Home Storia dell'arte                                                                                                                                                                                            

 

 

 

Capitolo I — Roma prima di Roma

Lazio, Palatino, villaggi, fondazione e nascita della città

 

 

 

 

La storia artistica di Roma inizia prima della città monumentale. Prima dei templi in tufo e terracotta, delle statue di culto, delle iscrizioni pubbliche, delle monete e delle grandi architetture repubblicane, esiste un paesaggio di colli, capanne, necropoli, sentieri, guadi, santuari naturali, aree umide, radure sacre e piccoli nuclei abitativi. La Roma delle origini appartiene al Lazio protostorico, a una fascia del Mediterraneo centrale già attraversata da contatti con l’Etruria, la Campania greca, le coste tirreniche, il mondo fenicio, l’area appenninica e le comunità latine dei Colli Albani.[1]

Il sito di Roma possedeva caratteristiche favorevoli. Il Tevere offriva un asse fluviale verso l’interno e verso il mare; l’isola Tiberina facilitava il passaggio da una riva all’altra; i colli garantivano punti abitabili sopra le aree paludose; la valle poi occupata dal Foro si trovava fra Palatino, Campidoglio, Velia, Esquilino e Quirinale; il Foro Boario, presso il fiume, concentrava transiti, bestiame, sale e scambi. La posizione della futura città fu quindi strategica, economica e rituale: luogo di attraversamento, di mercato, di contatto fra genti diverse e di controllo del limite tra il Lazio e l’Etruria meridionale.[2]

Il Lazio arcaico era abitato da comunità latine organizzate in villaggi, leghe sacre e culti comuni. Alba Longa occupava nella tradizione un ruolo centrale, legato al Monte Albano e al culto di Giove Laziale. Roma nacque entro questo orizzonte latino, in una zona aperta verso Sabini, Falisci, Etruschi e Greci d’Occidente. La sua identità più antica si formò attraverso una sovrapposizione di elementi: lingua latina, pratiche pastorali, culti agrari, tecniche costruttive in materiali deperibili, rapporti con l’Etruria, circolazione di ceramiche e oggetti di prestigio provenienti dal Mediterraneo.[3]

Le indagini archeologiche sul Palatino documentano un’occupazione stabile già tra X e IX secolo a.C. Il Cermalus, sul versante sud-occidentale del colle, ha restituito resti di un villaggio protostorico con capanne ovali o rettangolari, pareti in argilla e graticcio, tetti di paglia sostenuti da pali inseriti nel banco tufaceo, ambiente unico con focolare centrale e, in alcuni casi, un piccolo portico davanti all’ingresso.[4] Questa architettura elementare costituisce la prima forma materiale dell’abitare romano. La capanna non è un dettaglio pittoresco: è il modulo originario della casa, della memoria domestica e della futura sacralizzazione del luogo.

Una delle capanne del Palatino fu identificata dagli antichi con la Casa Romuli, la dimora del fondatore. Le fonti letterarie ricordano una capanna costruita con canne e paglia, conservata con cura come reliquia civica. Gli scavi sotto la piattaforma del tempio della Magna Mater hanno rivelato tracce di capanne dell’età del ferro, compatibili per forma e dimensioni con il tipo di abitazione ricordato dalla tradizione.[5] La Casa Romuli mostra come Roma, in età storica, custodisse la propria origine in forma di oggetto architettonico povero: una piccola costruzione fragile, restaurata per secoli, capace di collegare il Palatino imperiale alla memoria del villaggio primitivo.

La vita di questi nuclei era fondata su un’economia silvo-pastorale. Il bosco, il pascolo, il farro, il bestiame, il fuoco domestico, la tessitura, la conservazione delle derrate e il piccolo gruppo parentale costituivano l’orizzonte quotidiano. Le capanne potevano accogliere focolare, giacigli, recipienti per alimenti e telaio. La struttura familiare aveva dimensioni ridotte, spesso riconducibili a clan o gruppi parentali di poche decine di persone. L’arte, in questa fase, coincide con l’organizzazione visiva degli oggetti e dei riti: ceramiche d’impasto, fibule, armi, ornamenti, utensili, modelli abitativi, corredi funerari, segni di appartenenza.[6]

Le necropoli permettono di riconoscere le prime differenze sociali. Il corredo funerario registra sesso, età, ruolo e rango. Fibule, rasoi, armi, vasi d’impasto, ornamenti e oggetti importati danno forma alla memoria del defunto e alla posizione del gruppo familiare. In questo livello più antico, l’immagine non si presenta come scultura autonoma o pittura monumentale; vive dentro il vaso, l’ornamento, l’arma, il segno del corpo e la disposizione della sepoltura. L’arte romana arcaica nasce da questa cultura degli oggetti, delle soglie e dei gesti rituali.

