Francesco Andolfato

 

Venezia, 1924 – data di morte non accertata

 

 

 

 

 

 

 

 

Francesco Andolfato appartiene alla generazione di artigiani veneziani che, nel secondo dopoguerra, rinnovarono le lavorazioni a freddo del vetro senza interrompere il rapporto con la tradizione settecentesca. Incisore alla ruota, decoratore e occasionalmente autore dei propri modelli, lavorò in una zona di confine fra mestiere esecutivo e ricerca artistica. La sua figura è rimasta meno studiata rispetto a quella dei maestri di fornace, anche perché una parte consistente della produzione uscì dal laboratorio con il nome del pittore o del progettista che aveva fornito il disegno.

Nacque a Venezia nel 1924. Frequentò l’Istituto d’Arte cittadino e, parallelamente, svolse l’apprendistato in un laboratorio familiare, dove apprese le tecniche dell’incisione, dell’intaglio e della finitura del vetro. Le fonti disponibili non precisano gli anni della formazione né identificano concordemente il parente presso il quale lavorò; il dato certo è che Andolfato acquisì una padronanza specialistica della lavorazione alla ruota prima di aprire, nel 1953, un proprio laboratorio al numero 2546 del sestiere di San Polo.

 

 

La tradizione dell’incisione veneziana

La sua formazione si colloca nel clima prodotto dall’attività della S.A.L.I.R. — Studio Ars et Labor Industrie Riunite — che dagli anni Venti aveva riportato a Venezia l’incisione profonda di ascendenza boema. Determinante era stato il lavoro di Franz Pelzel, chiamato a tradurre sul vetro i disegni di Guido Balsamo Stella. Pelzel aveva mostrato come la precisione nordica dell’intaglio potesse essere applicata alle forme muranesi, introducendo temi moderni, composizioni geometriche e soggetti legati allo sport, alla musica e alla vita contemporanea.

Andolfato non risulta allievo diretto di Pelzel, ma ne raccolse tuttavia l’eredità tecnica e culturale: l’uso della mola come strumento capace di costruire l’immagine attraverso variazioni di profondità, opacità e rifrazione, oltre che come mezzo di semplice ornamentazione.

L’incisione alla ruota è una lavorazione a freddo. L’oggetto viene avvicinato a piccoli dischi rotanti di diametro e profilo differenti, generalmente in carborundum oppure in metallo tenero alimentato con polveri abrasive. Le ruote più sottili tracciano linee, contorni e dettagli; quelle più larghe asportano materia, producono campiture opache e modulano i passaggi chiaroscurali. Il vetro muranese, normalmente sodico e povero di piombo rispetto al cristallo boemo, non offre sempre l’omogeneità richiesta da un’incisione profonda. La qualità raggiunta da Andolfato risiede anche nella capacità di controllare queste irregolarità, evitando scheggiature e variazioni indesiderate del segno.

 

 

L’esordio alla Biennale del 1948

La prima opera documentata è il pannello Mani artigiane, presentato alla XXIV Biennale internazionale d’arte di Venezia nel 1948. La lastra, incisa alla ruota, fu disegnata ed eseguita dallo stesso Andolfato. Il soggetto mostra alcune mani impegnate nella lavorazione di un manufatto decorato: un’immagine quasi programmatica, nella quale il lavoro manuale diviene tema dell’opera e dichiarazione d’identità professionale.

La partecipazione va letta nel quadro della riapertura postbellica della Biennale e della ripresa del Padiglione Venezia, destinato alle arti decorative. Le esposizioni di quegli anni riunivano fornaci, laboratori d’incisione, vetratisti e artigiani delle Venezie, presentandone l’attività come forma di creazione contemporanea. Accanto alle grandi aziende — Venini, Barovier & Toso, Seguso Vetri d’Arte, Aureliano Toso e Fratelli Toso — comparivano la S.A.L.I.R. e il laboratorio di Andolfato. La sua presenza conferma il ruolo autonomo attribuito alle lavorazioni a freddo nella ricostruzione del vetro veneziano del dopoguerra.

