Filippa Aliberti Gaudioso

 

Una osservazione sul restauro degli interni delle chiese a Venezia

 

 

 

1. Venezia, Chiesa di Santa Maria del Giglio, interno.

Filippa

Mi sarebbe piaciuto sottoporre al giudizio del professor Rodolfo Pallucchini un problema di restauro che interessa gli interni delle chiese veneziane. Un problema sul quale non posso fare a meno di riflettere ogni qualvolta entro nelle chiese di Venezia, nella chiesa del Redentore, per esempio, o in Santa Maria della Salute o in Santa Maria del Giglio. Un problema, credo, che salta agli occhi di tutti e che richiederebbe una soluzione improntata alla corretta lettura degli elementi architettonici che strutturano e disegnano gli splendidi, luminosi interni di molte chiese veneziane, tra le più alte espressioni dell'architettura italiana dei secoli XVI/XVIII. I loro interni sono contrassegnati da forti nervature, da capitelli e cornici, da colonne, semicolonne e lesene che poggiano su alti basamenti in pietra d'Istria e sottolineano gli impianti architettonici, gli alzati delle navate, o gli intrecci degli spazi nelle chiese a pianta centrale, dove la luce che piove dall'alto, dai finestroni e dalle lanterne delle cupole, accentua il risalto dei vari elementi architettonici. Ma la suggestione degli spazi, così fortemente scanditi, su cui l'occhio dovrebbe scorrere agevolmente, trova invece un intoppo, dovuto ai restauri intervenuti dopo la guerra e anche in anni più recenti.

L'intonachino che ricopre i fusti delle colonne e le lesene si arresta a 50 o poco più centimetri dalla base, lasciando scoperto quel tratto di pietra che fa parte della struttura interna delle colonne e delle lesene.

Privilegiare la pietra, come materiale nobile da mettere in luce, liberandola dello strato di intonachino, che, ricoprendola, dava continuità di superficie agli elementi emergenti dell'architettura, appare come una ingenuità nella lettura dell'opera e, di conseguenza, nel suo restauro. I materiali che costruiscono gli spazi acquistano qualità attraverso la luce, che viene riflessa o assorbita a seconda delle funzioni di cui i vari elementi si caricano. Vengono così modificati la funzione e l'effetto della luce che dovrebbe scorrere sulle pareti, impigliarsi negli sporti delle cornici in pietra d'Istria e tra le foglie d'acanto e le volute dei capitelli, modulare la superficie delle lesene e il fusto delle colonne semplici o binate per essere infine assorbita dai basamenti in pietra d'Istria che segnano il forte ancoraggio al suolo degli elementi verticali. La luce, invece, subisce a un certo punto, lungo il fusto della colonna e lungo la superficie delle lesene, un brusco arresto a causa di un leggerissimo, ma percepibile gradino, che stacca ed evidenzia il passaggio dall'intonachino bianco alla pietra. Una differenziazione di materiali, una pausa voluta dall'architetto? No certo. Un errore di lettura con un conseguente errore di restauro. L'intonachino lisciato bianco avrebbe dovuto ricoprire anche quelle parti in pietra fino all'innesto delle colonne e delle lesene alla base.

Nel recentissimo "Bollettino d'arte" dedicato ai restauri al Quirinale (Numero speciale 1999) leggo nel titolo del saggio di Fr. Zurli, La lettura architettonica a fondamento del restauro di superfici e finiture... Bene, è proprio un peccato che questo giusto quanto ovvio principio della metodologia del restauro non sia sempre stato praticato!

Il professor Pallucchini avrebbe certamente appoggiato, con il suo noto signorile distacco, la soluzione di questo problema, che mi auguro venga preso in esame dai colleghi architetti, che lavorano con impegno, ma in pochi e con insufficienti mezzi, alla tutela dei monumenti veneziani, soggetti soprattutto alla minaccia dell'acqua alta.

Forse che non si debba proprio alla minaccia dell'acqua alta la scelta di lasciare scoperta la pietra, più resistente dell'intonachino rispetto all'attacco delle muffe e di altri microrganismi? È qui che la manutenzione ordinaria e straordinaria delle opere, i provvedimenti di bonifica del microclima ambientale, argomenti sui quali non risparmiò voce Giovanni Urbani nelle sue fondamentali lezioni di restauro, eviterebbero quegli interventi radicali, o peggio, arbitrari, che possono compromettere l'integrità delle opere. Mi auguro che l'argomento non resti senza eco e che possa riscuotere qualche attenzione da parte dei colleghi architetti impegnati nella tutela di Venezia. Si tratta, in fondo, solo di rifiniture o "finiture", che varrebbero a ridare unità agli splendidi e luminosi interni delle chiese veneziane.

 

 

Filippa Aliberti Gaudioso

 

 

 

 

 

ARTE Documento  N°14                                                                 © Edizioni della Laguna