ROMA Capitolo V — La prima Repubblica

Memoria anti-regia, patrizi e plebei, templi, votivi, leggi, guerre e città

 

 

 

La prima Repubblica romana nasce da una trasformazione politica e simbolica. La tradizione colloca nel 509 a.C. la cacciata di Tarquinio il Superbo, il giuramento contro il ritorno della monarchia e l’avvio di un ordinamento fondato su magistrature annuali e collegiali.[1] La data conserva un forte valore identitario: Roma si raccontò come comunità liberata dal re e consegnata alla responsabilità dei magistrati, del senato e del popolo. La svolta repubblicana produsse un nuovo linguaggio del potere, più distribuito nello spazio pubblico, nei riti civici, nelle assemblee, negli edifici sacri, nella scrittura della legge e nella memoria delle vittorie.

Questo periodo richiede una lettura attenta, perché la documentazione è complessa. Le fonti letterarie furono scritte molti secoli dopo gli eventi; l’archeologia restituisce edifici rifatti più volte, frammenti fittili, depositi votivi, iscrizioni, livelli di incendio, rifacimenti e tracce di uso. La prima Repubblica si comprende attraverso la combinazione di tradizione, istituzioni, topografia e cultura materiale. L’arte, in questa fase, non coincide con un insieme numeroso di opere conservate; si manifesta nella costruzione dello spazio pubblico, nel tempio votato dopo la guerra, nella tavola di legge esposta, nel seggio del magistrato, nel fascio littorio, nel sacrificio, nell’altare, nella terracotta di rivestimento, nel piccolo dono deposto nel santuario.

 

 

La memoria anti-regia e i segni del nuovo potere

La fine della monarchia non cancellò la forma visiva della regalità. Le insegne del comando — littori, fasci, sedia curule, toga bordata di porpora, processione, auspici — passarono ai magistrati repubblicani, con nuovi limiti politici. La forza regia venne frammentata, resa annuale, collegiale, controllata dal senato, dal popolo e dalle procedure religiose.[2] Il potere continuò a mostrarsi con segni antichi, collocati entro un ordinamento diverso.

La memoria anti-regia divenne parte della cultura figurativa e rituale romana. L’odio verso il nome di rex accompagnò tutta la Repubblica; riemerse con particolare forza nelle crisi della tarda età repubblicana, quando il sospetto di aspirare al regno colpì uomini potenti come Spurio Cassio, Marco Manlio Capitolino, Tiberio Gracco, Cesare. Nella prima Repubblica questa memoria si radicò soprattutto nei luoghi: la Regia, ormai svuotata della funzione politica del re; il Foro, sede della parola pubblica; il Campidoglio, centro della sovranità divina; il Comitium, spazio delle assemblee; il tempio di Giove Ottimo Massimo, dove il trionfo repubblicano deponeva la vittoria davanti al dio.

Il rex sacrorum conservò una parte rituale dell’antica carica regia. La figura del re politico fu sostituita da magistrati annuali; la funzione sacra sopravvisse in forma sacerdotale. La “coppa del re”, frammento di bucchero proveniente dalla Regia con iscrizione riferibile al rex, documenta questa continuità materiale e rituale nella fase di passaggio fra monarchia e Repubblica.[3] Un oggetto minuto rivela una trasformazione profonda: la regalità politica viene archiviata, il rito resta nel cuore della città.

Sul piano artistico, la Repubblica eredita edifici e simboli regi. La Regia, il tempio di Vesta, il Comitium, il Lapis Niger e il Campidoglio continuano a funzionare. La novità sta nella redistribuzione delle funzioni: i magistrati convocano, il senato consiglia, il popolo vota, i sacerdoti garantiscono la pax deorum. L’immagine del potere diventa più corale. Il re solo lascia il posto a una scena pubblica composta da magistrati, sacerdoti, cittadini, tribuni, littori, aruspici, comizi e templi.