Il racconto della fondazione colloca Romolo e Remo al centro di una genealogia eroica. Enea giunge nel Lazio dopo la caduta di Troia; suo figlio Ascanio fonda Alba Longa; dalla stirpe albana discendono Numitore, Amulio, Rea Silvia e i gemelli generati da Marte. Abbandonati presso il Tevere, salvati dalla lupa e allevati dal pastore Faustolo e da Acca Larenzia, Romolo e Remo tornano ad Alba, restaurano Numitore e scelgono il luogo della nuova città presso il Palatino. La consultazione degli auspici, la visione degli avvoltoi, il solco tracciato con aratro, l’uccisione di Remo e la data del 21 aprile 753 a.C. formarono il nucleo narrativo più celebre della memoria romana.[7]

La data del 753 a.C., fissata dalla tradizione erudita varroniana, possiede valore culturale e identitario. Gli studi moderni la trattano come punto di condensazione della memoria romana, mentre l’archeologia ha mostrato che tra VIII e VII secolo a.C. avvennero trasformazioni decisive sul Palatino e nelle aree circostanti. La città nacque attraverso un processo graduale: villaggi, unioni cultuali, delimitazioni rituali, bonifiche, spazi comuni, percorsi, luoghi di assemblea, santuari e prime forme di autorità. La fondazione, nella coscienza romana, trasformò questa crescita in un atto unico, attribuito a un fondatore.

Il rito del sulcus primigenius esprime il significato sacro del limite. Il fondatore tracciava con l’aratro il perimetro dell’insediamento, sollevando la lama nel punto delle porte. Il solco, accompagnato dal terrapieno, separava lo spazio urbano dallo spazio esterno e definiva il pomerium, linea religiosa e politica. Entro quel limite vigeva un ordine diverso: la città come corpo sacro, comunità giuridica, sede degli auspici, spazio della vita civile.[8] Il racconto di Remo che oltrepassa il solco e viene ucciso pone al centro della tradizione romana il tema della soglia: Roma nasce anche come difesa del confine rituale.

Gli scavi condotti nell’area tra Palatino e Velia hanno dato grande rilievo alla questione del limite urbano. Sono stati individuati muri e strutture arcaiche collegati alla definizione del margine del Palatino, datati nell’VIII secolo a.C. secondo alcune letture stratigrafiche. Questi resti hanno alimentato una discussione ampia sulla relazione fra memoria romulea, rituale di fondazione e formazione della città.[9] Il dato archeologico mostra un’intensa attività edilizia e rituale nell’area palatina durante l’età del ferro; la tradizione letteraria organizzò quella memoria intorno alla figura di Romolo.

Un altro elemento importante è il Septimontium, festa che in età storica conservava il ricordo di comunità distribuite tra le tre cime del Palatino, le alture dell’Esquilino e il Celio. Questo dato rituale permette di immaginare una fase di aggregazione tra insediamenti vicini, ciascuno dotato di propria identità e dei propri luoghi sacri. La Roma più antica fu quindi una realtà plurale: Palatino, Esquilino, Celio, Quirinale, Viminale, Campidoglio e Aventino entrarono in tempi diversi nel sistema urbano e rituale della città.[10]

La valle del Foro, destinata a diventare il cuore politico, religioso e commerciale di Roma, era in origine una zona bassa e umida. Tra VII e VI secolo a.C. l’area venne progressivamente bonificata, colmata e pavimentata. La sistemazione delle acque, attribuita dalla tradizione alla stagione dei re etruschi, rese possibile la formazione di una piazza pubblica. Su questo spazio si affacciarono luoghi fondamentali: la Regia, il Comitium, la Curia Hostilia, il santuario di Vesta, le prime botteghe e i percorsi cerimoniali della Via Sacra.[11] La nascita della città monumentale coincide con questa trasformazione del suolo: la palude diventa foro, il passaggio diventa piazza, il mercato diventa centro civico.

