Roma arcaica si formò in un punto di convergenza. Il Tevere collegava l’interno laziale al Tirreno; il guado presso l’isola Tiberina permetteva l’attraversamento tra le due rive; il Foro Boario concentrava bestiame, sale, merci e culti di transito; il Palatino e il Campidoglio dominavano una valle destinata a diventare piazza pubblica. La città nacque nel Lazio, ma la sua prima storia artistica appartiene a una rete più ampia, nella quale agirono Etruria, Campania greca, colonie euboiche, Fenici, Cartagine, Sardegna, Sicilia, mondo egittizzante e circuiti orientalizzanti del Mediterraneo.[1]
La Roma dei secoli VIII-VI a.C. era una comunità latina in rapida trasformazione, aperta a uomini, tecniche, oggetti, segni e culti. Le fonti e l’archeologia descrivono una città in crescita, inserita nel popolamento vario dell’Italia antica e segnata dalla presenza di gruppi sabini, latini, etruschi, falisci, greci e orientali mediati dai traffici tirrenici.[2] L’arte romana arcaica prende forma dentro questa condizione: nessun linguaggio figurativo nasce isolato; ogni oggetto, tempio, iscrizione o frammento fittile va collocato in un sistema di scambi.
Il tema richiede un metodo prudente. Per l’età arcaica disponiamo di tradizioni letterarie elaborate in epoche successive, di scavi stratigrafici, di frammenti architettonici, di votivi, di ceramiche importate, di iscrizioni e di confronti con aree vicine. La storia dell’arte romana delle origini va quindi costruita attraverso indizi convergenti. Una fibula, un frammento di bucchero, una coppa greca, un’antefissa, una lamina iscritta, uno scarabeo, un deposito votivo o una statua fittile possono valere quanto un grande monumento, perché mostrano le direzioni dei contatti e il modo in cui Roma selezionò le forme utili alla propria identità.
L’Etruria fu il principale interlocutore della Roma arcaica. Veio, Cerveteri, Tarquinia, Vulci, Chiusi, Orvieto e gli altri centri tirrenici possedevano, tra VII e VI secolo a.C., una cultura urbana e aristocratica già matura. Le necropoli monumentali, le tombe a camera, l’oreficeria, il bucchero, la bronzistica, le terrecotte templari, la pittura funeraria, i santuari e la scrittura etrusca mostravano una capacità figurativa e tecnica superiore a quella dei piccoli insediamenti laziali.
Roma assorbì molto da questo ambiente. La fase dei Tarquini conserva il ricordo di una forte presenza etrusca nella città: famiglie aristocratiche, artigiani, costruttori, tecnici delle acque, specialisti del rito, maestranze della terracotta, forse anche mercanti e scribi. La trasformazione del Foro da area umida a spazio pubblico, la canalizzazione delle acque, la costruzione della Cloaca Massima, la monumentalizzazione del Campidoglio, la Regia, il Comitium, il tempio di Giove Ottimo Massimo e le prime decorazioni fittili appartengono a questo orizzonte di competenze.[3]
L’influsso etrusco non riguarda soltanto l’arte in senso stretto. Riguarda il modo di concepire la città. Il potere si manifesta con seggi, abiti, littori, fasci, scettri, processioni, auspici, templi, spazi sacri e percorsi cerimoniali. La religione etrusca, fondata su una disciplina minuziosa dei segni divini, rafforzò a Roma la centralità dell’auspicio e dell’interpretazione rituale. L’immagine pubblica del comando, in età regia, fu anche una cultura del gesto, dell’abito e del segno.
Il tempio etrusco-italico offrì a Roma un modello architettonico fondamentale: alto podio, scalinata frontale, pronao profondo, cella unica o tripartita, copertura lignea, rivestimento in terracotta dipinta. La decorazione fittile trasformava il tetto in superficie figurata. Le statue acroteriali rendevano visibile il dio o l’eroe nello spazio urbano. Il confronto con l’Apollo di Veio e con le terrecotte dell’Etruria meridionale aiuta a comprendere il livello tecnico delle botteghe attive nell’area tirrenica. La tradizione su Vulca di Veio, autore della statua di Giove Capitolino, conserva la memoria di questa dipendenza tecnica e figurativa.[4]
L’Etruria fornì anche un repertorio religioso destinato a Roma: Tinia, Uni e Menrva trovano corrispondenza con Giove, Giunone e Minerva; la triade capitolina assume una forma pienamente romana sul Campidoglio; gli aruspici, gli auspici, il fulmine, il fegato divinatorio e l’ordine rituale entrano nella cultura politica della città. L’arte romana arcaica eredita quindi dall’Etruria un principio essenziale: lo spazio sacro è costruito, orientato, decorato e interpretato secondo regole.
