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PIAZZA GRANDE

 

(PIAZZA DELL'UNITA' D'ITALIA)

 

 

PIAZZA GRANDE
Piazza Grande, prima della costruzione del palazzo del Lloyd. Si notano le bancarelle del mercato del pesce (ricordato nel toponimo di Via del Mercato Vecchio). L'edificio in fondo è l'Ufficio di Sanità marittima (1809) in cui aveva sede l'I.R. Governo Marittimo. (Coll. O. Lantieri)


 

Scrisse un nostro poeta — Ario Tribelli — che «Questa piazza, or si vasta, era già grande - secoli or sono, quand'era piccina. - Ma in piccola città quel breve spazio - grande pareva...». Ed era, nel passato, d'aspetto diverso dall'attuale, perché chiusa anche dal lato del mare, ed era, ancora, di metà ampiezza. Dell'età sua settecentesca sorvive un angolo pittoresco costituito dal palazzo già dimora di Riccardi Pitteri, il cui «nome sarà sempre caro a quanti hanno il culto della Patria e della Poesia», dalla Colonna di Carlo VI e dalla Fontana del Mazzoleni, recentemente ritornata, dopo un buon trentennio di assenza. Spariti gli edifici che chiudevano la visuale sul mare, per tutta la seconda metà del secolo scorso esso fu ancor seminascosto dal Giardin dei cani, eliminato nel 1919. Ora, coi recenti consolidamenti, restauri e trasformazioni interne degli ottocenteschi palazzi del Lloyd Triestino, Stratti e Vanoli delle Assicurazioni Generali, ferme rimaste le lor facciate, e con la presenza degli altri due palazzi (Modello e Prefettura) e con il Municipio sullo sfondo, essa viene ad essere tale come la decanta il Corrai: «...una magnifica - piazza vizin el mar, - serada de tre lati, aristocratica - spaziosa e regolar».
Nella prima metà del secolo scorso, fino al loro definitivo trasporto nell'Orto Lapidario di S. Giusto appositamente istituito, intorno alla Colonna di Carlo VI erano stati raccolti frammenti architettonici, lapidi, pietre scolpite, mute ma eloquenti testimonianze dell'età romana della nostra Tergeste. Non mancava nella zona qualche cicio col suo carro di fassi, e poi tutto un via-vai di massaie acquirenti, di altre popolane che andavano ad attingere l'acqua con i loro mastelli di rame, contadine, facchini, Greci, Armeni, e qualche barbuto prete ortodosso di passaggio. Passano gli anni, e la piazza, sempre col suo nome pomposo, si vede attraversare dal tram «tirado dai cavai», e la sera illuminata... a giorno, per così dire, dai ferai a gas.
Sulla torre municipale — spesso popolarmente detta «cheba», come tutto il palazzo era detto «palazzo sipario» perché nascondeva Cittavecchia — i due bronzei paggi, i noti Mìchezze e Jàchezze, dal mezzogiorno del 14 gennaio 1876 hanno scandito, e lo fanno tutt'ora, coi loro din-don, le vicende or liete or tristi di questa nostra città. In basso, a loro contemporanee, ai lati dell'ingresso del palazzo, erano state collocate le pur bronzee Tinza e Marianza, a guardare impassibili il «centro del liston e de le ciacole», sorreggendo, ognuna, un fanale a gas.
Proprio nella sala del Consiglio comunale fu salvata la vecchia denominazione della piazza: era stato proposto d'intitolarla a Francesco Giuseppe I. Felice Venezian, molto astutamente, riprese tale proposta, indirizzandola, però, in modo da onorare l'imperatore coll'intitolargli il nuovo porto di Sant'Andrea. Così, i Triestini continuarono a chiamare i due porti: Vecchio e, rispettivamente, Nuovo, senz'altre aggiunte; e la piazza, il cuore di Trieste, dove pulsò e pulsa sempre la vita cittadina, sia quella monotonamente quotidiana che quella delle grandi occasioni e delle sue fiere manifestazioni, fu sempre Piazza Grande, ma «Dal dicianove in qua, - la se ciama, per volontà del popolo, - Piazza de l'Unità».
Ed in fondo, in faccia al mare, i due pili monumentali dell'or scomparso Attilio Selva, per i quali egli ha disposto due zoccoli che li sorreggono, ma non tanto alti, affinché in giro vi possano sedere le nostre popolane, i nostri vecchietti, mentre dall'alto dei pennoni si librano al vento le bandiere del duplice nostro amor patrio: quella civica dell'argentea alabarda di S. Sergio e quella tricolore d'Italia.

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TRIESTE ROMANTICA

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