 

 

Foro, Comitium e Curia: la forma visiva della politica

Il Foro romano, già avviato come piazza pubblica in età regia, diventa nella prima Repubblica il luogo principale dell’identità civica. Qui si svolgono assemblee, processi, riti, mercati, funerali aristocratici, decisioni politiche e memorie militari. Il Comitium conserva la funzione assembleare; la Curia Hostilia raccoglie il senato; la Regia e Vesta custodiscono il nucleo sacro; la Via Sacra collega il Foro al Campidoglio. La topografia repubblicana non nasce da un progetto unitario; cresce attraverso accumulo di funzioni e rifacimenti.[4]

La parola pubblica assume forma spaziale. Parlare al popolo significa occupare un punto preciso, rivolgersi a una comunità radunata, sostenere il discorso con il gesto, il rango e la memoria del luogo. La futura tribuna dei Rostri deriverà dal rapporto fra guerra, bottino navale e comunicazione politica. Anche prima della piena monumentalizzazione, il Foro offre una scena: magistrati con littori, cittadini riuniti, sacerdoti, altari, voti, iscrizioni, tabernae, processioni. La politica romana è già spettacolo civico, regolato da tempo, luogo e rito.

La Curia Hostilia, attribuita dalla tradizione a Tullo Ostilio, rappresenta la memoria della continuità tra monarchia e Repubblica. In età repubblicana, la sede del senato diventa uno dei principali spazi della decisione politica. L’edificio, più volte rifatto, conserva l’idea di una parola aristocratica stabilizzata in un luogo. Il senato non ha bisogno di immagini figurate per affermare la propria autorità: gli bastano il luogo, il rito di convocazione, il seggio, la memoria delle famiglie, l’ordine della parola.

Il Foro è anche archivio visivo della città. Ogni tempio, ogni base, ogni iscrizione, ogni statua futura aggiungerà un livello di memoria. La prima Repubblica prepara questa densità. La città comincia a trasformare le proprie decisioni in luoghi permanenti.

 

Le leggi scritte e le XII Tavole

Il conflitto fra patrizi e plebei condusse, nel V secolo a.C., alla richiesta di rendere accessibile la norma giuridica. Secondo la tradizione, i decemviri redassero le XII Tavole nel 451-450 a.C.; le leggi furono approvate dai comizi centuriati ed esposte pubblicamente.[5] Le tavole andarono perdute, ma il loro testo venne memorizzato e trasmesso da autori successivi. La loro importanza supera il campo giuridico: esse introducono nella città una forma visiva della legge.

La legge esposta trasforma la norma in oggetto pubblico. Il diritto, prima custodito da memoria aristocratica, formule sacerdotali e interpretazione dei magistrati, acquista una presenza materiale: tavola, incisione, collocazione, lettura, apprendimento. La scrittura diventa strumento di equilibrio civico. La città non affida più tutto alla voce del magistrato; colloca la norma davanti ai cittadini.

Le XII Tavole parlano di famiglia, proprietà, debito, sepoltura, danni fisici, rapporti di patronato, limiti urbani, matrimonio, procedura. Esse rivelano una società agricola, severa, fondata su pater familias, proprietà, credito, vincoli personali, disciplina e riconoscimento pubblico delle pene.[6] Anche il divieto di sepoltura e cremazione entro la città mostra un elemento urbanistico e rituale: il corpo morto deve uscire dallo spazio civico, mentre la legge definisce il confine fra abitare, morire e ricordare.

La tavola giuridica appartiene alla storia dell’arte romana perché è forma, supporto, esposizione e memoria. L’epigrafia monumentale diventerà uno dei tratti più caratteristici di Roma. Il capitolo delle XII Tavole segna una tappa essenziale: la città usa la scrittura per organizzare la convivenza e per rendere visibile l’autorità della norma.

