ROMA Capitolo II — La Roma dei re

I sette sovrani, la tradizione, le certezze e l’arte regia

 

 

La Roma dei re appartiene alla zona più delicata della storia romana. La tradizione antica conserva una sequenza ordinata di sette sovrani, dalla fondazione attribuita a Romolo alla cacciata di Tarquinio il Superbo nel 509 a.C. Questo schema divenne parte stabile della memoria civica romana, fu rielaborato dagli annalisti, da Livio, Dionigi di Alicarnasso, Plutarco, Cicerone e da molti altri autori, e fornì alla città un racconto delle proprie istituzioni originarie: fondazione, religione, guerra, legge, assemblee, senato, confini, templi, mura, organizzazione sociale, riti pubblici.[1]

Il periodo regio va affrontato attraverso tre piani distinti: la tradizione letteraria, i dati archeologici e le sopravvivenze istituzionali. Il racconto dei sette re non può essere trattato come cronaca; contiene però nuclei di memoria, nomi, luoghi, che trovano riscontro in una Roma arcaica realmente esistita. La presenza di reges a Roma è sostenuta da indizi solidi: la Regia nel Foro, il rex sacrorum, l’istituto dell’interregnum, la festa del regifugium, formule calendariali con riferimento al re, l’iscrizione arcaica del cippo del Foro romano presso il Lapis Niger, dove compare la parola recei, forma arcaica riferibile al re.[2]

La lista canonica comprende Romolo, Numa Pompilio, Tullo Ostilio, Anco Marcio, Tarquinio Prisco, Servio Tullio e Tarquinio il Superbo. La tradizione conosce anche Tito Tazio, re sabino associato a Romolo dopo il conflitto con i Sabini, e lo colloca nella fase di fusione tra comunità palatine e sabine. Il suo nome permette di leggere la Roma più antica come comunità composita, costruita attraverso accordi, integrazioni e assorbimenti di gruppi diversi.[3]

La durata attribuita alla monarchia, dal 753 al 509 a.C., copre quasi due secoli e mezzo. La critica moderna vi riconosce un arco troppo lungo per sette soli regni personali. La sequenza dei re organizza processi generazionali complessi: crescita del villaggio palatino, unificazione dei colli, definizione del pomerium, formazione delle curie, sviluppo dei culti cittadini, trasformazione del Foro, espansione verso il Tevere e il mare, inserimento di gruppi etruschi, monumentalizzazione del Campidoglio, nascita delle prime strutture pubbliche. I nomi dei re funzionano quindi come centri di attribuzione: ogni figura raccoglie una fase, un insieme di istituzioni, una memoria politica e una trasformazione del paesaggio urbano.[4]

 

La regalità romana tra funzione politica, sacra e militare

Il re arcaico era al tempo stesso capo militare, garante degli auspici, giudice, mediatore tra comunità e dèi, promotore di culti e opere pubbliche. La regalità romana non appare assimilabile a una monarchia orientale di tipo palaziale. Le fonti la presentano come forma di potere elettiva, regolata dal senato e dal popolo, con un ruolo importante delle gentes. Alla morte del re si apriva l’interregnum, durante il quale il potere passava temporaneamente tra membri del senato fino alla scelta di un nuovo sovrano. La struttura lascia intravedere una città aristocratica, dove il comando regale nasce dal consenso dei gruppi dominanti e dalla conferma religiosa degli auspici.[5]

Il re possedeva insegne visibili. La tradizione collega alla Roma regia la sedia curule, la toga praetexta, lo scettro, la veste purpurea, la corona d’oro, i littori e i fasci. Molti di questi elementi sono ricondotti all’ambiente etrusco e alla fase dei Tarquini. La regalità assumeva quindi una forma pubblica e cerimoniale: il potere si mostrava attraverso corpo, abito, seggio, accompagnamento, processione e rito. Questa dimensione visiva avrà lunga durata nella cultura romana. Consoli, magistrati, generali trionfatori e imperatori erediteranno parte di questo vocabolario di autorità.

La monarchia regia sopravvisse in età repubblicana entro forme rituali. Il rex sacrorum conservò una funzione sacerdotale collegata al titolo del re; il pontefice massimo occupò la Regia; alcuni riti calendariali mantennero la memoria dell’antico comando. La Repubblica abolì la figura politica del re e conservò la sua impronta religiosa. Questa sopravvivenza è fondamentale per comprendere la continuità delle istituzioni romane: la frattura del 509 a.C. trasformò il potere, mentre molti luoghi, riti e simboli continuarono a funzionare.

 

Romolo: fondatore, confine, curie, asilo e memoria del primo re

Romolo è il fondatore, l’eroe eponimo, il primo ordinatore dello spazio romano. La tradizione gli attribuisce la fondazione sul Palatino, il tracciamento del solco, l’uccisione di Remo, l’istituzione dell’asilo, il ratto delle Sabine, la guerra con Tito Tazio, la fusione con i Sabini, la divisione del popolo in curie, la creazione del senato, la prima organizzazione militare e la consacrazione delle spolia opima a Giove Feretrio.[6]

La figura di Romolo concentra le questioni principali della città nascente. Il solco definisce il confine sacro; l’asilo introduce il tema dell’accoglienza di stranieri, fuggiaschi e clienti; il ratto delle Sabine traduce in racconto mitico l’integrazione matrimoniale e politica; la co-reggenza con Tito Tazio conserva il ricordo di una componente sabina; le curie organizzano il corpo civico; il senato raccoglie i capi delle famiglie eminenti; la consacrazione delle armi nemiche crea una forma arcaica di memoria militare.