Nel Foro Boario, presso il Tevere, si concentrava invece il rapporto fra traffici, bestiame, sale e culti di transito. La zona era collegata alla via del sale e ai movimenti fra costa, interno appenninico ed Etruria. I culti di Ercole, di Mater Matuta, di Fortuna e le successive strutture di Sant’Omobono appartengono a questo paesaggio di scambio e di contatto. Roma, prima ancora di diventare capitale politica, fu un luogo di mediazione commerciale e religiosa. La sua forza nacque dalla capacità di controllare attraversamenti, mercati e confini.

Le prime forme artistiche documentabili a Roma sono inseparabili da questo contesto. L’abitazione in capanna mostra una sapienza costruttiva adattata al suolo tufaceo e ai materiali disponibili. La ceramica d’impasto accompagna cucina, conservazione e rito. Le fibule ordinano il corpo vestito e indicano identità sociale. Le armi segnalano il ruolo guerriero. I corredi dichiarano differenze di rango. I primi votivi trasformano il gesto religioso in oggetto. Le aree sacre fissano sul terreno la presenza degli dèi. La città, prima di produrre grandi immagini, organizza spazi, limiti, percorsi e segni.

Roma arcaica si sviluppa al crocevia di molte influenze. Il mondo etrusco introduce competenze tecniche, modelli di organizzazione urbana, sistemi di canalizzazione, forme di monumentalizzazione sacra e una forte cultura dell’auspicio. Il mondo greco d’Occidente porta ceramiche, alfabeti, miti, immagini e oggetti di prestigio. Le rotte fenicie e puniche diffondono amuleti, scarabei, motivi egittizzanti, oggetti di lusso e mediazioni orientali. Le comunità sabine e appenniniche partecipano alla formazione religiosa, guerriera e sociale della città. L’identità romana nasce da questa trama di contatti, radicata nel Lazio e aperta al Mediterraneo.

Il rapporto con l’Egitto, in questa fase, passa attraverso oggetti e immagini circolanti nel Mediterraneo orientalizzante. Scarabei, amuleti, motivi egittizzanti e piccoli manufatti raggiunsero l’Italia centrale tramite reti fenicie, greche ed etrusche. Roma non intratteneva ancora un rapporto diretto con la valle del Nilo; la cultura visuale del Lazio arcaico ricevette suggestioni egiziane attraverso mediazioni tirreniche e levantine. Questi oggetti testimoniano la vastità delle reti commerciali già attive prima della piena potenza romana.

La nascita di Roma come città fu dunque un processo di trasformazione topografica, sociale e rituale. Il Palatino conservò il prestigio dell’origine; il Foro divenne centro della vita pubblica; il Campidoglio accolse la massima monumentalizzazione religiosa; il Tevere collegò la città ai traffici; il pomerium definì il corpo sacro dell’abitato; la tradizione romulea diede forma narrativa a una crescita durata generazioni. La prima arte romana va cercata in questa stratificazione: capanna, sepoltura, limite, oggetto, culto, bonifica, spazio pubblico.

La città successiva conserverà a lungo questi segni. Gli imperatori costruiranno palazzi sul Palatino, sopra il luogo delle capanne. Il Foro imperiale nascerà accanto al Foro arcaico. Le grandi basiliche cristiane erediteranno la memoria degli spazi sacri e civili. La Roma di marmo, laterizio e cemento continuerà a guardare verso il piccolo villaggio di capanne da cui aveva tratto la propria identità. La forza dell’arte romana sta anche in questa capacità di trasformare la povertà materiale dell’origine in memoria monumentale.

 

A.R.

 

 

 

Note

[1] Per il metodo generale, utile Cresci Marrone, Rohr Vio, Calvelli, Roma antica. Storia e documenti, Il Mulino, Bologna, 2014: il volume fonda la ricostruzione storica su fonti letterarie, iscrizioni, monete, papiri, complessi architettonici e oggetti di cultura materiale.

[2] Ernesto Bignami, Manuale di storia romana, Edizioni Bignami, Milano, 1968, insiste sulla posizione strategica ed economica di Roma: fortezza di confine verso l’Etruria e luogo commerciale tra mare e centro della penisola, con particolare rilievo del sale.