 

Patrizi e plebei: conflitto sociale e luoghi della rappresentazione

La prima Repubblica fu segnata dal conflitto tra patrizi e plebei. Le aristocrazie patrizie controllavano magistrature, auspici, culti pubblici, diritto e accesso alle cariche più alte; la plebe costruì progressivamente propri strumenti di difesa: secessione, tribuni, concilio plebeo, edili, plebisciti, santità personale dei tribuni.[7] Questa vicenda ha anche una dimensione artistica e topografica. La lotta per i diritti produce luoghi, templi, archivi, insegne, feste e immagini.

L’Aventino diventa colle fortemente legato alla memoria plebea. Qui si colloca il tempio di Cerere, Libero e Libera, dedicato secondo la tradizione nel 493 a.C. Il santuario, collegato a una crisi alimentare e all’importazione di modelli greci Demetra-Dioniso-Kore, assunse un valore politico importante per la plebe.[8] Cerere è dea del grano, della nutrizione, della fertilità e della comunità; il suo tempio fu anche sede di documenti plebei e luogo di riferimento degli edili. La religione plebea prende così forma architettonica.

Il tempio di Cerere mostra il modo in cui un edificio sacro può diventare istituzione sociale. La triade Cerere-Libero-Libera, connessa a modelli greci e a esigenze alimentari, viene collocata sull’Aventino e inserita nelle dinamiche del conflitto interno. L’arte qui non è ornamento: è sede, deposito, segno di riconoscimento collettivo. Il culto produce identità, e l’edificio rende l’identità visibile.

Anche i tribuni della plebe avevano una presenza fortemente rituale. La loro persona era sacrosanta; l’offesa al tribuno assumeva valore sacrilego; la loro azione si svolgeva davanti alla comunità plebea. Il conflitto sociale romano utilizza quindi categorie religiose e visive: corpo inviolabile, assemblea separata, colle, tempio, archivio, giuramento. La politica della prima Repubblica si costruisce attraverso luoghi riconoscibili.

 

Templi votivi e memoria della guerra

La guerra produce templi. Il magistrato votava un edificio a una divinità in cambio della vittoria; il voto trasformava l’evento militare in monumento; la dedica collocava nello spazio urbano la memoria del successo. Questo meccanismo diventerà centrale nella Repubblica media e tarda, ma ha radici profonde già nella prima fase repubblicana.

Il tempio dei Dioscuri nel Foro è uno degli esempi più significativi. La tradizione lo collega alla battaglia del lago Regillo, alla vittoria romana sui Latini e all’apparizione miracolosa di Castore e Polluce, visti mentre abbeveravano i cavalli presso la fonte di Giuturna. L’edificio fu dedicato nel 484 a.C.[9] I Dioscuri sono figure greche di cavalleria, salvezza e apparizione; a Roma diventano garanti della vittoria repubblicana. Il loro tempio nel Foro lega mito greco, guerra laziale, religione civica e memoria politica.

Il tempio di Saturno, tradizionalmente dedicato nel 497 a.C., si colloca ai piedi del Campidoglio e diventa in età repubblicana sede dell’erario.[10] Saturno, divinità arcaica legata a ricchezza, età aurea e agricoltura, riceve un tempio in posizione strategica fra Foro e Campidoglio. La funzione finanziaria aggiunge al valore sacro un ruolo amministrativo: il tesoro della città viene custodito presso la divinità.

Altri edifici sacri della prima Repubblica, spesso noti attraverso fonti tarde e rifacimenti successivi, mostrano l’intensità della topografia cultuale: Mercurio presso il Circo Massimo, Cerere sull’Aventino, Castore nel Foro, Saturno ai piedi del Campidoglio. Roma costruisce la propria memoria politica con templi disposti nei punti chiave della città: piazza, colle, mercato, circuito del circo, aree plebee, percorsi processionali.

L’arte templare di questa fase conserva ancora il carattere etrusco-italico: podi, terrecotte, rivestimenti fittili, colore, statue di culto probabilmente in legno o argilla. Le ricostruzioni successive hanno cancellato molte forme arcaiche; il principio resta chiaro. Il tempio repubblicano arcaico è un dispositivo di memoria: nasce da voto, guerra, crisi alimentare, vittoria, istituzione sociale.

