 17-45. Rosa Barovier Mentasti, Il vetro veneziano, Electa, Milano 1982. Anita Antoniazzo, «Il cimitero di Cosala», in Pagine istriane, XLIV, n. 12, Trieste 1981, pp. 39-48. Astone Gasparetto, Il vetro di Murano dalle origini ad oggi, Neri Pozza, Venezia 1958. Anita Antoniazzo Bocchina, Mario Ferrari, Case gotico-veneziane in Istria, Stabilimento Tipografico Nazionale, Trieste 1955. La Casa bella, annata II, servizio dedicato agli apparecchi d’illuminazione della S.A.I.A.R. Ferro-Toso, Milano 1929.
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