Il rapporto fra Roma e Mediterraneo passa anche attraverso Cerveteri e il suo porto di Pyrgi. Cerveteri era uno dei maggiori centri etruschi, vicino a Roma e inserito nei traffici tirrenici. Pyrgi documenta in modo eccezionale il legame tra Etruschi, Fenici e Cartaginesi. Le celebri lamine d’oro, databili alla fine del VI o agli inizi del V secolo a.C., presentano due testi in etrusco e uno in fenicio; ricordano la dedica di un tempio alla dea Uni, identificata nella versione fenicia con Astarte, da parte di Thefarie Velianas, signore di Caere.[5]
Le lamine di Pyrgi sono fondamentali per il capitolo romano perché mostrano l’ambiente in cui anche Roma si muoveva: santuari costieri, aristocrazie etrusche, lingua fenicia, culto di Astarte, rapporti politici con Cartagine, competizione con i Greci, uso pubblico della scrittura e dell’oro. Pyrgi non è Roma, ma appartiene allo stesso Tirreno arcaico. I contatti che passavano da Caere, Veio e Tarquinia potevano raggiungere il Lazio e il Tevere, trasmettendo oggetti, nomi divini, miti, tecniche, formule decorative e modelli di prestigio.
Questo scenario aiuta a leggere Sant’Omobono. Il santuario del Foro Boario non era un luogo periferico, ma un punto di contatto tra città, fiume e traffici. Le divinità femminili, i culti di protezione, le terrecotte, gli oggetti votivi e la vicinanza al mercato del bestiame rivelano una Roma inserita nel mondo dei santuari di scambio. Come Pyrgi per Cerveteri, il Foro Boario fu per Roma un’area sacra collegata alla circolazione delle merci e delle persone.
La componente greca raggiunse Roma in più modi. Le colonie euboiche di Pithekoussai e Cuma, attive dall’VIII secolo a.C., furono tra i principali punti di contatto fra il mondo greco e l’Italia tirrenica. Cuma ebbe un ruolo decisivo nella trasmissione dell’alfabeto greco occidentale verso l’Etruria e poi verso il latino. L’alfabeto latino, con mediazioni etrusche e contatti diretti, nasce entro questa grande circolazione di segni.[6]
La scrittura modificò in profondità la cultura visuale. Un’iscrizione su pietra, ceramica, metallo o oggetto votivo introduce nome, norma, dedica, proprietà e memoria. A Roma, il cippo del Foro presso il Lapis Niger dimostra che già nella città arcaica la parola incisa aveva funzione pubblica e sacra. Il passaggio dall’oralità rituale alla scrittura monumentale costituisce una delle trasformazioni decisive della prima arte romana.
La Grecia d’Occidente trasmise anche immagini e miti. Eracle/Ercole, Apollo, Atena/Minerva, Afrodite/Venere, Dioniso/Liber, i Dioscuri e altri personaggi entrarono progressivamente nella cultura figurativa e religiosa dell’Italia centrale. I vasi greci, le coppe, le forme del simposio, le figure eroiche, gli animali fantastici, i motivi vegetali e le scene mitologiche circolarono attraverso il commercio etrusco, le colonie greche e i mercati tirrenici.