Le Curiae Veteres, localizzate dalla tradizione sul Palatino, appartengono a questo orizzonte. Le recenti ricerche e la valorizzazione dell’area presso le pendici palatine hanno riportato l’attenzione su un santuario civico di grande antichità, collegato alla memoria delle curie, ai banchetti rituali e a Iuno Curitis. Il dato archeologico mostra un’area sacra con depositi votivi, terrecotte e strutture stratificate, attiva lungo un arco molto esteso.[7] Il culto civico, il pasto comune e la divisione in curie mostrano la città nel momento in cui trasforma gruppi parentali e territoriali in organismo politico.

L’arte connessa alla fase romulea è una cultura di segni, riti e spazi. Il Palatino conserva la memoria della capanna; il pomerium organizza il limite; le curie strutturano il corpo civico; i luoghi sacri definiscono la presenza degli dèi. La figura del fondatore diventerà immagine solo in età successiva, soprattutto nella moneta, nei rilievi, nella pittura storica e nella propaganda augustea. Nella Roma più antica, Romolo vive attraverso luogo, culto, rito e istituzione.

 

Numa Pompilio: religione, calendario, sacerdozi e ordine rituale

Numa Pompilio, secondo re della tradizione, è la figura della religione organizzata. Sabino, legato alla pace e alla sapienza rituale, riceve dalle fonti il ruolo di legislatore sacro. Gli vengono attribuiti l’ordinamento del calendario, l’istituzione di collegi sacerdotali, la regolazione del culto di Giano, il culto di Terminus, la disciplina dei flamines, dei pontefici, dei Salii, delle Vestali e di altri corpi sacerdotali. La ninfa Egeria, consigliera del re, traduce in forma mitica l’origine divina della norma religiosa.[8]

La figura di Numa permette di cogliere il carattere più profondo della Roma arcaica: la politica nasce dentro il rito. Calendario, feste, giorni fasti e nefasti, sacrifici, auspici, luoghi sacri, fuoco di Vesta e collegi sacerdotali ordinano il tempo della città. L’arte di questa fase si manifesta in oggetti cultuali, arredi, spazi sacri, altari, fuochi, danze rituali, scudi sacri, simboli della soglia e della durata. I Salii, sacerdoti di Marte, danzavano armati con scudi e lance; il loro rito univa movimento, suono, guerra e religione. Il corpo rituale, l’arma e il canto costituivano una forma arcaica di immagine pubblica.

Il culto di Vesta assume importanza centrale. Il fuoco pubblico, custodito dalle Vestali, rappresentava la continuità vitale della città. L’area del Foro, con la Regia, il tempio di Vesta e la casa delle Vestali, conserverà per secoli una densità sacrale legata alla memoria regia. Numa, come figura tradizionale, concentra l’idea di una Roma che fonda la propria stabilità sull’esattezza del rito.

La religione romana delle origini è fortemente legata al territorio. Terminus presiede ai confini; Giano alle soglie e ai passaggi; Quirino alla comunità dei cittadini; Marte alla guerra e alla protezione agricola; Vesta al fuoco domestico e pubblico. L’immagine sacra è spesso aniconica, oppure affidata a segni, oggetti, armi, pietre, pali, fuochi, recinti e altari. La futura monumentalità templare nascerà su questa base rituale.

 

Tullo Ostilio: guerra, Alba Longa e la prima memoria politica del Foro

Tullo Ostilio rappresenta la regalità guerriera. La tradizione gli attribuisce la guerra contro Alba Longa, il duello degli Orazi e Curiazi, la distruzione della città albana e il trasferimento delle principali famiglie a Roma. Questo episodio ha grande valore nella memoria romana perché spiega il passaggio dell’egemonia latina da Alba a Roma. Il racconto non va letto come resoconto militare puntuale; indica però un processo storico plausibile: la crescita del peso romano nel Lazio e l’assorbimento di comunità, culti e famiglie.[9]

A Tullo viene collegata la Curia Hostilia, primo luogo stabile di riunione del senato secondo la tradizione. Il dato è importante sul piano artistico e urbanistico: la regalità guerriera viene associata alla nascita di uno spazio politico nel Foro. La Curia, il Comitium e il Volcanal costituiranno nei secoli successivi il cuore della vita pubblica. La Roma dei re inizia a dotarsi di luoghi specializzati: sede del consiglio, spazio assembleare, altare, luogo di memoria.

La guerra con Alba Longa possiede anche un forte significato iconografico nella cultura romana successiva. Gli Orazi e Curiazi, la sorella di Orazio, il giudizio del padre, la disciplina militare e il rapporto tra famiglia e Stato diventeranno temi esemplari della virtù romana. L’arte regia vera e propria conserva poche immagini; la memoria narrativa dei re alimenterà però per secoli pittura storica, rilievi, monete e letteratura morale.

La figura di Tullo mostra il nesso fra guerra e istituzione. La città cresce attraverso conflitto, integrazione e trasferimento di prestigio. Alba Longa, centro mitico e religioso dei Latini, viene sostituita da Roma come nuovo polo del Lazio. Il racconto assegna alla monarchia il compito di costruire una supremazia territoriale.

 

Anco Marcio: Tevere, ponte, foce, Ostia e spazio commerciale

Anco Marcio, quarto re della tradizione, è presentato come sovrano insieme religioso e politico, nipote di Numa, attento ai riti e alla guerra giusta. Le fonti gli attribuiscono l’espansione verso la foce del Tevere, il controllo delle saline, la fondazione di Ostia, la costruzione del ponte Sublicio, la fortificazione del Gianicolo e l’inclusione dell’Aventino in una sfera più stretta di controllo romano.[10]

Il suo ruolo nella storia dell’arte e della città riguarda soprattutto la trasformazione del rapporto con il fiume. Il Tevere diventa asse strategico. Il ponte Sublicio, costruito secondo la tradizione in legno e legato a prescrizioni religiose, segnala il controllo del passaggio fra le rive. La foce del fiume apre Roma al mare, al sale e ai traffici tirrenici. Ostia, anche se la sua fondazione regia appartiene al racconto tradizionale, indica la memoria di un interesse precoce per il litorale e per il commercio.