 

Votivi, corpo e santuario

I santuari della prima Repubblica raccolgono oggetti. Il dono votivo è una delle forme più concrete dell’arte romana arcaica e medio-repubblicana. Statuette, piccoli bronzi, ceramiche, terrecotte, armi, offerte alimentari, oggetti personali, lamine, figure animali e, in una fase più tarda, votivi anatomici, trasformano la relazione con la divinità in presenza materiale.

Il deposito votivo è archivio della comunità. Ogni offerta conserva un gesto: richiesta, ringraziamento, guarigione, nascita, passaggio, protezione, vittoria, favore divino. La ripetizione di oggetti simili crea una massa visuale. Il santuario non è soltanto edificio; è accumulo di presenze. Roma e il Lazio repubblicano condividono questa cultura con l’Etruria e con molte aree dell’Italia centrale.

I votivi anatomici, particolarmente diffusi tra IV e I secolo a.C., daranno corpo a una religione della guarigione: mani, piedi, occhi, orecchie, uteri, seni, organi interni, teste e arti modellati in terracotta.[11] Essi appartengono pienamente alla storia dell’arte perché traducono il corpo in frammento offerto. La malattia, la fertilità, il parto, il dolore, la vista, il movimento, la guarigione ricevono forma. Anche quando sono seriali e prodotti da matrici, questi oggetti hanno grande valore storico: mostrano una cultura visuale popolare, concreta, vicina alla vita quotidiana.

Nella prima Repubblica il votivo stabilisce un rapporto diverso rispetto al grande tempio pubblico. Il tempio celebra la città; il votivo conserva il gesto individuale o familiare. Insieme, essi compongono la religione romana: comunità e corpo, guerra e guarigione, magistrato e devoto, voto pubblico e offerta minuta.

 

Guerra, territorio e città

La prima Repubblica combatte su molti fronti: Etruschi, Latini, Volsci, Equi, Sabini, Ernici, poi Veio, i Galli, i Sanniti. Le narrazioni antiche sono dense di episodi eroici e genealogie aristocratiche; la dinamica storica indica una città impegnata a consolidare il Lazio e a difendere i propri margini.[12] La guerra non produce soltanto vittorie; produce strade, colonie, mura, templi, voti, trionfi, distribuzioni di terre, nuovi rapporti con gli alleati.

La conquista di Veio nel 396 a.C., attribuita nella tradizione a Marco Furio Camillo, ebbe grande peso nella memoria romana. Veio era città etrusca vicinissima, potente, dotata di santuari, botteghe e territorio. La sua caduta aprì a Roma una nuova fase. Il culto di Giunone Regina, trasferito a Roma secondo il rito dell’evocatio, mostra come la guerra potesse assorbire anche la divinità del nemico.[13] L’immagine sacra diventa parte del bottino rituale: la dea lascia la città conquistata e riceve nuova sede nel sistema romano.

Il sacco gallico del 390/387 a.C. segnò una ferita profonda nella memoria romana. La tradizione narrò la sconfitta presso l’Allia, l’incendio della città, la resistenza del Campidoglio, le oche di Giunone, il riscatto e il ritorno di Camillo. Sul piano urbano, la vicenda fu collegata alla necessità di ricostruire, fortificare e rafforzare la città. Le mura in blocchi di tufo, comunemente dette serviane, appartengono in larga parte alla fase repubblicana successiva e testimoniano una nuova scala difensiva.[14]

La guerra cambia anche la percezione della città. Roma si pensa come spazio da proteggere, centro da ricostruire, corpo sacro assediabile. Il Campidoglio assume valore di rocca della salvezza; il Foro conserva memorie di distruzione e ripresa; le mura diventano immagine materiale della comunità. L’arte pubblica repubblicana cresce dentro questa tensione: proteggere, ricordare, celebrare, rifondare.