Questo contesto è stato ricostruito dalla mostra 1948–1958. Il vetro di Murano e la Biennale di Venezia, curata nel 2026 da Marino Barovier per Le Stanze del Vetro. L’esposizione e il relativo catalogo si fondano sulla documentazione dell’Archivio Storico delle Arti Contemporanee della Biennale e su archivi pubblici e privati.

 

Nel 1950 Andolfato partecipò alla XXV Biennale con una coppia di vasi cilindrici incisi alla ruota su disegno di A. Boscolo. Le figure, distribuite sulla parete trasparente, sono trattate mediante campiture opache e segni lineari. L’opera documenta già la distinzione operativa che avrebbe caratterizzato buona parte della sua attività: il disegno appartiene a un artista, mentre la traduzione nel vetro, con tutte le decisioni riguardanti profondità, pressione della ruota e rapporto con la forma del recipiente, è affidata all’incisore.

 

Il laboratorio di San Polo

Nel 1953 Andolfato aprì il proprio studio artigiano a San Polo. L’insegna esterna, realizzata a mosaico, presentava forme stilizzate di vasi e il nome Andolfato Francesco; l’immagine del laboratorio restituisce un’attività radicata nel tessuto produttivo veneziano, distinta dalle fornaci muranesi ma dipendente da esse per la fornitura di lastre, coppe, bottiglie e altri pezzi grezzi.

La produzione ordinaria comprendeva specchiere incise, vetri decorativi e oggetti ispirati ai modelli veneziani del Settecento. Non si trattava necessariamente di copie letterali: motivi floreali, figure mitologiche, scene galanti e ornati a volute venivano adattati a manufatti destinati all’arredamento e al collezionismo. La precisione raggiunta in questo campo gli procurò un premio per la migliore riproduzione di un vetro inciso del XVIII secolo alla mostra-concorso Maestri Vetrai di Murano. Negli anni Cinquanta ricevette inoltre un premio-acquisto dal Museo dell’Artigianato di Firenze.

La capacità di ricostruire le tecniche storiche non esauriva però il suo lavoro. Andolfato collaborò con artisti interessati alla possibilità di trasferire nel vetro forme figurative semplificate, grafie astratte e segni di matrice informale. Tra i nomi ricordati dalle fonti figurano Riccardo Licata, Armando Tonello e Mirko Casaril. La collaborazione più continuativa e meglio documentata fu quella con Casaril.

Fonti relative alla Pauly & C.–Compagnia Venezia Murano collocano inoltre negli anni Cinquanta l’inizio di un rapporto fra l’azienda, il maestro Anzolo Fuga e Andolfato. La documentazione aziendale secondaria ricorda l’incisore fra gli specialisti impiegati per opere moderne da esposizione e per commissioni particolari.

 

La collaborazione con Mirko Casaril

Mirko Casaril, pittore e decoratore formatosi all’Istituto d’Arte di Venezia, elaborò nei primi anni Sessanta un linguaggio grafico composto da figure sintetiche, simboli zodiacali, strutture quasi calligrafiche e immagini astratte. I suoi disegni richiedevano un incisore capace di conservarne la libertà senza ridurli a un ornamento uniforme.

Alla XXXI Biennale di Venezia del 1962 Andolfato presentò una serie di placchette intitolata Lo Zodiaco, progettata da Casaril. Le figure dei dodici segni sono costruite mediante zone satinate, incisioni profonde e linee più sottili. L’opacità dell’immagine contrasta con la trasparenza della lastra, mentre il profilo irregolare delle campiture evita la levigatezza impersonale dell’incisione industriale. Alla serie fu assegnato il Premio del Ministero dell’Industria e del Commercio.