Il Foro Boario acquista, in questa prospettiva, un’importanza particolare. Area di scambio, transito e culto presso il fiume, esso raccoglie le funzioni più antiche della città mercantile. Il culto di Ercole, collegato a traffici, mandrie e passaggi, avrà lunga fortuna proprio in questa zona. Roma si consolida come nodo di circolazione tra l’interno laziale, l’Etruria, il mare e la Campania.

L’arte legata alla stagione di Anco è ancora arte dello spazio: ponte, riva, foce, mercato, santuario di transito. Le forme materiali sono modeste rispetto alle fasi successive, ma la portata storica è grande. Roma inizia a pensarsi come città fluviale e marittima, capace di controllare percorsi e scambi.

 

Tarquinio Prisco: etruschi, artigiani, giochi, Foro e prima monumentalizzazione

Con Tarquinio Prisco inizia la fase più ricca per la storia artistica della monarchia romana. La tradizione lo presenta come Lucumone, figlio di Demarato di Corinto e di una donna etrusca, giunto da Tarquinia a Roma con la moglie Tanaquil, donna di alta competenza augurale. Questo racconto conserva un nucleo storico di grande interesse: Roma del VI secolo a.C. era una città aperta a famiglie, artigiani, mercanti, tecnici e saperi provenienti dall’Etruria e dal mondo greco.[11]

La presenza di Demarato nella genealogia di Tarquinio introduce la memoria della componente greca. La città etrusca di Tarquinia avrebbe accolto, secondo la tradizione, aristocratici e artigiani corinzi; da questo ambiente sarebbero giunti a Roma competenze figurative, tecniche, modelli di lusso e forme di prestigio. Tanaquil, a sua volta, incarna la mediazione etrusca: auspicio, nobiltà, potere femminile, capacità di leggere i segni. La regalità tarquinia nasce quindi dentro un mondo multiculturale, bilingue, aperto alla circolazione mediterranea.

A Tarquinio Prisco sono attribuiti interventi di grande portata: avvio dei lavori del tempio di Giove Ottimo Massimo sul Campidoglio, organizzazione dei giochi, sistemazione del Circo Massimo, bonifica della valle del Foro, opere di drenaggio, rafforzamento del potere regale, introduzione o consolidamento di insegne etrusche del comando. La tradizione attribuisce alla sua età una forte accelerazione della monumentalità urbana.[12]

L’arte regia entra qui in una fase nuova. Il tempio diventa edificio urbano stabile, casa della divinità, centro di culto e immagine pubblica della città. Le terrecotte architettoniche rivestono e decorano strutture lignee; le acroteriali popolano i tetti; i colori trasformano l’edificio in presenza visibile da lontano. L’influsso etrusco-italico è decisivo: il tempio su alto podio, frontale, con scalinata e decorazione fittile, costituisce il linguaggio più rappresentativo della Roma arcaica.

La trasformazione del Foro è altrettanto importante. La valle tra Palatino e Campidoglio, già bonificata in fasi precedenti, viene organizzata come spazio civico. Qui si concentrano Regia, Comitium, Curia, area di Vesta, luoghi di assemblea e memoria. La città assume una forma riconoscibile: al Palatino resta il prestigio dell’origine, al Foro la vita pubblica, al Campidoglio la massima sacralità politica.

 

Servio Tullio: ordinamento, censo, mura, Diana Aventina e città ampliata

Servio Tullio è il re delle riforme. Le fonti gli attribuiscono il censimento, l’ordinamento centuriato, la divisione della popolazione per classi di ricchezza, le tribù territoriali, il rafforzamento militare, le mura, il tempio di Diana sull’Aventino e il consolidamento della supremazia romana sul Lazio.[13] La sua figura possiede anche una forte ambiguità etnica e sociale. Una tradizione lo presenta come nato nella casa di Tarquinio da Ocrisia, prigioniera di Cornicolo; un’altra, etrusca, lo collega a Mastarna, compagno dei fratelli Vibenna, personaggi noti anche dalla pittura della Tomba François di Vulci.

Il suo nome concentra una fase di organizzazione dello Stato. Il censimento trasforma la ricchezza in criterio di collocazione militare e politica. L’esercito cittadino viene ordinato secondo classi; la partecipazione pubblica assume una struttura graduata; il corpo civico viene misurato, registrato e disposto. Roma passa da comunità gentilizia a città più complessa, capace di integrare ricchezza, armi e territorio.

Le cosiddette mura serviane sono uno dei grandi problemi dell’archeologia romana. La tradizione le collega a Servio Tullio; le strutture monumentali oggi visibili in blocchi di tufo appartengono in gran parte alla ricostruzione successiva al sacco gallico del 390/387 a.C. Il tema ha generato un ampio dibattito sulla presenza di circuiti difensivi più antichi, sulla definizione del perimetro urbano e sulla crescita della città arcaica.[14] Per il periodo regio è più prudente parlare di delimitazioni, fortificazioni e organizzazione progressiva dei colli, con una memoria antica poi concentrata nella figura di Servio.

Il tempio di Diana sull’Aventino ha valore politico e religioso. La tradizione lo presenta come santuario federale dei Latini, in grado di trasferire a Roma un ruolo egemonico che in precedenza apparteneva ad Alba Longa. L’Aventino, colle con forte valore plebeo nelle fasi successive, entra così nella memoria regia come luogo di culto sovracittadino. La dea Diana, legata al mondo latino e alla sfera femminile, offre a Roma un culto capace di organizzare alleanze e prestigio.