 

Colonizzazione, strade e controllo del territorio

Nel IV secolo a.C. Roma sviluppa strumenti territoriali destinati a lunga fortuna: colonie, alleanze, strade, distribuzioni agrarie, trattati, presidi militari, centuriazione. La città comincia a proiettare il proprio ordine fuori dal perimetro urbano. L’arte romana assume così una dimensione territoriale: non soltanto edifici nel Foro, anche strade, mura coloniali, santuari suburbani, ponti, miliari in fasi successive, tracciati e organizzazione del suolo.

La Via Appia, avviata dal censore Appio Claudio Cieco nel 312 a.C., rappresenta una soglia fondamentale. Il suo primo tracciato collegò Roma a Capua e fu concepito come infrastruttura strategica per la conquista e il controllo dell’Italia meridionale.[15] La strada è opera tecnica, militare e politica. Il basolato, il rettifilo, il ponte, il taglio nel terreno, la monumentalità funeraria che più tardi si disporrà ai suoi lati, trasformano il movimento in forma stabile. La strada romana diventerà una delle immagini più durevoli del potere.

La colonizzazione repubblicana dà forma romana al territorio. Una colonia porta mura, foro, templi, strade interne, lotti, magistrati, culti, iscrizioni, memoria della città madre. Il modello urbano si moltiplica. La prima Repubblica prepara così la futura forza dell’arte romana: la capacità di organizzare luoghi ripetibili, funzionali, rituali e politici.

 

Prime immagini civiche e memoria aristocratica

Il mondo aristocratico della prima Repubblica costruisce memoria attraverso nomi, genealogie, funerali, imprese militari e dediche. Le imagines maiorum, maschere degli antenati conservate nelle case nobiliari e portate nei funerali, appartengono a una tradizione attestata chiaramente in fasi successive, ma radicata nella centralità familiare della società repubblicana. Esse mostrano un principio fondamentale: il volto dell’antenato è capitale politico.

Le prime forme di memoria aristocratica sono però ancora più legate al gesto che alla statua. Un console vota un tempio; un generale celebra un trionfo; una famiglia conserva un nome; un monumento ricorda una vittoria; un funerale espone l’ordine degli antenati. La città repubblicana è fatta di memoria pubblica e memoria gentilizia intrecciate.

Il passaggio dall’età regia alla Repubblica favorisce una nuova cultura della dedica. Il magistrato agisce a nome della comunità e lega il proprio nome all’edificio o al voto. Questo rapporto tra carica, impresa e monumento diventerà sempre più importante nei secoli successivi, fino ai fori, ai portici, ai teatri e agli archi della tarda Repubblica e dell’Impero. Nella prima Repubblica il processo è già avviato, con forme ancora sobrie e spesso perdute.

 

Arte, diritto e religione nella prima Repubblica

La prima Repubblica elabora un’arte della norma e del rito. Le XII Tavole, la provocatio, il tribunato, il giuramento contro il ritorno del re, il calendario, gli auspici, i sacrifici pubblici, i templi votivi, i santuari plebei e i depositi votivi costruiscono una città in cui il diritto ha forma visibile. Roma non produce soltanto immagini figurate; produce regole esposte, spazi controllati, procedure rituali, luoghi di assemblea e segni di autorità.

La dimensione religiosa resta decisiva. Ogni decisione pubblica passa attraverso auspici e sacrifici; ogni guerra richiede voto e consacrazione; ogni magistratura si muove dentro il rapporto con gli dèi. La Repubblica nasce come ordinamento politico, ma vive in un universo sacro. Per questo l’arte del periodo è fatta di templi, altari, statue divine, offerte, tavole di legge, segni sacerdotali e percorsi processionali.