L’Ercole del Foro Boario è il caso più significativo. Il dio-eroe appartiene al mondo greco, si sovrappone a tradizioni fenicie legate a Melqart, viaggia con mercanti, pastori, navigatori e aristocrazie, e a Roma trova un luogo di forte pregnanza presso il Tevere e il mercato del bestiame. La sua presenza in area boaria collega mito, commercio, mandrie, passaggio e forza civilizzatrice. Le terrecotte di Sant’Omobono con Ercole e Minerva traducono questo universo in immagine templare.[7]
La Magna Grecia diventerà decisiva per Roma soprattutto nei secoli IV-III a.C., con la conquista dell’Italia meridionale e il confronto con Taranto, Napoli, Eraclea, Locri, Crotone, Reggio, Siracusa. La fase arcaica prepara tale sviluppo. Attraverso Cuma, Pithekoussai, gli Eubei, i Corinzi, gli artigiani e le ceramiche, Roma riceve precocemente elementi greci filtrati dall’Etruria e dalla Campania. L’ellenizzazione romana non nasce improvvisa: ha una preistoria fatta di oggetti, alfabeti, culti e miti.
Le ceramiche greche furono uno dei principali veicoli visivi del Mediterraneo arcaico. Coppe, crateri, oinochoai, anfore, lekythoi e altri recipienti portavano forme, tecniche e immagini. Nelle tombe etrusche e laziali esse segnano il prestigio delle élites; nei santuari possono diventare offerte; nelle case e nei banchetti accompagnano pratiche sociali nuove.
Il simposio, mediato dal mondo greco ed etrusco, trasformò il modo di rappresentare il rango. Bere vino secondo forme codificate, possedere vasi importati, esibire crateri e coppe, usare oggetti metallici e ceramici raffinati significava partecipare a una cultura aristocratica mediterranea. Roma, nella fase regia e arcaica, entrò in questa sfera attraverso contatti con Etruria, Lazio meridionale e Campania.
La ceramica non è soltanto contenitore. È immagine portatile. Su una coppa o su un cratere arrivano figure di eroi, animali, mostri, danzatori, banchettanti e divinità. Queste immagini entrano nelle pratiche locali e assumono nuove funzioni. Nel Lazio e a Roma, il repertorio greco viene accolto entro culti, banchetti e offerte votive, contribuendo alla formazione di un lessico figurativo condiviso.
La cultura aristocratica arcaica si riconosce anche nell’oggetto importato. Possedere una coppa greca, un bronzo etrusco, un amuleto egittizzante, uno scarabeo, un bucchero, una fibula raffinata o un elemento di arredo indicava accesso a reti di scambio e appartenenza a un ambiente sociale elevato. L’arte romana arcaica nasce anche da questo mondo di oggetti mobili.
I Fenici furono protagonisti della circolazione mediterranea tra Levante, Cipro, Nord Africa, Sicilia, Sardegna, penisola iberica e Tirreno. Cartagine, colonia di Tiro, divenne il principale centro fenicio-punico d’Occidente. Le reti fenicie trasportavano metalli, avori, vetri, scarabei, amuleti, tessuti, porpora, oggetti di lusso, motivi iconografici e culti. La loro presenza in Sardegna, Sicilia occidentale e coste tirreniche contribuì alla diffusione della cultura orientalizzante.[8]
Roma entrò in rapporto con questo mondo attraverso mediazioni etrusche e laziali, poi anche attraverso relazioni diplomatiche dirette. Polibio conserva il testo del primo trattato tra Roma e Cartagine, tradizionalmente collocato al 509 a.C., lo stesso anno della nascita della Repubblica. La data e l’interpretazione del trattato sono state discusse a lungo, ma il documento indica comunque un orizzonte tirrenico in cui Roma, Cartagine, Etruschi e Greci dovevano definire aree di navigazione, commercio e sicurezza.[9]
Il trattato è importante anche sul piano della storia dell’arte. La circolazione delle immagini segue le rotte del commercio e della diplomazia. Dove passano navi, merci e mercanti, passano anche amuleti, ceramiche, metalli, segni alfabetici, modelli di divinità, gesti rituali e oggetti votivi. La cultura figurativa romana si sviluppa dentro un Mediterraneo già organizzato da reti più antiche della città stessa.
Ercole/Melqart costituisce uno dei casi più rilevanti di traduzione culturale. Il dio fenicio Melqart, legato a Tiro, al mare, alla regalità e all’espansione occidentale, viene interpretato in ambito greco come Eracle e in ambito latino come Hercules. A Roma, Ercole trova un radicamento forte presso il Foro Boario. Questa convergenza mostra come una figura divina possa attraversare lingue, città e culti, assumendo valore locale senza perdere la memoria delle rotte mediterranee.