Tra le placchette documentate figura Acquario, nella quale il segno zodiacale è reso attraverso una figura seduta e una trama di linee curve. L’incisione introduce spessori, ombre e variazioni superficiali che trasformano il disegno in immagine luminosa.

Nel 1963 Andolfato eseguì tre bottiglie su disegno di Casaril, presentate alla Mostra del Vetro di Murano organizzata dall’Opera Bevilacqua La Masa. Le forme, alte e slanciate, diventano supporti tridimensionali sui quali figure e strutture astratte si distribuiscono seguendo il profilo del recipiente.

Un vaso denominato Stellato, datato 1966 e apparso sul mercato tedesco, reca l’indicazione: «Mirko Casaril, disegno; Francesco Andolfato, esecuzione». Il manufatto conferma la continuità del sodalizio e mostra quanto fosse riconoscibile, almeno negli esemplari meglio documentati, la distinzione fra ideazione e interpretazione tecnica.

 

 

I piatti Doublè e il recupero dello Zwischengoldglas

Il risultato tecnicamente più ambizioso della collaborazione con Casaril fu presentato alla XXXII Biennale del 1964. Si trattava di quattro piatti ovali con decorazioni astratte incise e argentate, indicate nelle fonti con il nome Doublè.

La lavorazione partiva da una lastra trasparente sulla quale Andolfato incideva il motivo. Le zone scavate venivano argentate o dorate; una seconda lastra era quindi sovrapposta alla prima e l’insieme veniva sottoposto a un passaggio termico capace di saldare le due superfici. Il decoro metallico rimaneva imprigionato fra gli strati di vetro, protetto dall’ossidazione e dotato di una particolare profondità ottica.

Il procedimento riprendeva liberamente lo Zwischengoldglas, tecnica sviluppata in Boemia nel XVIII secolo, nella quale una foglia metallica incisa veniva racchiusa fra due pareti vitree. Andolfato ne modificò l’applicazione, adattandola alla lastra contemporanea e a un disegno astratto. La difficoltà consisteva nel controllo delle temperature: un calore insufficiente non avrebbe unito stabilmente le parti; un calore eccessivo avrebbe deformato il piatto, alterato l’incisione o danneggiato la finitura metallica.

I quattro esemplari del 1964 mostrano il tentativo di utilizzare una tecnica storica per ottenere un’immagine contemporanea, affidando al processo tecnico una funzione espressiva. Il disegno di Casaril acquista brillantezza e profondità grazie al metallo, mentre la doppia lastra introduce un’intercapedine visiva che muta con l’incidenza della luce.

 

 

Autore, esecutore, interprete

La posizione di Andolfato nel sistema muranese richiede una distinzione. Non fu un maestro soffiatore e non diresse una fornace. Riceveva vetri già formati e interveniva sulla superficie mediante procedimenti a freddo. Questo lo colloca accanto agli incisori, molatori, argentatori e decoratori il cui contributo è stato spesso assorbito dal nome della vetreria o del progettista.

Definirlo soltanto “esecutore” sarebbe però inesatto. Il passaggio dal disegno alla ruota non è automatico. L’incisore decide la profondità del taglio, il profilo delle mole, la successione delle lavorazioni e il rapporto fra parti trasparenti, opache e lucidate. Deve inoltre adattare un’immagine bidimensionale a una superficie curva, prevedendo deformazioni ottiche e rifrazioni.

Mani artigiane, disegnata e incisa da Andolfato nel 1948, dimostra inoltre che possedeva una propria capacità progettuale. Nelle opere realizzate con Casaril, Licata o Tonello preferì assumere il ruolo dell’interprete specializzato: una posizione meno visibile, ma decisiva per il risultato finale.

La qualità più riconoscibile delle sue incisioni risiede nella modulazione delle superfici. Le campiture conservano tracce del passaggio della mola, cambiamenti di densità, aree più profonde e zone appena velate. Il vetro viene trattato come una materia sensibile alla luce, nella quale il segno acquista corpo senza perdere trasparenza.