La plebe, con i propri culti e luoghi, contribuisce a trasformare il paesaggio artistico. L’Aventino, Cerere, i tribuni, gli edili, gli archivi plebei e i plebisciti mostrano che l’immagine pubblica della città non appartiene soltanto ai grandi culti patrizi. La società romana costruisce progressivamente una topografia politica plurale: Campidoglio, Foro, Aventino, Foro Boario, templi della vittoria, santuari del corpo, strade verso il territorio.

 

Questioni aperte

Il periodo della prima Repubblica presenta problemi notevoli. Le date tradizionali dei primi templi, la forma originaria degli edifici, la collocazione esatta di alcune strutture, la cronologia delle mura, la storicità puntuale di molte guerre del V secolo a.C., l’aspetto materiale delle XII Tavole, la fase più antica dei culti plebei e la documentazione delle prime statue restano oggetto di discussione. La ricostruzione deve fondarsi su contesti archeologici, fonti antiche, stratigrafie e confronti con Lazio, Etruria e Campania.

La parte artistica è particolarmente delicata. Molti edifici furono rifatti più volte; le forme visibili oggi appartengono spesso a fasi tardo-repubblicane o imperiali. Il tempio di Saturno, il tempio dei Dioscuri, i luoghi di Cerere, la Curia e il Foro hanno lunga durata. Ogni monumento conserva una biografia complessa: voto arcaico, dedica repubblicana, rifacimento, incendio, restauro, trasformazione funzionale, rovina. L’arte della prima Repubblica va quindi cercata nelle fasi più antiche di monumenti successivi.

Un altro nodo riguarda la relazione tra arte patrizia e arte plebea. Il conflitto sociale produce luoghi e culti, ma la distinzione materiale fra forme “patrizie” e “plebee” risulta spesso difficile. Il tempio di Cerere ha forte valore plebeo; il Campidoglio conserva la massima autorità statale; il Foro unisce assemblea, senato, giustizia e mercato; i votivi raccolgono gesti di individui e famiglie. La città repubblicana è uno spazio condiviso e conteso.

 

Sintesi

La prima Repubblica trasforma la Roma regia in una città di magistrati, assemblee, leggi, templi, votivi e guerre territoriali. Il potere perde la forma personale del re e assume una presenza distribuita: consoli, senato, tribuni, comizi, sacerdoti, templi, tavole scritte, luoghi di assemblea. L’arte di questo periodo si riconosce nella costruzione dello spazio pubblico e nella materializzazione della norma.

Il Foro diventa scena politica; l’Aventino acquista valore plebeo; il Campidoglio conserva la sovranità divina; il Foro Boario mantiene il legame con scambi e culti; la Regia custodisce l’eredità rituale del re; i templi votivi trasformano la guerra in memoria; i votivi registrano corpo e devozione; le XII Tavole fanno della legge un oggetto esposto. La prima arte repubblicana è quindi un’arte civica: organizza spazi, rende visibili le regole, accumula memorie e prepara la monumentalità dei secoli successivi.

 

 

A.R.

 

 

Note

[1] La data tradizionale del 509 a.C. deriva dalla tradizione annalistica romana. Per una discussione moderna: T.J. Cornell, The Beginnings of Rome, Routledge, London-New York, 1995; Arnaldo Momigliano, Manuale di storia romana, UTET, Torino, 2011; Giovannella Cresci Marrone, Francesca Rohr Vio, Lorenzo Calvelli, Roma antica. Storia e documenti, Il Mulino, Bologna, 2014.

[2] Per annualità, collegialità, sviluppo delle magistrature e sopravvivenza del rex sacrorum: Momigliano, Manuale di storia romana, capitolo “Le riforme costituzionali nel primo secolo della Repubblica”; Cresci Marrone, Rohr Vio, Calvelli, Roma antica, capitolo “La transizione fra Monarchia e Repubblica”.

[3] Cresci Marrone, Rohr Vio, Calvelli, Roma antica, capitolo “La transizione fra Monarchia e Repubblica”, fonte sulla “coppa del re” proveniente dalla Regia, con iscrizione graffita su bucchero riferibile al rex.