Anche Astarte, dea fenicia legata a regalità, fecondità, potere e mare, offre un parallelo importante. A Pyrgi viene identificata con Uni, e più tardi molte forme della grande dea mediterranea confluiranno in Afrodite, Venere, Caelestis e altre figure. Per la Roma arcaica questo dato aiuta a comprendere l’ambiente religioso in cui si muovono Fortuna, Mater Matuta, Diana, Minerva e le divinità femminili della protezione urbana. I santuari di confine, porto, foce e mercato furono luoghi privilegiati per queste traduzioni.
Il rapporto tra Roma arcaica e l’Egitto passa attraverso oggetti, motivi e mediazioni. Scarabei, amuleti, figure di divinità, motivi egittizzanti e piccoli manufatti raggiunsero l’Italia centrale tramite commerci fenici, greci ed etruschi. Questi oggetti circolavano come segni di prestigio, protezione, esotismo e valore rituale. Il loro percorso non richiede un rapporto diplomatico diretto tra Roma e la valle del Nilo; basta il Mediterraneo orientalizzante, con le sue reti di scambio, a spiegare la loro presenza nei contesti tirrenici.[10]
L’Egitto del I millennio a.C. esercitava grande attrazione simbolica. Scarabei e amuleti erano facilmente trasportabili, riconoscibili, caricati di valore protettivo. In Etruria e nel Lazio potevano entrare in tombe, santuari e corredi aristocratici. La loro presenza introduceva segni del sacro egiziano in ambienti locali, dove il significato originario veniva spesso ridotto, tradotto o trasformato. L’oggetto egittizzante funzionava come talismano, bene di lusso e testimonianza di contatti.
Questa circolazione prepara un rapporto molto più ampio, destinato a svilupparsi in età ellenistica e poi augustea. L’Egitto entrerà nella storia politica romana con Alessandro, i Tolomei, Cleopatra, Antonio e Augusto. Nella fase arcaica agisce come memoria visiva remota: piccole forme, materiali, simboli, figure protettive. Anche questa dimensione minuta appartiene alla storia dell’arte romana, perché mostra come Roma ricevesse immagini ben prima di dominare le terre da cui provenivano.
Il termine “orientalizzante” designa, per l’Italia centrale tra VIII e VII secolo a.C., una stagione di intensa circolazione di motivi provenienti dal Levante, da Cipro, dalla Siria, dall’Anatolia, dall’Egitto e dal mondo egeo. Leoni, sfingi, grifoni, palmette, rosette, alberi sacri, loti, animali affrontati, geni, mostri e motivi geometrici entrarono nei repertori etruschi, greci, fenici e italici. Roma partecipò a questa circolazione attraverso il Lazio e l’Etruria.
L’Oriente arrivava spesso sotto forma di immagini già tradotte. Un motivo siriano poteva giungere tramite artigiani fenici; un tipo egiziano poteva essere reinterpretato in un amuleto punico; una figura greca poteva assorbire caratteri orientali; un laboratorio etrusco poteva rielaborare tutto in bronzo, avorio, bucchero o terracotta. La Roma arcaica entrò in contatto con questo repertorio per strati successivi, attraverso oggetti e culti prima ancora che attraverso testi.
L’arte romana delle origini non si definisce per invenzione isolata di forme nuove, bensì per capacità di ordinare apporti diversi entro luoghi civici. Il santuario, il Foro, il Campidoglio, la Regia e il Foro Boario trasformano motivi circolanti in strumenti della città. Ercole, Minerva, Fortuna, Mater Matuta, Giove, Giunone, Vesta e Diana diventano presenze romane perché ricevono sede, rito, calendario, oggetti, immagini e memoria pubblica.
I culti della Roma arcaica mostrano una geografia mobile. Ercole appartiene al Foro Boario e alle reti di transito; Diana sull’Aventino conserva un valore latino e federale; Fortuna e Mater Matuta proteggono passaggi, nascita, prosperità e comunità; Minerva raccoglie saperi tecnici e modelli etrusco-greci; Apollo, più tardi, porterà un forte segno greco nella religione romana; i Dioscuri entreranno nella memoria militare e repubblicana.