A Servio si collega anche un’intensa fase artistica e artigianale. L’area di Sant’Omobono nel Foro Boario, con il santuario arcaico di Fortuna e Mater Matuta, restituisce materiali fondamentali: decorazioni fittili, oggetti votivi, testimonianze di contatti mediterranei, un celebre gruppo fittile con Ercole e Minerva riferibile alla fase tardo-arcaica. Il santuario appartiene alla Roma dei traffici, delle famiglie aristocratiche, dei culti femminili e delle forme orientali diffuse nel Mediterraneo.[15]

La Roma serviana è città di registri, culti e frontiere. Il corpo sociale viene contato; il territorio viene ordinato; i colli vengono integrati; gli dèi vengono collocati in templi e santuari capaci di rappresentare alleanze. L’arte partecipa a questa organizzazione attraverso architetture, tetti fittili, iscrizioni, votivi, immagini divine, oggetti d’importazione e luoghi cerimoniali.

 

Tarquinio il Superbo: Campidoglio, potere dinastico, crisi della monarchia

Tarquinio il Superbo chiude la serie dei re. La tradizione lo presenta come sovrano energico e violento, salito al potere dopo l’uccisione di Servio Tullio e sostenuto da Tullia, figlia del re precedente. Il racconto della sua tirannide, dell’arroganza dei figli, della violenza contro Lucrezia e della sollevazione guidata da Lucio Giunio Bruto divenne fondamento morale della Repubblica. Il 509 a.C. segnò, nella memoria romana, la fine della regalità politica e la nascita della libertas repubblicana.[16]

La fase di Tarquinio il Superbo conserva però un ruolo artistico fondamentale. A lui è collegato il completamento del tempio di Giove Ottimo Massimo sul Campidoglio, consacrato secondo la tradizione nel primo anno della Repubblica. Il tempio, dedicato alla triade Giove, Giunone e Minerva, divenne il principale santuario politico della città. Le sue dimensioni, il podio, la struttura a celle, il rivestimento fittile e la statua di culto attribuita a Vulca di Veio ne fecero il simbolo della Roma arcaica monumentalizzata.[17]

Il Campidoglio assume così il ruolo di centro sacrale dello Stato. Ogni trionfo culminerà presso Giove Ottimo Massimo; le guerre verranno consacrate al dio; il generale vittorioso salirà verso il tempio come figura temporaneamente assimilata alla potenza divina. Questa forma cerimoniale, radicata nella fase regia e sviluppata in età repubblicana, costituirà uno dei più potenti dispositivi visivi dell’arte romana.

Tarquinio il Superbo è anche collegato, nella tradizione, a opere di forza e controllo: lavori pubblici, drenaggi, completamento di strutture avviate dai predecessori, rapporti con città latine, politica dinastica. La memoria negativa del re non cancella la grande portata della fase tardo-regia. Il VI secolo a.C. fu il momento in cui Roma assunse un volto urbano pienamente riconoscibile: templi, Foro, Regia, Comitium, santuario del Foro Boario, Campidoglio, circuiti difensivi, residenze aristocratiche e cultura fittile monumentale.

La cacciata dei re produsse una riorganizzazione della memoria. La Repubblica respinse il titolo di re come potere politico e conservò elementi regali trasformati: il rex sacrorum, i riti, la Regia, le insegne magistratuali, il trionfo, la centralità del Campidoglio. La regalità divenne pericolo morale e, insieme, fondamento remoto delle istituzioni. Questa tensione accompagnerà tutta la storia romana, fino all’età di Cesare e di Augusto.

 

La “Grande Roma dei Tarquini”

La definizione di “Grande Roma dei Tarquini” indica la trasformazione del VI secolo a.C. in una città di scala mediterranea. La crescita urbanistica, la costruzione del tempio capitolino, la monumentalizzazione della Regia e del Comitium, il santuario di Sant’Omobono, le residenze aristocratiche, le terrecotte architettoniche e l’afflusso di maestranze etrusche e greco-orientali collocano Roma tra i centri più dinamici dell’Italia tirrenica.[18]

Il volto della città cambia attraverso materiali e tecniche. Il tufo entra nell’edilizia pubblica; il legno e l’argilla restano centrali nelle strutture templari; la terracotta dipinta riveste frontoni e tetti; gli oggetti votivi si moltiplicano; l’alfabeto latino arcaico appare in iscrizioni difficili e preziose; l’etrusco circola in alcuni contesti; il contatto con la Grecia si manifesta attraverso motivi mitologici e artigiani specializzati. La Roma dei Tarquini è una città multietnica, bilingue in alcuni ambienti, aperta alla mobilità di famiglie e competenze.

Il Lapis Niger, scavato da Giacomo Boni nel 1899 presso il Foro, costituisce una delle testimonianze più importanti. Il complesso comprende un’area sacra con altare, cippo iscritto e pavimentazione nera di età successiva. L’iscrizione, in latino arcaico e con andamento bustrofedico, è di difficile interpretazione, ma contiene riferimenti rituali e la forma recei, collegata al re. La sua presenza presso il Comitium conferma la densità sacrale e politica del cuore urbano in età arcaica.[19]

La Regia rappresenta un altro nodo decisivo. Situata nel Foro presso il tempio di Vesta e la casa delle Vestali, fu interpretata dagli antichi e dagli studiosi moderni come sede originaria del re, poi luogo del pontefice massimo e dei culti pubblici più antichi. Gli scavi hanno restituito una sequenza importante di fasi arcaiche. La tipologia dell’edificio richiama residenze principesche dell’Etruria e del Lazio, come Aquarossa, Murlo e Gabii. La Regia mostra una regalità che si esprime attraverso edificio, culto, memoria e amministrazione rituale.

