Roberto Kusterle prima della fotografia. Tra pittura, materia e installazione

 

 

Giorgio Catania

 

 

 

 

Senza titolo, 1987. Stampa ai sali d'argento, 240 x 180 mm.

 

 


 

 

Pittura, installazione e processi di trasformazione negli anni Settanta

 

Gli esordi di Roberto Kusterle costituiscono una zona ancora poco frequentata della sua vicenda critica. La fortuna successiva dell’opera fotografica, la riconoscibilità dei cicli maturi e la forte circolazione delle immagini costruite tra corpo, natura e metamorfosi hanno reso meno visibile la fase iniziale, legata alla pittura, all’installazione e al confronto diretto con la materia. Proprio lì, tuttavia, si forma una parte decisiva del suo linguaggio. Prima della fotografia come mezzo privilegiato, prima delle figure ibride e delle grandi serie analogiche, Kusterle elabora un rapporto concreto con superfici, materiali organici, oggetti, residui, luoghi marginali, processi di deperimento e trasformazione.

 

Roberto Kusterle nasce a Gorizia nel 1948. La sua attività artistica prende avvio negli anni Settanta, con pittura e installazione, prima del progressivo riconoscimento della fotografia come mezzo centrale della sua espressione. La biografia pubblicata in Compendium nel 2022, indica con chiarezza questo passaggio: il percorso inizia con pittura e installazione alla fine degli anni Settanta, mentre negli anni successivi emergono i nuclei principali della poetica — continuità tra umano, animale e vegetale, ruolo mediatore del corpo, negazione dello sguardo, ironia, ambiguità, metamorfosi. La tesi di Teresa Alberico, dedicata a Kusterle come “artigiano dei sogni”, anticipa ulteriormente il dato di attività, collocandolo già dal 1974 entro una pratica che attraversa pittura, opere installative, materia, corpo e natura.

Il clima entro cui si formano questi inizi è quello di una ricerca artistica italiana segnata dalla lunga eredità dell’Informale e dalle esperienze dell’Arte Povera. Nel caso di Kusterle, questi riferimenti vanno trattati per comprendere un orizzonte operativo: il recupero di materiali primari, l’attenzione alla fisicità del supporto, il valore del gesto, la presenza di scarti, terre, legni, frammenti, elementi organici. La superficie pittorica viene investita da pressioni, graffi, addensamenti, tracce. Il quadro tende a farsi campo fisico, luogo di deposito e di urto, spazio in cui la materia assume peso, volume, durata.

Da questo punto nasce uno dei tratti più persistenti dell’opera successiva: la materia come soglia. Angelo Bertani, nel saggio Dalla materia a un tempo ritrovato, individua proprio negli anni Settanta il nucleo originario della ricerca di Kusterle, legandolo al rapporto tra materia, corpo e memoria. In questa lettura, la materia diventa luogo di rifondazione del senso, contatto con una dimensione originaria dell’esperienza, accesso al corpo come prima superficie sensibile del mondo.

La fase pittorica e installativa va dunque letta come laboratorio. Kusterle sperimenta materiali, li dispone, li sottopone a processi di mutamento, ne osserva la resistenza e la fragilità. Terra, legno, pietra, residui vegetali, oggetti raccolti, frammenti sottratti al paesaggio o alla vita quotidiana entrano nel lavoro come elementi attivi. Il loro valore nasce dalla consistenza, dalla reazione alla luce, dalla possibilità di consumarsi o lasciare traccia. L’opera si lega così a un tempo materiale, lento, fisico, nel quale il processo conta quanto la forma raggiunta.

Il territorio goriziano fornisce a questa ricerca una riserva concreta di immagini e sostanze. Il Carso, l’Isonzo, le aree marginali, i greti, le superfici pietrose, i depositi naturali e gli scarti organici costituiscono un ambiente di osservazione e raccolta. Il luogo diviene campo di materiali, archivio di forme, spazio di sedimentazione. In questa esperienza si prepara la futura continuità tra corpo e natura: l’umano appare come corpo esposto a ciò che lo circonda, capace di ricevere impronte, coperture, innesti, concrezioni.

La fotografia entra progressivamente in questo processo. In una prima fase può servire anche a fissare opere temporanee, situazioni installative, interventi destinati a modificarsi o a scomparire. Il passaggio ha una conseguenza decisiva: ciò che nella materia tende alla dispersione trova nell’immagine una forma di permanenza. La fotografia permette di trattenere un equilibrio instabile, di conservare la memoria di un’azione, di concentrare in una superficie visiva un lavoro costruito attraverso corpo, oggetti, materiali e spazio. La lettura di Bertani insiste su questo punto: la fotografia di Kusterle si definisce come dispositivo capace di far emergere analogie tra pelle umana, elementi naturali, materie primarie, organico e inorganico.

 

Un ruolo particolare, in questa continuità tra materia e fotografia, spetta al nero. Nelle opere mature di Kusterle il nero è una sostanza visiva, una profondità dalla quale la figura affiora e nella quale sembra poter ricadere. Angelo Bertani ha insistito su questo punto, leggendo il nero kusterliano come campo complesso, insieme originario, simbolico, percettivo e concettuale: luogo dell’indistinto, spazio di emersione della forma, trama di grigi profondi e oscurità temperate, condizione capace di sottrarre l’immagine al naturalismo e di collocarla tra realtà e apparizione.