Queste divinità non sono semplici presenze teologiche. Ognuna genera immagini, edifici, offerte, riti, oggetti e spazi. Il culto di Ercole produce altari, statue, storie, dediche e legami con il commercio; Diana sull’Aventino organizza relazioni politiche con il Lazio; Fortuna e Mater Matuta trasformano Sant’Omobono in santuario urbano e mediterraneo; Minerva partecipa al sistema della triade capitolina e alla cultura delle arti tecniche.
Il culto è quindi uno dei principali motori dell’arte arcaica romana. L’immagine nasce perché il rito richiede un luogo, un oggetto, un segno, una figura, una processione. La città organizza i propri rapporti mediterranei traducendoli in culti stabili. Una divinità importata, assimilata o reinterpretata diventa romana quando entra nel calendario, riceve un tempio, viene inserita nella topografia urbana e partecipa alla memoria della comunità.
La scrittura è uno dei risultati più importanti dei contatti mediterranei. L’alfabeto greco occidentale, legato all’area euboica e campana, raggiunse l’Etruria e contribuì alla formazione degli alfabeti italici e latini. La trasmissione avvenne attraverso mercanti, ceramiche, artigiani, dediche, oggetti personali e santuari. Nel Lazio arcaico la scrittura appare su supporti modesti e monumentali: vasi, fibule, cippi, pietre sacre, oggetti votivi.
Il latino arcaico del Lapis Niger, le iscrizioni vascolari e i segni su oggetti mostrano una città che inizia a fissare norme, nomi e dediche. La scrittura cambia il rapporto fra uomo, oggetto e memoria. Una coppa con nome, una fibula iscritta, un cippo rituale, una lamina votiva trasformano l’oggetto in documento. Questa dimensione epigrafica sarà uno dei tratti più forti dell’arte romana successiva.
L’iscrizione è anche immagine. Le lettere occupano una superficie, seguono un andamento, producono autorità visiva. Nei secoli successivi Roma farà della scrittura monumentale un linguaggio di Stato: leggi, dediche, archi, basi di statue, altari, colonne, sepolcri. Nella fase arcaica questo processo comincia con pochi oggetti, ma la direzione è già chiara: il potere romano ama incidere, fissare, esporre, tramandare.
La Roma arcaica può essere letta come città di traduzione. Traduce il tempio etrusco-italico in spazio sacro romano; traduce l’alfabeto greco in scrittura latina; traduce Eracle/Melqart in Hercules del Foro Boario; traduce Uni, Menrva e Tinia nel sistema romano di Giunone, Minerva e Giove; traduce oggetti egittizzanti in amuleti e segni di prestigio; traduce modelli aristocratici mediterranei in istituzioni civiche.
Questa capacità non produce un’arte debole o derivativa. Produce un linguaggio stabile. Roma seleziona ciò che le serve: tecniche di drenaggio, forme templari, immagini fittili, riti, alfabeti, oggetti votivi, culti di passaggio, modelli di autorità. Ogni elemento viene collocato in una topografia precisa. Il Foro organizza la parola pubblica; il Campidoglio la sovranità divina; il Foro Boario lo scambio; il Palatino la memoria della fondazione; la Regia l’eredità regia; Vesta la continuità del fuoco.
La storia artistica di Roma nasce quindi da una tensione costruttiva: apertura mediterranea e fissazione civica. Gli oggetti arrivano da lontano, ma diventano romani quando entrano nei luoghi della città. Il Mediterraneo fornisce materiali, forme e divinità; Roma li dispone in un sistema di spazi, riti e memorie.
Il capitolo mediterraneo della Roma arcaica resta un terreno di ricerca complesso. La circolazione degli oggetti non dimostra sempre presenza diretta di uomini o comunità straniere; una ceramica greca può arrivare attraverso mercanti etruschi; uno scarabeo egiziano può essere prodotto in area levantina; un motivo orientale può essere rielaborato da una bottega etrusca; un culto può essere reinterpretato più volte prima di arrivare a Roma. La ricostruzione richiede quindi attenzione ai contesti, alla stratigrafia, alla provenienza, alla tecnica e all’uso.