 

 

Gli ultimi anni e i problemi cronologici

Nell’ultima fase dell’attività Andolfato ridusse le collaborazioni con gli artisti contemporanei e tornò a soggetti veneziani di derivazione storica. Riprese specchi, scene figurative e ornati settecenteschi, privilegiando lavorazioni complesse che richiedevano precisione esecutiva e conoscenza dei modelli antichi.

Le fonti non concordano sulla cessazione dell’attività. Il repertorio utilizzato da Franco Deboni colloca la chiusura del laboratorio alla fine degli anni Ottanta. Altri repertori secondari indicano il 1978, mentre alcune storie aziendali della Pauly prolungano la collaborazione con Andolfato fino alla fine degli anni Novanta. Le tre indicazioni potrebbero riferirsi a momenti differenti: cessazione della produzione ordinaria, chiusura della bottega e prosecuzione di lavori su commissione. Al momento manca una verifica attraverso registri camerali, documenti fiscali o carte familiari.

Non è stata individuata neppure una fonte anagrafica affidabile relativa alla morte.

 

 

Valutazione critica

Francesco Andolfato rappresenta un passaggio fra due stagioni dell’incisione veneziana. Dalla S.A.L.I.R. e dall’esperienza di Franz Pelzel ereditò il rigore tecnico e la possibilità di confrontarsi con disegni moderni; nel dopoguerra applicò questa competenza a un linguaggio più libero, legato alla grafica astratta e alle collaborazioni fra pittori e artigiani.

La sua vicenda mostra anche un limite ricorrente nella storia del vetro muranese: la documentazione privilegia la fornace e il progettista, lasciando in secondo piano chi interviene nelle fasi successive alla soffiatura. Nel caso di Andolfato tale omissione è particolarmente rilevante, perché la qualità dell’opera dipende dalla traduzione del disegno in profondità, opacità e rifrazione.

Le serie dello Zodiaco e dei Doublè costituiscono il nucleo più innovativo della sua produzione conosciuta. Accanto a esse rimane un ampio corpus tradizionale, oggi difficilmente ricostruibile per mancanza di cataloghi, firme sistematiche e registri di bottega. Una futura ricerca dovrebbe partire dall’Archivio Storico della Biennale, dalle carte dell’Istituto Veneto per il Lavoro, dagli archivi Bevilacqua La Masa e Pauly–Compagnia Venezia Murano, oltre che dalla documentazione eventualmente conservata dagli eredi.

 

 

Giorgio Catania

 

 

 

Bibliografia essenziale

Marino Barovier, Carla Sonego, a cura di, 1948–1958. Il vetro di Murano e la Biennale di Venezia, Marsilio Arte, Venezia 2026.

Attilia Dorigato, L’arte del vetro a Murano, Arsenale Editrice, Venezia 2002.

Franco Deboni, Simona Cocchi, Maurizio Cocchi, Murano ’900. Vetri e vetrai, testimonianze e immagini del Novecento muranese, Bocca, Milano 1996.

Marina Barovier, Rosa Barovier Mentasti, Attilia Dorigato, Il vetro di Murano alle Biennali 1895–1972, Electa, Milano 1995.

XXXII Esposizione Internazionale d’Arte, catalogo generale, La Biennale di Venezia, Venezia 1964.

Mostra del Vetro di Murano, catalogo della mostra, Opera Bevilacqua La Masa, Venezia 1963.

XXXI Esposizione Internazionale d’Arte, catalogo generale, La Biennale di Venezia, Venezia 1962.

XXV Esposizione Biennale Internazionale d’Arte, catalogo generale, La Biennale di Venezia, Venezia 1950.

XXIV Esposizione Biennale Internazionale d’Arte, catalogo generale, La Biennale di Venezia, Venezia 1948.