Il santuario di Sant’Omobono, nel Foro Boario, apre invece la Roma regia al Mediterraneo. Le terrecotte orientalizzanti e arcaiche, gli oggetti votivi, le tracce di culti femminili, la vicinanza al Tevere e all’area commerciale rivelano una città inserita nei traffici tirrenici. Il gruppo fittile di Ercole e Minerva appartiene alle prime grandi testimonianze figurative di Roma. Ercole è figura di passaggio, forza e commercio; Minerva rinvia a saperi tecnici, artigianato, protezione e intelligenza operativa. L’immagine divina sul tempio dichiara la qualità nuova della città tardo-regia: culto pubblico, iconografia, architettura e scambio agiscono nello stesso spazio.

 

Arte regia: materiali, immagini, spazi

L’arte della Roma dei re è fatta di materiali deperibili, terrecotte, tufo, bronzo, legno, argilla, oggetti votivi, iscrizioni e spazi rituali. La perdita di molte strutture originarie impone una ricostruzione attraverso tracce: fondazioni, buche di palo, scarichi votivi, frammenti architettonici, lastre fittili, tegole, antefisse, iscrizioni, resti di pavimentazioni, altari e confronti con Etruria e Lazio.

Le prime immagini monumentali note appartengono soprattutto al campo della terracotta architettonica. Statue acroteriali, lastre decorate e antefisse trasformavano gli edifici sacri in strutture policrome. La scultura di culto poteva essere in legno o terracotta dipinta. La tradizione attribuisce a Vulca di Veio la statua di Giove Capitolino, collocando Roma nel raggio delle grandi botteghe etrusche. L’Apollo di Veio, pur appartenente a un santuario etrusco, offre un confronto essenziale per comprendere il livello tecnico e formale della coroplastica tardo-arcaica nell’area tirrenica.

La pittura ha lasciato tracce estremamente ridotte per la fase regia. Le fonti e i confronti permettono di ipotizzare superfici decorate, elementi colorati, rivestimenti fittili dipinti, arredi e oggetti cultuali. La forza visiva della Roma arcaica stava nella policromia del tempio, nel colore delle terrecotte, nella presenza dei bronzi, negli abiti cerimoniali, nei fasci dei littori, nella processione, nel rito del trionfo e nella disposizione degli spazi.

In età regia Roma vive ancora in un’economia premonetale. Scambi, bestiame, bronzo a peso, doni e oggetti di prestigio precedono la moneta coniata. Le prime monete romane appartengono a una fase molto più tarda, tra IV e III secolo a.C., con emissioni romano-campane, aes grave, quadrigatus e poi denario. Questo dato è importante: la monarchia non diffonde un’immagine monetale del potere; usa templi, riti, insegne, opere pubbliche, iscrizioni e memoria orale. La moneta entrerà nella storia dell’arte romana quando Roma sarà ormai potenza repubblicana mediterranea.

 

Roma regia e rapporti mediterranei

La Roma dei re va collocata dentro un sistema di relazioni. L’Etruria offre modelli politici, tecnici, religiosi e artistici: auspici, aruspicina, insegne del comando, terracotta monumentale, templi, maestranze, sistemi di drenaggio, cultura aristocratica del banchetto e della residenza. La Grecia d’Occidente porta ceramiche, alfabeti, miti, saperi artigianali, modelli scultorei e culti. La Campania, Cuma, Pitecusa, Napoli e le città greche dell’Italia meridionale svolgono una funzione decisiva nella circolazione di oggetti e immagini.

Il rapporto con l’Egitto avviene attraverso mediazioni. Scarabei, amuleti, oggetti egittizzanti e motivi simbolici circolano nel Mediterraneo arcaico attraverso Fenici, Greci ed Etruschi. Roma riceve questi elementi entro contesti aristocratici e votivi, in particolare nelle aree di scambio. L’Egitto non è ancora interlocutore politico diretto della città; il suo repertorio arriva come parte di una cultura orientalizzante diffusa.

Il mondo fenicio e punico agisce lungo le rotte tirreniche, in Sardegna, Sicilia, Etruria e Lazio. Cartagine, prima avversaria della futura Roma repubblicana, appartiene già al Mediterraneo commerciale in cui circolano merci, metalli, oggetti di lusso e simboli. Roma regia cresce in questo ambiente, acquisendo progressivamente una propria identità urbana.

 

Che cosa si può ritenere acquisito

La Roma monarchica fu una realtà storica. La forma esatta dei singoli regni, la cronologia puntuale degli eventi e la biografia completa dei primi sovrani restano materia di discussione. Alcuni dati possono essere considerati solidi: presenza di un’autorità regia; trasformazione urbana tra VIII e VI secolo a.C.; esistenza di luoghi pubblici e sacri nel Foro; ruolo della Regia e del Comitium; monumentalizzazione del Campidoglio; forte presenza etrusca nella fase tardo-regia; sviluppo di santuari nel Foro Boario; uso di terrecotte architettoniche; crescita di Roma come città del Lazio con ambizioni regionali.[20]

La tradizione dei sette re conserva una mappa mentale della Roma arcaica. Romolo spiega fondazione e corpo civico; Numa, religione e calendario; Tullo, guerra e supremazia su Alba; Anco, Tevere e mare; Tarquinio Prisco, etruschizzazione e monumentalità; Servio Tullio, ordinamento e ampliamento urbano; Tarquinio il Superbo, Campidoglio e crisi del potere dinastico. Questa sequenza è uno strumento interpretativo prezioso, purché letta insieme ai documenti materiali.

La storia dell’arte romana comincia qui: in una città ancora costruita in legno, argilla, paglia, tufo e terracotta, ma già capace di organizzare immagini pubbliche, luoghi sacri, corpi politici e memoria. La Roma dei re prepara il linguaggio della Repubblica: il tempio, il Foro, la processione, il rito, il trionfo, l’assemblea, il confine, il segno scritto, la statua di culto, l’insegna del potere. L’impero di marmo e calcestruzzo nascerà da questa matrice arcaica.

 

 

 

A.R.