Un secondo problema riguarda l’identità delle botteghe. Le terrecotte arcaiche romane possono essere prodotte da maestranze locali, etrusche, itineranti o miste. La distinzione netta tra “romano”, “latino” ed “etrusco” risulta spesso artificiale per il VI secolo a.C. La cultura materiale mostra una koinè tirrenica, nella quale Roma assume progressivamente un ruolo autonomo.
Un terzo problema riguarda i culti. Ercole, Mater Matuta, Fortuna, Minerva, Diana, Astarte/Uni, Melqart, Apollo e altre figure appartengono a reti di lunga durata. L’archeologia consente di riconoscere luoghi e oggetti; la storia religiosa ricostruisce traduzioni e assimilazioni; la storia dell’arte osserva come le divinità diventino immagini, edifici e percorsi. Il risultato resta mobile, perché ogni culto muta nel tempo e ogni nome può coprire più livelli di significato.
Roma arcaica nacque in un Mediterraneo già antico. Etruschi, Greci, Fenici, Cartaginesi, artigiani campani, mercanti tirrenici, oggetti egittizzanti, culti di transito e alfabeti occidentali contribuirono alla formazione del suo primo linguaggio artistico. Questo linguaggio si riconosce nei templi fittili, nelle terrecotte di Sant’Omobono, nel tempio capitolino, nelle iscrizioni arcaiche, nei santuari del Foro Boario, nelle immagini di Ercole e Minerva, nella Regia e nel Comitium.
La Roma dei re e della prima Repubblica non possiede ancora il grande apparato marmoreo dell’età imperiale; possiede però una qualità decisiva: la capacità di trasformare forme mediterranee in istituzioni visive. Ogni immagine viene collegata a un luogo; ogni culto a una funzione; ogni oggetto a un gesto; ogni importazione a una nuova collocazione civica. Da questa grammatica nascerà l’arte romana: una cultura dell’assimilazione ordinata, della memoria pubblica e dello spazio politico.
A.R.
[1] Giovannella Cresci Marrone, Francesca Rohr Vio, Lorenzo Calvelli, Roma antica. Storia e documenti, Il Mulino, Bologna, 2014, Introduzione e capitolo “La Roma delle origini”; Arnaldo Momigliano, Manuale di storia romana, a cura di Attilio Mastrocinque, UTET, Torino, 2011, capitoli sulle più antiche genti d’Italia e sulle origini di Roma.
[2] Cresci Marrone, Rohr Vio, Calvelli, Roma antica, capitolo “La Roma delle origini”, sottolineano l’inserimento della prima esperienza romana nel quadro del popolamento vario dell’Italia antica e la specificità politica, sociale e religiosa di Roma.
[3] Cresci Marrone, Rohr Vio, Calvelli, Roma antica, capitolo “La Roma dei re”, sezione sulla “Grande Roma dei Tarquini”: bonifica delle aree paludose, Cloaca Massima, Foro, Regia, Comitium, Curia Hostilia, Via Sacra, Foro Boario, templi di Vesta, Mater Matuta, Fortuna e Giove Capitolino.
[4] Per il tempio etrusco-italico e la coroplastica arcaica: Axel Boëthius, Roger Ling, Tom Rasmussen, Etruscan and Early Roman Architecture, Yale University Press, New Haven-London, 1978; John North Hopkins, The Genesis of Roman Architecture, Yale University Press, New Haven-London, 2016. Per Vulca di Veio: Plinio, Naturalis historia, XXXV; tradizione recepita negli studi sulla Roma tardo-regia.
[5] Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, scheda sulle Lamine d’oro da Pyrgi: due testi etruschi e uno fenicio, dedica del tempio B alla dea Uni/Astarte da parte di Thefarie Velianas, signore di Caere; il documento illumina i rapporti etrusco-fenici e la competizione tirrenica con i Greci.
[6] Per Cuma, l’alfabeto e i rapporti fra Eubei, Etruschi e Latini: L.H. Jeffery, The Local Scripts of Archaic Greece, Clarendon Press, Oxford, 1961; David Ridgway, The First Western Greeks, Cambridge University Press, Cambridge, 1992; Michel Lejeune, L’alphabet, in studi sull’Italia arcaica e sulla scrittura latina delle origini.