Questa lettura consente di riavvicinare il nero fotografico alla fase iniziale dell’artista. Le superfici scure, gli addensamenti, i materiali poveri e i depositi della pittura degli anni Settanta preparano infatti una sensibilità tonale e materica che la fotografia renderà più controllata e leggibile. Il nero diventa così una memoria della materia: conserva qualcosa del supporto pittorico, della terra, della notte organica dei materiali, e insieme offre alla figura uno spazio di sospensione. Nei cicli successivi il corpo emerge illuminato da una profondità che lo trattiene, lo rende più lento, più arcaico, più prossimo alla condizione di reperto o apparizione. La fotografia porta questa qualità a una forma nuova, ma il suo radicamento va cercato già nella lunga educazione alla superficie, alla densità e alla trasformazione avviata negli anni degli esordi.

 

Da qui deriva la natura processuale della sua immagine matura. Molte fotografie di Kusterle conservano la memoria di una pratica precedente: preparazione del corpo, applicazione di materiali, costruzione della scena, attesa, posa, intervento sul luogo. Lo scatto registra il momento conclusivo di una trasformazione reale. La figura fotografata appare come presenza attraversata da un processo, collocata in una zona intermedia tra identità individuale e figura simbolica.

Gli inizi degli anni Settanta permettono anche di comprendere la successiva importanza della pelle. Nella pittura materica e nelle installazioni, la superficie è luogo di iscrizione, attrito, deposito. Nelle fotografie mature, questa funzione passa al corpo: la pelle diventa membrana, confine sensibile, supporto di tracce, punto di contatto tra interno ed esterno. Argilla, fango, foglie, pietre, piume, cortecce, segni e materiali applicati trasformano la figura in superficie attiva, in corpo-materia. La continuità tra il lavoro pittorico-installativo e la fotografia passa proprio attraverso questa traslazione: dal supporto alla pelle, dalla superficie dell’opera alla superficie del corpo.

In questa prospettiva, le serie mature — Riti del corpo, Anakronos, Una mutazione silente, Mutabiles nymphae, Segni di pietra — appaiono come sviluppo di una lunga educazione dello sguardo e della mano. La metamorfosi prende forma dentro un’esperienza precedente di materiali, superfici, oggetti e spazi temporanei. Il corpo ibridato, il volto sottratto allo sguardo, la pelle che si fa crosta, pietra, corteccia o argilla, l’animale innestato sull’umano, il paesaggio trasformato in scena: tutti questi elementi trovano negli esordi il loro primo terreno di elaborazione.

La fase iniziale di Kusterle possiede quindi un valore genealogico. Essa consente di riconoscere nella fotografia successiva la persistenza di una matrice manuale e installativa. L’artista prepara immagini attraverso un rapporto fisico con il mondo. Prima della visione c’è il contatto. Prima dello scatto c’è la materia. Prima della forma conclusa c’è una sequenza di gesti, prove, collocazioni, trasformazioni. È questa continuità a rendere l’opera di Kusterle così compatta: la fotografia conserva dentro di sé pittura, installazione, corpo, oggetto e spazio.

Il recupero critico degli inizi risulta perciò necessario. La fase pittorico-installativa non rappresenta un prologo marginale, ma il luogo in cui si formano i principi profondi dell’opera: la materia come esperienza, il corpo come soglia, la natura come interlocutrice, la trasformazione come metodo, l’immagine come deposito di un processo. Da questo punto di vista, il Kusterle fotografo nasce già dentro il Kusterle degli anni Settanta. La sua fotografia futura renderà stabile e visibile ciò che la materia aveva iniziato a indicare: un mondo di corrispondenze tra vivente e inorganico, memoria e corpo, superficie e profondità, presenza e metamorfosi.

 

 

 

 

 


Note bibliografiche

  1. La biografia di Compendium indica l’avvio del percorso artistico di Roberto Kusterle con pittura e installazione alla fine degli anni Settanta, prima dell’identificazione della fotografia come mezzo privilegiato della sua ricerca.

  2. Teresa Alberico colloca Kusterle come attivo dal 1974 e interpreta gli esordi alla luce del confronto con materia, Informale, Arte Povera, corpo e natura.

  3. Angelo Bertani, in Dalla materia a un tempo ritrovato, legge gli anni Settanta come momento originario della ricerca di Kusterle, fondata sul rapporto tra materia, corpo e memoria.

  4. La lettura della fotografia come sviluppo coerente della fase materica e come dispositivo relazionale tra corpo, natura e materia è ripresa dalla sintesi del saggio di Bertani contenuta nei materiali di Compendium.

  5. Per il carattere processuale della fotografia di Kusterle — costruzione lenta della scena, intervento sul corpo, preparazione precedente allo scatto — si veda ancora la lettura di Bertani in Compendium.

  6. Angelo Bertani dedica al nero una parte significativa della propria lettura critica di Kusterle, interpretandolo come campo di profondità, di sospensione e di emersione della figura, in rapporto alla materia, alla pelle e alla dimensione simbolica dell’immagine.

     

Bibliografia essenziale

 

Teresa Alberico, Roberto Kusterle: l’artigiano dei sogni, tesi di laurea, rel. Ilaria Schiaffini, a.a. 2011-2012.

Angelo Bertani, Dalla materia a un tempo ritrovato, in À rebours, pp. 269-273.

Angelo Bertani, Arte che invita a varcare una soglia, in Kusterle, Compendium, catalogo della mostra, Musei Provinciali di Gorizia, Palazzo Attems-Petzenstein, 29 aprile-1 ottobre 2022.

Kusterle, Compendium, mostra a cura di Angelo Bertani e Alessandro Quinzi, Musei Provinciali di Gorizia, Palazzo Attems-Petzenstein, 2022.