 

 

 

Note

[1] La sequenza canonica dei sette re è quella fissata dalla tradizione annalistica e recepita da Livio, Dionigi di Alicarnasso e Plutarco: Romolo, Numa Pompilio, Tullo Ostilio, Anco Marcio, Tarquinio Prisco, Servio Tullio, Tarquinio il Superbo. Per un quadro critico moderno: T.J. Cornell, The Beginnings of Rome, Routledge, London-New York, 1995; Arnaldo Momigliano, Manuale di storia romana, UTET, Torino, 2011; Giovannella Cresci Marrone, Francesca Rohr Vio, Lorenzo Calvelli, Roma antica. Storia e documenti, Il Mulino, Bologna, 2014.

[2] Per gli indizi rituali e istituzionali della regalità: Cresci Marrone, Rohr Vio, Calvelli, Roma antica, cap. II, “La Roma dei re”. Il cippo del Foro presso il Lapis Niger menziona la carica regia attraverso la forma arcaica recei. Per il problema metodologico delle fonti della Roma arcaica: Jeremy Armstrong, “Authors, Archaeology, and Arguments: Evidence and Models for Early Roman Politics”, Antichthon, 51, 2017, pp. 1-20.

[3] Tito Tazio è ricordato come re sabino associato a Romolo. Momigliano considera il suo nome parte della tradizione regia più ampia e lo collega alla memoria di una componente sabina nella formazione della cittadinanza romana.

[4] La durata 753-509 a.C., fissata dalla cronologia tradizionale, implica cautela storica. Bignami, Momigliano e Cornell riconoscono nella sequenza regia una condensazione di processi lunghi: formazione urbana, istituzioni, culti, espansione territoriale e trasformazioni sociali.

[5] L’elezione regia, il ruolo del senato e l’interregnum sono elementi centrali nella ricostruzione dell’ordinamento monarchico. Cfr. Cresci Marrone, Rohr Vio, Calvelli, Roma antica, cap. II, par. “Strutture politiche nella Roma monarchica”.

[6] Per Romolo e il nucleo della tradizione fondativa: Livio, Ab urbe condita, I; Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane, I-II; Plutarco, Vita di Romolo. Sul valore storico-culturale del mito romuleo: T.P. Wiseman, Remus: A Roman Myth, Cambridge University Press, Cambridge, 1995.

[7] Le Curiae Veteres sono valorizzate dal Parco archeologico del Colosseo come santuario civico attribuito a Romolo, connesso alla memoria delle curie, a Iuno Curitis, a banchetti rituali e a depositi votivi di età regia e medio-repubblicana.

[8] La figura di Numa Pompilio raccoglie la memoria dell’organizzazione religiosa più antica. Per flamini, pontefici, Salii, Vestali e calendario: Momigliano, Manuale di storia romana, cap. II; Cresci Marrone, Rohr Vio, Calvelli, Roma antica, cap. II.

[9] Tullo Ostilio è collegato alla guerra con Alba Longa e alla Curia Hostilia. Momigliano considera storicamente plausibile la crescita della supremazia romana sul Lazio durante la monarchia, pur trattando con cautela la narrazione puntuale degli eventi.

[10] Anco Marcio è legato dalla tradizione alla foce del Tevere, a Ostia, al ponte Sublicio e al controllo del fiume. Per il valore strategico della posizione di Roma e il ruolo del sale: Ernesto Bignami, Manuale di storia romana, Edizioni Bignami, Milano, 1968.

[11] La narrazione su Tarquinio Prisco, figlio di Demarato di Corinto e di una donna etrusca, è discussa in Livio e Dionigi di Alicarnasso. Cresci Marrone, Rohr Vio e Calvelli interpretano la sua vicenda come segno del profilo multietnico della Roma tardo-regia, con presenza di gruppi etruschi, artigiani, mercanti, costruttori e tecnici.

[12] Per la “rivoluzione tecnologica” attribuita alla stagione di Tarquinio Prisco: Cresci Marrone, Rohr Vio, Calvelli, Roma antica, cap. II, par. “La Grande Roma dei Tarquini”. Per il tempio capitolino e la Roma del VI secolo: Momigliano, Manuale di storia romana, cap. II.

[13] Servio Tullio è associato nella tradizione a censimento, ordinamento centuriato, tribù, mura e santuario di Diana sull’Aventino. Per la doppia tradizione latina ed etrusca, con riferimento a Mastarna e ai Vibenna: Livio, Ab urbe condita, I; Claudio, Tabula Lugdunensis; Tomba François di Vulci.

[14] Sul problema delle mura più antiche di Roma: Seth G. Bernard, “Continuing the Debate on Rome’s Earliest Circuit Walls”, Papers of the British School at Rome, 80, 2012, pp. 1-44. Le mura in tufo comunemente dette “serviane” appartengono in larga parte a fasi repubblicane, mentre resta aperta la questione di circuiti o delimitazioni più antichi.

[15] Per Sant’Omobono, Fortuna, Mater Matuta, terrecotte arcaiche e gruppo fittile di Ercole e Minerva: Momigliano, Manuale di storia romana, cap. II; Cresci Marrone, Rohr Vio, Calvelli, Roma antica, cap. II. Il santuario è centrale per la Roma del Foro Boario e per i rapporti con il Mediterraneo orientalizzante.

[16] Per Tarquinio il Superbo, Lucrezia, Bruto e la fine della monarchia: Livio, Ab urbe condita, I; Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane, IV. La tradizione repubblicana farà della cacciata dei re un mito politico fondativo della libertas.

[17] Per il tempio di Giove Ottimo Massimo, la triade capitolina e la tradizione su Vulca di Veio: Vitruvio, De architectura, III-IV; Plinio, Naturalis historia, XXXV; Momigliano, Manuale di storia romana, cap. II; Axel Boëthius, Roger Ling, Tom Rasmussen, Etruscan and Early Roman Architecture, Yale University Press, New Haven-London, 1978.