[7] Per Sant’Omobono, Ercole, Minerva e le terrecotte arcaiche: Nicola Terrenato, Paolo Brocato, Giovanni Caruso, Antonella M. Ramieri, Jeffrey A. Becker, Isabelle Cangemi, Gabriele Mantiloni, Claudia Regoli, “The S. Omobono Sanctuary in Rome: Assessing eighty years of fieldwork and exploring perspectives for the future”, Internet Archaeology, 31, 2012; Daniel P. Diffendale, Paolo Brocato, Nicola Terrenato, Andrea L. Brock, “Sant’Omobono: an interim status quaestionis”, Journal of Roman Archaeology, 29, 2016.
[8] Paolo Xella, Religione e religioni in Siria-Palestina. Dall’Antico Bronzo all’epoca romana, Carocci, Roma, 2019, capitolo “I Fenici e i Cartaginesi”: diffusione mediterranea fenicia, Cartagine, colonie occidentali, culti di Baal Hammon, Astarte/Tinnit, Melqart e santuari del Mediterraneo occidentale.
[9] Polibio, Storie, III, 22-26, conserva il testo dei primi trattati tra Roma e Cartagine; per il dibattito sulla datazione e sul valore documentario: M. Cary, “A Forgotten Treaty between Rome and Carthage”, Journal of Roman Studies, 9, 1919; R.M. Lee, A historiographical and historical study of Polybius’ survey of the early treaties between Rome and Carthage, PhD thesis, Newcastle University, 1993.
[10] Per gli oggetti egittizzanti nell’Italia arcaica e nei circuiti orientalizzanti: John Boardman, The Greeks Overseas: Their Early Colonies and Trade, Thames & Hudson, London, 1999; Gilda Bartoloni, Le società dell’Italia primitiva, Carocci, Roma, 2003; Giovannangelo Camporeale, Gli Etruschi. Storia e civiltà, UTET, Torino, 2000.
John North Hopkins, The Genesis of Roman Architecture, Yale University Press, New Haven-London, 2016.
Daniel P. Diffendale, Paolo Brocato, Nicola Terrenato, Andrea L. Brock, “Sant’Omobono: an interim status quaestionis”, Journal of Roman Archaeology, 29, 2016.
Giovannella Cresci Marrone, Francesca Rohr Vio, Lorenzo Calvelli, Roma antica. Storia e documenti, Il Mulino, Bologna, 2014.
Nicola Terrenato, Paolo Brocato, Giovanni Caruso, Antonella M. Ramieri, Jeffrey A. Becker, Isabelle Cangemi, Gabriele Mantiloni, Claudia Regoli, “The S. Omobono Sanctuary in Rome: Assessing eighty years of fieldwork and exploring perspectives for the future”, Internet Archaeology, 31, 2012.
Paolo Xella, Religione e religioni in Siria-Palestina. Dall’Antico Bronzo all’epoca romana, Carocci, Roma, 2019.
Arnaldo Momigliano, Manuale di storia romana, a cura di Attilio Mastrocinque, UTET, Torino, 2011.
Andrea Carandini, Roma. Il primo giorno, Laterza, Roma-Bari, 2007.
Gilda Bartoloni, Le società dell’Italia primitiva. Lo studio delle necropoli e la nascita delle aristocrazie, Carocci, Roma, 2003.
Giovannangelo Camporeale, Gli Etruschi. Storia e civiltà, UTET, Torino, 2000.
John Boardman, The Greeks Overseas: Their Early Colonies and Trade, Thames & Hudson, London, 1999.
Christopher J. Smith, Early Rome and Latium: Economy and Society c. 1000 to 500 BC, Oxford University Press, Oxford, 1996.
Timothy J. Cornell, The Beginnings of Rome: Italy and Rome from the Bronze Age to the Punic Wars, Routledge, London-New York, 1995.
David Ridgway, The First Western Greeks, Cambridge University Press, Cambridge, 1992.
Filippo Coarelli, Il Foro Boario, Quasar, Roma, 1988.
Filippo Coarelli, Il Foro Romano. Periodo arcaico, Quasar, Roma, 1983.
Axel Boëthius, Roger Ling, Tom Rasmussen, Etruscan and Early Roman Architecture, Yale University Press, New Haven-London, 1978.
L.H. Jeffery, The Local Scripts of Archaic Greece, Clarendon Press, Oxford, 1961.