[3] Per Lazio, Prisci Latini, Alba Longa e lega latina, cfr. Arnaldo Momigliano, Manuale di storia romana, a cura di Attilio Mastrocinque, UTET, Torino, 2011, capitolo sulle origini e le istituzioni antichissime di Roma.

[4] Il Parco archeologico del Colosseo segnala l’occupazione del Palatino dal X-IX secolo a.C. e descrive il villaggio del Cermalus con capanne ovali o rettangolari, pareti in graticcio e argilla, tetti in paglia e focolare centrale.

[5] Digital Augustan Rome, voce Casa Romuli (Palatium), ricorda le fonti antiche sulla capanna di Romolo e le indagini archeologiche sotto la piattaforma del tempio della Magna Mater, dove sono stati individuati fori di palo riferibili a capanne dell’età del ferro.

[6] Cresci Marrone, Rohr Vio, Calvelli, Roma antica, capitolo “La Roma delle origini”, descrivono le strutture abitative del Palatino, l’economia silvo-pastorale, l’uso del farro, il ruolo del focolare, dei contenitori domestici e del telaio.

[7] La sequenza Enea-Lavinio-Alba Longa-Romolo e Remo appartiene alla tradizione letteraria romana. Per il quadro sintetico, cfr. Momigliano, Manuale di storia romana, e Bignami, Manuale di storia romana, sezione sulla leggenda della fondazione.

[8] Sul sulcus primigenius e sul valore del limite urbano, cfr. Cresci Marrone, Rohr Vio, Calvelli, Roma antica, fonte sul solco primigenio, con richiamo al fregio di Aquileia e alla ritualità del fondatore con aratro, toro e vacca.

[9] Il progetto di ricerca Sapienza sugli scavi tra Palatino, Foro, Velia e valle del Colosseo segnala la scoperta di un muro palatino datato 775-750 a.C., con rifacimenti fino circa al 530 a.C.; Cresci Marrone, Rohr Vio, Calvelli ricordano anche la datazione 730-720 a.C. per il muro più antico individuato sotto i riempimenti della Via Sacra.

[10] Momigliano, Manuale di storia romana, interpreta il Septimontium come memoria di comunità distribuite sulle cime del Palatino, sulle alture dell’Esquilino e sul Celio, poi coinvolte nel processo di formazione della città.

[11] Per la trasformazione della valle del Foro, cfr. Cresci Marrone, Rohr Vio, Calvelli, Roma antica, capitolo sulla Roma delle origini; Turismo Roma ricorda la bonifica della valle alla fine del VII secolo a.C. come presupposto della formazione del Foro romano.

 

 

 

Bibliografia essenziale

Nicola Terrenato, The Early Roman Expansion into Italy: Elite Negotiation and Family Agendas, Cambridge University Press, Cambridge, 2019.

Francesca Fulminante, The Urbanisation of Rome and Latium Vetus: From the Bronze Age to the Archaic Era, Cambridge University Press, Cambridge, 2014.

Giovannella Cresci Marrone, Francesca Rohr Vio, Lorenzo Calvelli, Roma antica. Storia e documenti, Il Mulino, Bologna, 2014.

Arnaldo Momigliano, Manuale di storia romana, a cura di Attilio Mastrocinque, UTET, Torino, 2011.

Andrea Carandini, Roma. Il primo giorno, Laterza, Roma-Bari, 2007.

Andrea Carandini, La nascita di Roma. Dèi, Lari, eroi e uomini all’alba di una civiltà, Einaudi, Torino, 1997.

Christopher J. Smith, Early Rome and Latium: Economy and Society c. 1000 to 500 BC, Oxford University Press, Oxford, 1996.

Timothy J. Cornell, The Beginnings of Rome: Italy and Rome from the Bronze Age to the Punic Wars, Routledge, London-New York, 1995.

T. P. Wiseman, Remus: A Roman Myth, Cambridge University Press, Cambridge, 1995.

R. Ross Holloway, The Archaeology of Early Rome and Latium, Routledge, London-New York, 1994.

Filippo Coarelli, Il Foro Romano. Periodo arcaico, Quasar, Roma, 1983.

Einar Gjerstad, Early Rome, 6 voll., Gleerup, Lund, 1953-1973.