[4] Filippo Coarelli, Il Foro Romano. Periodo arcaico, Quasar, Roma, 1983; Frank E. Brown, The Regia, American Academy in Rome, Roma, 1980; Momigliano, Manuale di storia romana, capitolo sulle origini e le istituzioni antichissime.

[5] Le XII Tavole sono collocate dalla tradizione nel 451-450 a.C., con approvazione nel 449 a.C. Per il quadro storico: Cresci Marrone, Rohr Vio, Calvelli, Roma antica, capitolo “Conflitti interni nella Roma della prima Repubblica”; Yale Avalon Project, The Twelve Tables, introduzione.

[6] Cresci Marrone, Rohr Vio, Calvelli, Roma antica, fonte sulle XII Tavole: norme su famiglia, proprietà, legge del taglione, sepolture fuori città, patronato, debito e matrimoni misti.

[7] Momigliano, Manuale di storia romana, capitolo “La reazione della plebe contro il governo patrizio” e “Il decemvirato”; Cresci Marrone, Rohr Vio, Calvelli, Roma antica, capitolo “Conflitti interni nella Roma della prima Repubblica”.

[8] Per il tempio di Cerere, Libero e Libera: Digital Augustan Rome, voce Ceres, Aedes; Russell T. Scott, “The Contribution of Archaeology to Early Roman History”, in studi sulla topografia del primo Foro e dell’Aventino; G. Pellam, “Ceres, the Plebs, and Libertas in the Roman Republic”, Historia, 63, 2014.

[9] Per il tempio dei Dioscuri: Platner-Ashby, A Topographical Dictionary of Ancient Rome, voce Aedes Castoris; Digitales Forum Romanum, voce sul tempio dei Dioscuri; Livio, Ab urbe condita, II, 20 e II, 42.

[10] Per il tempio di Saturno: Platner-Ashby, A Topographical Dictionary of Ancient Rome, voce Saturnus, Aedes; Coarelli, Il Foro Romano. Periodo arcaico; fonti antiche in Macrobio, Saturnalia, I.

[11] Per i votivi anatomici: Jane Draycott, Approaching Roman Medicine: Understanding Medical Interactions in the Roman World, Bloomsbury, London-New York, 2020; Jessica Hughes, Votive Body Parts in Greek and Roman Religion, Cambridge University Press, Cambridge, 2017; Steven M. Oberhelman, “Anatomical Votive Reliefs as Evidence for Specialization at Healing Centers in the Ancient Mediterranean World”, Athens Journal of Health, 1, 2014.

[12] Per la politica estera nel V secolo a.C. e il consolidamento territoriale: Cresci Marrone, Rohr Vio, Calvelli, Roma antica, capitoli “La transizione fra Monarchia e Repubblica” e “La politica estera nel IV secolo a.C.”; Momigliano, Manuale di storia romana, capitolo “La conquista dell’Italia centrale”.

[13] Per Veio, Camillo e il culto di Giunone Regina: Livio, Ab urbe condita, V; Cornell, The Beginnings of Rome; R. Ross Holloway, The Archaeology of Early Rome and Latium, Routledge, London-New York, 1994.

[14] Per mura e sacco gallico: Seth G. Bernard, “Continuing the Debate on Rome’s Earliest Circuit Walls”, Papers of the British School at Rome, 80, 2012; Cresci Marrone, Rohr Vio, Calvelli, Roma antica, capitolo “La politica estera nel IV secolo a.C.”.

[15] Per la Via Appia: UNESCO, Via Appia. Regina Viarum, World Heritage List, 2024; D. Quilici, La via Appia. Regina viarum, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, Roma, 1990; John R. Patterson, “The City of Rome: From Republic to Empire”, in Harriet I. Flower, a cura di, The Cambridge Companion to the Roman Republic, Cambridge University Press, Cambridge, 2004.

 

 

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