[18] L’espressione “Grande Roma dei Tarquini” è legata alla riflessione di Giorgio Pasquali e alla valorizzazione archeologica della Roma tardo-regia. Momigliano la riprende come formula ormai confermata da scavi e dati monumentali.

[19] Il Lapis Niger fu scavato da Giacomo Boni nel 1899 presso il Foro romano. L’iscrizione arcaica, bustrofedica e frammentaria, conserva una delle attestazioni più antiche del latino pubblico e menziona la figura regia. Cfr. Filippo Coarelli, Il Foro Romano. Periodo arcaico, Quasar, Roma, 1983; Cresci Marrone, Rohr Vio, Calvelli, Roma antica, cap. II.

[20] Per una sintesi aggiornata sulla complessità delle fonti della Roma arcaica: Armstrong, “Authors, Archaeology, and Arguments”, 2017. Per la Roma tardo-regia come città multietnica e monumentalizzata: Cresci Marrone, Rohr Vio, Calvelli, Roma antica, cap. II; Momigliano, Manuale di storia romana, cap. II.

 

 

Bibliografia essenziale

Jeremy Armstrong, “Authors, Archaeology, and Arguments: Evidence and Models for Early Roman Politics”, Antichthon, 51, 2017.

Giovannella Cresci Marrone, Francesca Rohr Vio, Lorenzo Calvelli, Roma antica. Storia e documenti, Il Mulino, Bologna, 2014.

Seth G. Bernard, “Continuing the Debate on Rome’s Earliest Circuit Walls”, Papers of the British School at Rome, 80, 2012.

Arnaldo Momigliano, Manuale di storia romana, a cura di Attilio Mastrocinque, UTET, Torino, 2011.

Andrea Carandini, Roma. Il primo giorno, Laterza, Roma-Bari, 2007.

Christopher J. Smith, Early Rome and Latium: Economy and Society c. 1000 to 500 BC, Oxford University Press, Oxford, 1996.

Timothy J. Cornell, The Beginnings of Rome: Italy and Rome from the Bronze Age to the Punic Wars, Routledge, London-New York, 1995.

T.P. Wiseman, Remus: A Roman Myth, Cambridge University Press, Cambridge, 1995.

R. Ross Holloway, The Archaeology of Early Rome and Latium, Routledge, London-New York, 1994.

Filippo Coarelli, Il Foro Romano. Periodo arcaico, Quasar, Roma, 1983.

Axel Boëthius, Roger Ling, Tom Rasmussen, Etruscan and Early Roman Architecture, Yale University Press, New Haven-London, 1978.

Einar Gjerstad, Early Rome, 6 voll., Gleerup, Lund, 1953-1973.

 

 

Arte regia, immagini perdute e questioni aperte

La Roma dei re lascia una documentazione artistica frammentaria, ma decisiva. Il periodo compreso fra VIII e VI secolo a.C. non offre ancora un corpus paragonabile a quello della Roma repubblicana e imperiale; conserva però i presupposti materiali della futura arte romana: edificio sacro, decorazione fittile, insegna del comando, iscrizione pubblica, spazio cerimoniale, oggetto votivo, culto urbano, memoria del fondatore. L’arte regia va quindi cercata nei luoghi, nei frammenti, nei tetti, nelle soglie, nelle fondazioni e nei gesti rituali.

Il primo nodo riguarda l’immagine del potere prima del ritratto. La regalità romana arcaica non sembra affidarsi a statue-ritratto dei sovrani. Il re si rendeva visibile attraverso abito, seggio, scettro, littori, fasci, rito, processione, convocazione del popolo, sacrificio e controllo degli auspici. La veste purpurea ricamata d’oro, il trono d’avorio, lo scettro con l’aquila, la scorta dei littori e i fasci con le scuri costituivano una grammatica visiva del comando.[1] In questo senso l’immagine regia romana nasce come cerimoniale incarnato. Il corpo del re, circondato da segni, funzionava come centro mobile della città.

Un secondo nodo riguarda la coroplastica architettonica. La Roma tardo-regia fu una città di tetti fittili, colori, acroteri, antefisse e statue in terracotta. Le strutture lignee e i mattoni crudi sono scomparsi in larga parte; le terrecotte conservano però la qualità figurativa degli edifici sacri. Il santuario di Sant’Omobono, nel Foro Boario, è centrale per questa linea. Le statue acroteriali di Ercole e Minerva, insieme ai frammenti di rivestimento architettonico, mostrano una Roma capace di usare immagini monumentali su edifici templari già nel VI secolo a.C.[2] La scultura arcaica romana si manifesta quindi sul tempio, sopra la linea del tetto, dentro un rapporto stretto fra culto, colore e visibilità urbana.

Il terzo nodo riguarda la Regia. La tradizione la collega alla sede del re; in età storica essa diventa luogo del pontefice massimo e della memoria rituale della regalità. Gli scavi hanno restituito fasi arcaiche e hanno permesso confronti con residenze principesche dell’Etruria e del Lazio, come Aquarossa, Murlo e Gabii. Le fonti archeologiche indicano decorazioni con rilievi ispirati alla mitologia greca e la presenza di altari dedicati a Marte e Ops.[3] La Regia va dunque letta come edificio politico-sacrale: casa del comando, archivio rituale, luogo di sacrificio e memoria della monarchia. Il suo interesse artistico consiste nella fusione tra architettura, culto e immagine aristocratica.

