I sontuosi gioielli dell'umile gente

 

Alessandra Doratti

 

 

 


"Gioielli dell'umile gente". Così Paolo Toschi, un esperto di tradizioni italiche, definì 20 anni fa le sontuose esposizioni di arte "popolare" o "rustica". Da allora le cose sono un po' cambiate: questi umili gioielli vengono contesi sul mercato antiquario a suon di milioni. E ciò non vuol dire che l'arte popolare sia inferiore alla grande arte. Anch'essa raggiunge vette eccelse, ma percorre strade note a lei soltanto, ispirandosi a un modo di pensare (e di vivere) semplice, primitivo, mentre l'arte in grande stile è notoriamente il frutto di conoscenze più vaste e profonde, del pieno dominio del pensiero e della tecnica.
È questa un'interpretazione del pensiero di Croce che dà un carisma nobilmente filosofico alle origini di un genere di ornamento, già accessorio dei ricchi costumi regionali delle donne italiane, complemento di una tradizione e soddisfacimento di bisogni spirituali e materiali, che sopravvive e si sviluppa nel tempo fino a che al popolo serve e appartiene. Il che oggi purtroppo, non avviene più. Questa antica tradizione è stata interrotta dalle regole di un consumismo cui non può sottrarsi neppure il settore dell'antiquariato sempre alla ricerca di un nuovo "vecchio-antico" da gettare sul mercato per soddisfare le richieste di una clientela esigente.

 

Quella famosa esposizione romana del 1911

Ma questi ornamenti, che fanno la parte del leone nelle varie mostre, già in passato avevano attratto l'attenzione della cultura ufficiale. Nel 1911 si era tenuta a Roma un'esposizione di oreficeria popolare delle varie regioni italiane: i pezzi che la nobilitava-no erano stati pazientemente e laboriosamente raccolti proprio dove fino a qualche anno fa era ancora possibile reperirli: nei negozi dei rigattieri o nelle bottegucce che esponevano il classico cartello "compro oro".
Questa superba collezione, la più vasta e completa che esista in Italia, è custodita intatta presso il Museo delle arti e tradizioni popolari di Roma e costituisce due esposizioni: una è raggruppata a parte (600 pezzi), L'altra correda invece i costumi nazionali del Lazio. Il resto dei 3000 esemplari che la compongono non sono mai stati esposti. Negli .anni '60 è stata arricchita dall'acquisto degli ex-voto provenienti dal santuario di Posta Fibreno, al confine fra Abruzzo e Lazio, e più recentemente da un fondo privato. Dopo la chiusura di tre anni per lavori di ristrutturazione, il museo è riaperto e la collezione finalmente esposta al pubblico. In questo intervallo la raccolta però non è rimasta a languire in cassaforte, ha girato il mondo, passando dall'Europa all'America, dall'Asia all'Africa; l'ultima tappa è stata Lubiana. Altre collezioni di gioielli popolari, oltre che nelle cassette di sicurezza dei privati, si trovano, sotto forma di ex-voto, in alcune diocesi, come il Tesoro del Bambinello dell'Ara Coeli, o quello del museo diocesano di Gradoli, sul lago di Bolsena.
Come venivano realizzati questi gioielli, che per la maggior parte si ispiravano a modelli "nobili" e aristocratici del rinascimento e del barocco? In più modi e con diverse tecniche: argento e oro, cesellati e stampati, in filigrana, decorati a filo d'oro ritorto, a finta granulazione, con perle e bugne, pietre vere e sintetiche, vetri, coralli. L'Italia settentrionale e centrale fino a Roma lavorava l'oro a 18 carati, Napoli e il resto dello Stivale prevalentemente a 12 carati. Oro "vuoto": in lamine sottili, o composto da due "cocci" cesellati (o stampati e poi uniti insieme). I gioielli vuoti ma sprovvisti di giuntura venivano eseguiti ricoprendo d'oro un'anima di rame; poi si facevano bollire nell'acido nitrico, che "mangiava" il rame.
L'argento aveva spesso la funzione che ha oggi l'oro bianco: le pietre vi si assestavano meglio e le rose di diamante (o i cristalli), che poco brillano di luce propria, vi trovavano un giusto risalto. Quelli destinati a clienti più facoltosi si foderavano poi d'oro per renderli più robusti, sacrificando il valore all'estetica.