Il quarto nodo riguarda il tempio di Giove Ottimo Massimo sul Campidoglio. La tradizione attribuisce l’avvio dell’edificio a Tarquinio Prisco e il completamento a Tarquinio il Superbo, con consacrazione nel primo anno della Repubblica. Le fondazioni rivelano una scala eccezionale per l’Italia arcaica. Il tempio ospitava la triade Giove, Giunone e Minerva e possedeva una decorazione fittile monumentale. La statua di culto di Giove, attribuita dalle fonti a Vulca di Veio, collega Roma alle grandi botteghe etrusche della terracotta.[4] La cultura figurativa capitolina nasce così da un incrocio romano, latino, etrusco e greco-orientalizzante.

Un quinto nodo riguarda la scrittura come immagine pubblica. Il cippo arcaico del Foro, nel complesso del Lapis Niger, conserva una delle testimonianze più antiche del latino monumentale. Il testo, inciso con andamento arcaico, menziona la figura del re attraverso la forma recei e richiama un contesto rituale collegato al Comitium.[5] La scrittura, in questo caso, non è semplice supporto verbale. È oggetto sacro, pietra iscritta, segno visibile dell’autorità, dispositivo di interdizione e memoria. Nel periodo regio la parola incisa entra nello spazio pubblico come parte della costruzione artistica della città.

Il sesto nodo riguarda i culti femminili e matronali. Sant’Omobono, con Fortuna e Mater Matuta, il tempio di Diana sull’Aventino e la triade capitolina con Giunone e Minerva indicano una trasformazione del paesaggio religioso. Le divinità femminili assumono presenza urbana, cultuale e monumentale. Questa trasformazione ha conseguenze visive: nuovi templi, nuovi oggetti votivi, nuove immagini fittili, nuove cerimonie. La Roma dei re non costruisce soltanto potere militare; organizza un sistema sacro dove fertilità, nascita, protezione, artigianato, sapienza e sovranità trovano luoghi pubblici.

Un settimo nodo riguarda l’assenza di una moneta regia. La Roma dei re appartiene a un’economia premonetale, fondata su bestiame, bronzo a peso, dono, scambio e oggetti di prestigio. Questa assenza è importante per la storia dell’immagine. Il potere regio non circola attraverso ritratto monetale o legenda numismatica; si manifesta attraverso tempio, rito, insegna, iscrizione, edificio e memoria orale. La moneta entrerà nella storia artistica romana in età repubblicana, quando Roma avrà già avviato la propria espansione nell’Italia centro-meridionale e nei circuiti della Magna Grecia.

Un ottavo nodo riguarda la Lupa Capitolina. Per lungo tempo l’opera fu considerata uno dei grandi bronzi etrusco-romani legati al mito delle origini. Le analisi tecniche e le datazioni recenti hanno orientato il dibattito verso una collocazione medievale del bronzo, mentre i gemelli sono aggiunte rinascimentali. La Lupa resta essenziale per la fortuna visiva del mito di Roma; offre un caso esemplare di ricezione, reinvenzione e costruzione moderna dell’antico. Nel capitolo sulla Roma dei re può comparire come avvertenza metodologica: il simbolo più famoso delle origini appartiene alla lunga storia dell’immaginario romano, con una cronologia materiale discussa e oggi orientata verso il medioevo.[6]

La coda del capitolo può dunque fissare un principio: l’arte della Roma regia è una storia di presenze parziali. Molte statue sono perdute, molte strutture erano costruite con materiali deperibili, molti racconti sono stati organizzati secoli dopo gli eventi. Restano però tracce molto eloquenti: la capanna, la Regia, il Comitium, il Lapis Niger, Sant’Omobono, il Campidoglio, le terrecotte, le insegne, i culti, le iscrizioni e gli oggetti votivi. Da questi elementi nasce la prima immagine pubblica romana.

La questione aperta più importante riguarda la definizione stessa di “arte romana” nel VI secolo a.C. La produzione della città è profondamente intrecciata con botteghe etrusche, modelli greci, culti latini, oggetti orientalizzanti e tecniche condivise nell’Italia tirrenica. Roma diventa romana proprio attraverso questa capacità di assorbire e ordinare forme diverse entro uno spazio civico stabile. La regalità fornisce il primo telaio: tempio, rito, segno del comando, luogo politico, memoria pubblica. La Repubblica erediterà questo telaio e lo userà per costruire una nuova grammatica dell’autorità.

 

Note

[1] Cresci Marrone, Rohr Vio, Calvelli, Roma antica. Storia e documenti, Il Mulino, Bologna, 2014, capitolo “La Roma dei re”, sezione sulla “Grande Roma dei Tarquini”.

[2] Per Sant’Omobono: N. Terrenato, P. Brocato, G. Caruso, A.M. Ramieri, H.W. Becker, I. Cangemi, G. Mantiloni, C. Regoli, “The S. Omobono Sanctuary in Rome: Assessing eighty years of fieldwork and exploring perspectives for the future”, Internet Archaeology, 31, 2012; materiali e pubblicazioni del Sant’Omobono Project.

[3] Arnaldo Momigliano, Manuale di storia romana, a cura di Attilio Mastrocinque, UTET, Torino, 2011; Filippo Coarelli, Il Foro Romano. Periodo arcaico, Quasar, Roma, 1983.

[4] Per il tempio capitolino: Axel Boëthius, Roger Ling, Tom Rasmussen, Etruscan and Early Roman Architecture, Yale University Press, New Haven-London, 1978; Musei Capitolini, area del tempio di Giove Capitolino; Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, scheda dell’Apollo di Veio e tradizione su Vulca.

[5] Cresci Marrone, Rohr Vio, Calvelli, Roma antica, capitolo “La Roma dei re”; Coarelli, Il Foro Romano. Periodo arcaico.

[6] Per la Lupa Capitolina: Anna Maria Carruba, La Lupa Capitolina. Un bronzo medievale, De Luca, Roma, 2006; studi tecnici e archeometrici recenti sulla lega e sulla tecnica di fusione, con orientamento verso una datazione medievale.