 

Ferdinando I e la garanzia sulle leghe


A garanzia del prodotto e delle leghe che dovevano essere impiegate, i monarchi stessi non esitavano a intervenire. Ecco cosa decretava il 15 dicembre 1823, in quel di Napoli Ferdinando I, "per la grazia di Dio re e del Regno delle Due Sicilie, dio Gerusalemme ecc., Infante di Spagna, Duca di Parma, Piacenza, Castro ecc. ecc. Gran Principe Ereditario di Toscana...", eccetera: «A contare dal dì primo del mese di gennaio 1824, il bollo che attualmente si usa per la garanzia di lavori di oro e di argento, rappresentante la testa di Partenope di prospetto, resta abolito: verrà usato tanto per le manifatture del regno che estere, un bollo rappresentante una testa di Partenope di profilo».
Quanto sopra, "per rivolgere le paterne cure ad allontanare le frodi e garantire maggiormente coloro che fanno acquisto di tali manifatture". Moltissimi gioielli infatti, anche quelli più popolari tra i popolari, sono spesso provvisti di punzoni.
Nella rassegna delle zone che li hanno prodotti, la palma di "più bello" va a una regione che, nel contesto nazionale, di riconoscimenti ne ha sempre avuti pochi. Rendiamo qui giustizia all'Abruzzo, i cui orafi si sono tramandati di padre in figlio, nel corso di secoli, modelli e segreti di lavorazione. "Sponsor" di quest'arte, nel Medioevo, i monaci benedettini dell'Abbazia di Montecassino.
Gli orafi abruzzesi erano anche itineranti: andavano di paese in paese alla ricerca di fidanzate, spose, culle e Madonne da adornare. Dalle loro mani uscivano "cannatore" e "presuntuose", le collane a vagli vuoti e lisci e i pendenti in filigrana a forma di fiore, i ricchi orecchini, gli spilloni da testa in filigrana, gli anelli a fascia con due mani che si cercano o stringono un cuore. E i portaferri da calza, gli "adorini" o fialette portaprofumo (il primo dono dell'innamorato alla sua bella ), gli anelli di fidanzamento dalla spola adorna di un'immagine. I gioielli erano realizzati alla maniera fiorentina, con getti piccoli e finissimi, ritoccati a bulino e saldati tra loro. Sono invece molisane le grandi e leggere "palombelle", orecchini e creazioni d' oro con tre stelle traforate appese all'interno.

 


Una corona per le regine di campagna

Al nord, la Liguria è famosa per la sua ricca tradizione nel lavoro della filigrana, tuttora viva e vegeta. Serviva a creare, tra l'altro, i fragili pendenti degli orecchini a lampioncino e a "lumachelle". Tipici gli orecchini ad anello portati dai pescatori e gli "anelloni" delle loro compagne. Simbolo del Piemonte, il lucchetto da collo e le croci, le belle filigrane con cui si realizzavano gli spilloni da testa (da 9 a 33 per un'acconciatura), una vera e propria corona per le regine di campagna. E i pesanti anelli a fascia d'argento, pieni o traforati, con motivi decorativi a bordi o a tacche o in spesso filo d'oro.
Il Veneto si distingue per i lavori d'alta classe ispirati a una tra-dizione nobile; squisite le collane, a sfera d'argento dorato decorate da filo d'oro ritorto, gli orecchini che richiamano le gondole , quelli a forma di rettangolo o a ombrellino, ornati con spirali di filigrana e bugne, e quelli a mandorla, decorati da teste di guerriero.
Rappresentano le Marche i grandissimi orecchini a navicella con rilievi a filigrana, adorni di tre pendenti. Una variante di questo tipo di orecchini è quella aggressiva e barbarica della produzione laziale: un cilindro vuoto a formare un lucchetto, con un grande pendente a forma di chiodo e madreperla bianca inserita. Era l'ornamento di elezione delle prosperose balie che scendevano a Roma, come gli spilloni da testa con "tremula". Pure marchigiane le "perugine", orecchini nuziali d'argento dorato che erano tanto più grandi quanto la sposa era ricca e ne annunciavano l'arrivo con il loro scampanio. Le ricchezze dello sposo erano proporzionali alla grandezza dei pendenti di corallo che adornavano gli orecchini donati alla sposa prima delle nozze.
In Campania cominciano ad apparire gli smalti, impiegati soprattutto dagli orafi siciliani. La Sicilia vanta un tipo di gioiello sontuoso, del tutto spettacolare, colorato e barocco, collane elaborate, pettorali, orecchini a navicella, a fiocco, a goccia piatta con struttura in filigrana, decorati con perline e pietre di colore. Le perline sono legate su una piastra d'oro traforata o formano pendenti a grappolo.

 


I "buttones" in filigrana della Sardegna

 

Infine la Sardegna, patria di grandissimi e scenografici rosari, con una stella terminale a 4 punte da cui pende una croce greca. Ma la caratteristica nota dell'oreficeria sarda sono i "buttones" in filigrana d'oro e d'argento a forma di sfera schiacciata. Quelli in filigrana d'oro sono adorni di una finta granulazione, quelli in argento tempestati di pietre.
In tutte queste meraviglie, quelle che suscitano il maggiore interesse sul mercato antiquario sono gli orecchini, che oggi come sempre rimangono i grandi protagonisti della moda del gioiello. Questi ornamenti, a volte tanto grandi da non lasciare alcuna "chance" agli altri, spuntano disinvolti da masse rigonfie di riccioli o sono il naturale complemento di cortissime e androgine zazzere, appesi ai lobi spesso forati per l'occasione. Sono i più richiesti, chiamati a contornare non più una sana faccia spessa e rubiconda, ma gli affilati e pallidi volti delle belle e raffinate cittadine.

 

 

 

Alessandra Doratti